Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Nuovi lavori usuranti: il ministro presta-volto

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Ricordate la leggendaria “staffetta generazionale” sul mercato del lavoro? Quella in cui esce un anziano ed entra un giovane, almeno nelle fantasie di politica e sindacato? Da anni il tema riemerge carsicamente, nei dibattiti da talk televisivo e quando il tasso di disoccupazione giovanile aumenta e/o quello degli over 55 aumenta. È il famoso “modello superfisso”, secondo il quale “se gli anziani non vanno mai in pensione, come faranno i giovani a trovare lavoro”? E poco importa che nei paesi con i quali ci confrontiamo si registrino regolarmente alti tassi di occupazione sia tra i giovani che tra i meno giovani: l’Italia, come tutti ben sappiamo, è differente. Anche per la proterva ignoranza della sua cosiddetta classe dirigente. Una esempio di eclatante fallimento di tale proterva ignoranza l’abbiamo avuta pochi giorni addietro, con i numeri del cosiddetto part time agevolato voluto dal governo Renzi. Che, come noto, quando c’è da prendere abbagli, rappresenta un accecante esempio in tutta la storia della Repubblica.

Dal 2 giugno è entrato in vigore il part time agevolato, introdotto con la legge di Stabilità 2016 e che prevede, per il settore privato, la possibilità per le persone che raggiungono 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60%. Chi sceglie questo strumento riceve ogni mese in busta paga, in aggiunta alla retribuzione per il part time, una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato. Per il periodo di riduzione della prestazione lavorativa, lo Stato riconosce al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell’età pensionabile il lavoratore percepisca l’intero importo della pensione.

La misura di fatto ha escluso le donne, perché lo strumento è utilizzabile da chi è nato prima del maggio 1952, e le donne in questa condizione hanno potuto uscire con la cosiddetta “opzione donna”. Per il part time agevolato sono stati stanziati 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018. Già a luglio scorso il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva criticato la misura, parlando di “interventi estemporanei e parziali”, con “costi amministrativi superiori alle somme erogate”. Oggi sappiamo che hanno usufruito della misura 200 persone in tutta Italia. Per capire perché l’intervento è stato un flop può essere utile lo studio della Fondazione dei Consulenti del lavoro, secondo il quale su classi di retribuzioni annue lorde che vanno dai 25.000 ai 43.000 euro, un lavoratore che firma un contratto di part time agevolato al 40% delle ore (16 a settimana a fronte delle 40 dell’orario intero) ha in busta paga il 72% della retribuzione, mentre l’impresa ha una riduzione del costo del lavoro del 49% a fronte di una riduzione dell’orario del 60%. Senza contare la contribuzione figurativa a carico della fiscalità generale. E per attivare la misura serve che l’azienda sia d’accordo, piccolo dettaglio.

Ora, i più versati sul piano computazionale tra i nostri lettori avranno forse intuito che per un’azienda non è il massimo della vita vedersi un calo del costo del lavoro che è inferiore alla riduzione delle ore lavorate, cioè un aumento del costo unitario del lavoro, in conseguenza di questa levata d’ingegno governativo. Ma per il ministro del Lavoro non c’è problema:

«Le cose vanno sperimentate e quando, come in questo caso, non danno buoni risultati, bisogna prenderne atto. Si utilizzeranno strumenti diversi»

Certo aiuterebbe che si evitasse di buttare tempo ed impegnare soldi in autentiche idiozie nate morte, che servono solo ad inseguire altrettante “idiolozie“, cioè idiozie ideologiche come la staffetta generazionale. Secondo Poletti, poi, il part time sarebbe fallito per la concorrenza dell’APE, l’anticipo pensionistico. Ora, a parte che questa è una pura “sensazione” del ministro, e aggiungendo che, ad altrettanta “sensazione” di chi scrive, anche l’APE sarà un fallimento, servirebbe capire in base a cosa vengono elaborati questi piani ben riusciti, considerando che nell’esperienza del governo Renzi c’è anche l’altra genialata dell’anticipo del Tfr in busta paga a tassazione piena, che infatti nessuno ha utilizzato, e che per lunghi mesi ha impegnato il popolo dei cosiddetti esperti in televisione e sui giornali in un unico, ininterrotto “momento Marco Fortis”, che sarebbe la perorazione di un’idea bislacca con argomenti non meno spericolati o, in subordine, la dimostrazione dell’innegabile positività di un dato macroeconomico italiano, anche se il dato medesimo è un morticino.

Renzi pasticcione recidivo, quindi, dopo le decine di miliardi di euro buttati nello sciacquone negli ultimi tre anni, e Poletti è il suo profeta, spesso obtorto collo. Noi apprezziamo molto lo spirito di servizio dell’ex “capo politico” delle Coop italiane. Questo restare al ministero e mettere la faccia su provvedimenti che spesso egli subisce e che finiscono col logorarlo emotivamente, portandolo poi a sfiatare lo stress con dichiarazioni come quella sugli expat che si sono levati dalle palle. E apprezziamo a tal punto il suo spirito di servizio che riteniamo che ora Poletti potrebbe anche andare a riposarsi, e passare la mano. Anche essere il presta-volto può essere un lavoro usurante, a volte. Per tutto il resto, c’è l’analisi d’impatto. Che dovrebbe sostituire le sensazioni ed i dolori reumatici, come strumento previsivo di una policy. Persino in un paese ridicolo come l’Italia.

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