Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La sovrana distruzione della domanda interna

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Nel 2016 l’Ecuador è tornato a far segnare un avanzo di bilancia commerciale. Bene, e quindi?, direte voi. Nulla di che, solo ci premeva mostrarvi come si è generato quell’avanzo, ora che nel nostro paese è in corso (si fa per dire) un dibattito sul vigoroso surplus commerciale italiano del 2016, e sulle sue determinanti (no, non è la distruzione della domanda interna, cari patridioti stampatori). Perché in Italia, causa ed effetto del declino, pare essersi scatenata la corsa a chi narra le idiozie più demenziali.

Una doverosa premessa: l’Ecuador, come forse saprete se leggete con masochistica costanza questi pixel, non ha una propria moneta. A causa di una iperinflazione avvenuta anni addietro (piccoli incidenti da eccesso di sovranità, nulla di che), il paese ha un’economia dollarizzata. Già questo non rappresenta esattamente un segno di sovranità monetaria, ma promettiamo che non lo diremo a Beppe Grillo ed alla sua setta di cacciaballe, che sono invece convinti del contrario. Ma torniamo al commercio estero: secondo dati della banca centrale ecuadoregna, nel 2016 il paese ha fatto segnare un avanzo commerciale di 1,2 miliardi di dollari, il primo dal 2012, dopo il deficit di 2,1 miliardi del 2015. Si è trattato di un sorpasso in discesa, visto che sia esportazioni che importazioni sono diminuite. Le prime dell’8% in valore, per effetto del calo del prezzo medio del greggio (in volume, l’export è invece aumentato). Quello che rileva maggiormente è tuttavia il crollo delle importazioni, di ben il 24% in valore e del 21% in volume.

Questo vero e proprio tracollo è dipeso, in misura rilevante, dal fatto che il governo dell’Ecuador ha attivato alcune misure di salvaguardia previste dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), che hanno consentito di imporre dazi “autorizzati” sulle importazioni per permettere ad un paese che utilizza una moneta straniera (il dollaro) come mezzo di scambio interno, di fare fronte al crollo delle entrate valutarie rivenienti dal petrolio. Ah, ma tu guarda. Doloroso, si direbbe. Tra le altre determinanti del crollo delle importazioni, che sono riconducibili alla stessa motivazione (impedire il deflusso di preziosi dollari dal paese) si segnala il feroce taglio dell’investimento pubblico. Il valore delle importazioni di beni di consumo è crollato nel 2016 del 21%, quello di beni capitali del 26%, quello di carburanti e lubrificanti del 37%.

La sintesi, quindi? Presto detta: un paese “sovrano” ma privo di moneta sovrana, affronta un devastante shock esogeno dal lato dell’offerta, causato dalla caduta del prezzo del petrolio, ed è costretto quindi a distruggere la domanda interna con dazi “legali” ed un bilancio pubblico ferocemente austero. Da questo origina l’avanzo di bilancia commerciale, che porterà alla banca centrale nazionale gli agognati dollari. Altro maggiore canale di approvvigionamento di biglietti verdi yanqui è quello dell’indebitamento verso l’estero. Da luglio dello scorso anno, l’Ecuador si è presentato sui mercati internazionali dei capitali per quattro volte, emettendo debito per un totale di 3,75 miliardi di dollari, il 3,7% del Pil nazionale. Con rendimenti in dollari intorno al 9%, il paese paga la diffidenza dei mercati verso la sua storia di insolvente seriale. Perché va bene la fame di rendimenti ma anche la memoria vuole la sua parte.

Ma non è tutto: il compagno presidente Rafael Correa, nel 2014 ha fatto approvare una legge che ha posto un tetto del 40% al rapporto tra debito pubblico lordo e Pil. L’iniziativa di Correa serviva a ricostituire credibilità verso i mercati internazionali, in vista della ripresa dell’indebitamento. Lo scorso ottobre, tuttavia, lo stesso Correa, affamato di dollari ma trovandosi prossimo al tetto autoimposto del 40% di debito-Pil, ha deciso di escludere dal calcolo il debito pubblico nei confronti di entità statali. In tal modo, il rapporto debito pubblico (divenuto netto) su Pil è crollato al 26%, permettendo di fare nuovo debito estero. Cose che capitano, quando si è sovrani di indebitarsi in una moneta che non è la propria. Se poi al quadretto sommiamo il fatto che il paese non include nelle statistiche il debito pubblico con scadenza inferiore a 360 giorni né i prestiti ricevuti dalla Cina per fornitura di petrolio (che vengono contabilizzati come conto anticipi), si scopre che il vero indebitamento statale dell’Ecuador è assai più elevato della definizione ufficiale. Anche grazie al ricorso alla valvola dei prestiti esteri, il paese è riuscito ad avere un rapporto deficit-Pil del 5%, utilizzato per attenuare le sofferenze della popolazione e tirare la volata alle presidenziali di questi giorni al delfino di Correa, Lenin Moreno: un nome, un programma, una garanzia.

L’Ecuador, quindi, le ha tutte: distruzione della domanda interna, assenza di moneta sovrana, ricorso ai mercati internazionali del debito. Tanto, se le cose dovessero andare male, si può sempre ripudiare l’odioso debito, giusto? E pazienza che, anche così, la popolazione finirebbe nel tritacarne. Per i fessi italiani sempre alla ricerca di modelli falliti cui ispirarsi, l’Ecuador rasenta la perfezione. E quindi, “facciamo come l’Ecuador!“.

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