Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Schizofrenia, portali via

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Chi ha tempo da perdere leggendo questi pixel sa o dovrebbe sapere che la critica a certi tic e conformismi della nostra stampa cerca di non essere qualunquistica condanna senza appello. Ci sono anche esempi di informazione completa e corretta, o forse si tratta solo di commenti che si limitano ad osservare la realtà e trarre conclusioni, senza applicare il famigerato cui prodest che è alla base delle sciagure di un paese che si sta impiccando all’assurdo. Per questo è con grande piacere che oggi segnaliamo un articolo di puro buonsenso.

Si tratta di quello di Enrico Marro sul Corriere, si intitola “I messaggi opposti sul fisco, fa seguito al “dibattito” apertosi sul ballon d’essai lanciato da Palazzo Chigi, con lo scambio più Iva meno cuneo fiscale, che Matteo Renzi ha già bocciato senza appello. Oggi Marro, che evidentemente non ha la memoria di un pesce rosso, unisce i puntini come fatto dal vostro umile titolare un paio di giorni addietro, e giunge a queste conclusioni:

«Se oggi si discute ancora di come abbassare le tasse sul lavoro, è anche perché le operazioni volute dall’ex premier hanno impegnato un eccesso di risorse rispetto ai risultati ottenuti o sono incompiute»

Ecco, appunto. Visto che non era difficile? Seguono tre esempi pratici:

1) Il bonus da 80 euro, che vale 10 miliardi l’anno, è andato, secondo l’Istat, per «metà della spesa in famiglie con redditi medi e medio-alti» (due bonus da 80 euro nel caso di due redditi fino a 26 mila euro), lasciando fuori gli incapienti (redditi fino a 8 mila euro).

2) La decontribuzione triennale sulle assunzioni è costata al bilancio dello Stato circa 20 miliardi: ha certamente favorito l’aumento dell’occupazione, ma non essendo una misura strutturale ha appunto lasciato aperto il tema di come abbassare in modo permanente il costo del lavoro per le imprese.

3) «Alzare l’Iva è un errore politico», dice oggi Renzi. Ma il problema nasce con le «clausole di salvaguardia» cui anche il suo governo ha fatto ricorso per far quadrare i conti. L’aumento dell’Iva dal 10 al 13% e dal 22 al 25% partire dal i gennaio 2018 è stato infatti programmato con la legge di Stabilità per il 2015 poi rimodulata dall’ultima legge di Bilancio, entrambe portate in Parlamento proprio da Renzi e Padoan. Come negli anni precedenti, la prossima manovra è già pesantemente ipotecata bisognerà infatti trovare 19,5 miliardi per il 2018 e 23,2 miliardi per il 2019 per impedire i previsti incrementi dell’Iva

Perfetto! Ma dov’è che avete già letto tutti questi rilievi, da tre anni a questa parte? Su un piccolo, insignificante blog. Ad esempio qui, qui ed in molti altri post. Sono cose. Bravo Marro, dunque: il problema è essere arrivati un po’ tardi a queste conclusioni, ed essere ancora così pochi a sostenerle, nel frastuono di guitti che ha ormai trasformato questo paese in un palinsesto di talk politici a cielo aperto.

Oggi, sempre della serie “piovono ballon d’essai“, sempre sul Corriere trovate l’ipotesi di cedere il 15% della Cassa Depositi e Prestiti, con incasso stimato di ben 5 (cinque) favolosi miliardi, con i quali “abbattere il debito”, che ammonta a 2.300 miliardi e spiccioli. Una vera rivoluzione copernicana. Anzi no, tolemaica. Dallo spostamento dentro CDP di quote di aziende pubbliche siamo al rovesciamento dell’impostazione, con la cessione parziale della cassaforte. Geniale, no? E infatti, oggi su MF trovate il commento entusiasta del sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, circa l’acquisto da CDP di ulteriore quota di Poste:

Un quota di Poste Italiane ceduta a Cdp invece che collocata sul mercato con una seconda tranche dell’Ipo «mi pare una delle ipotesi ma non tocca a me dare un giudizio; comunque sono sempre favorevole a ogni ipotesi che scongiuri un’ulteriore privatizzazione e che si concili con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico» (MF, 10 marzo 2017)

Il tutto in linea con la ritrovata vocazione sociale e contraria al liberismo sfrenato delle “privatizzazioni” all’italiana, da “scongiurare”, dentro il Pd. Potremmo cedere la quota di Poste a CDP, poi il 15% di CDP ad investitori istituzionali, ed attendere serenamente il medico con la dose giornaliera di olanzapina, in effetti. Il Pd salverebbe la sua vocazione sociale ma anche, veltronianamente, il suo orientamento market friendly.

Ah, oggi sul Corriere trovate anche un’intervista a Yoram Gutgeld. Dove, tra le altre, si può leggere questa perla:

«Se si vedono bene i numeri macroeconomici, si vede che possiamo cominciare a ridurre il debito anche con un livello di deficit più alto di quello attuale. Dipende da cosa succede all’inflazione, che per fortuna sta salendo un po’»

L’inflazione di base è vicina a zero, il petrolio sotto 50 dollari, i disoccupati e sottoccupati 9 milioni. Non è un rischio puntare sul carovita per ridurre il debito?
«L’inflazione sta salendo e non poco, è un dato di fatto ed è una variabile importante perché fa salire il gettito calcolato in euro»

Ovviamente, per Gutgeld basta aumentare l’inflazione e, oplà, tutte le altre componenti di Pil restano ferme inchiodate, il Pil nominale cresce e il debito si riduce. Non è che, al crescere dell’inflazione, si verifica la flessione dei consumi a causa del calo dei redditi reali, no, ci mancherebbe! Nuove frontiere dell’economia. Ennesimo momento “vette altissime”.

Grande è la schizofrenia sotto al cielo, la situazione del manicomio Italia è eccellente.

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