Andrà molto peggio, prima di andare meglio

CDP, la pozione magica per decotti e bolliti

in Economia & Mercato/Italia

Torniamo su Cassa Depositi e Prestiti, la bacchetta magica e la coperta di Linus della politica in questi anni di crisi. Tutti la tirano per la giacchetta, immaginando di utilizzarla quasi come una stampante per creare moneta, salvare aziende in crisi, difendere col suo mantello magico la famigerata italianità, tutto senza pulire il water né attaccarsi al lavoro del vostro dentista. Nelle ore per l’ennesima volta decisive dell’agonia senza fine di Alitalia, modello di quell’accanimento terapeutico aziendale che neppure il leggendario “privato” riesce a sradicare, è di oggi l’ipotesi che l’istituto guidato da Claudio Costamagna e Fabio Gallia possa entrare in partita e parare le terga alle banche finanziatrici-azioniste, Intesa e Unicredit. Al contempo, il fantomatico piano governativo di “privatizzazioni” vede CDP ancora al centro dei giochi.

Questione Alitalia: la vicenda è nota, l’azienda brucia cassa come un altoforno, dista un’era geologica da un’ipotesi di rilancio a mezzo di investimenti sul lungo raggio, mai realizzati neppure nell’era di Etihad. L’ultimo piano industriale del vettore tricolore punta ad un feroce taglio del costo del personale, che già oggi incide per il 16,5% dei costi mentre nel 2009 era al 21%, con ulteriori 2.037 esuberi in ambito amministrativo ed agli imbarchi e tagli di stipendio di circa un terzo per piloti ed assistenti di volo. Obiettivo è quello di portare Alitalia ad essere una low cost, nell’attesa dei messianici nuovi otto velivoli per il lungo raggio. Ma questa ipotesi di downsizing traumatico, con un miliardo di euro di risparmi (di cui un terzo dal personale) appare avere ben poche probabilità di successo. Ad esserne consapevoli sono soprattutto le due banche italiane azioniste e finanziatrici, Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Anche se il governo esclude l’utilizzo di nuovi soldi pubblici, si moltiplicano le voci di un “fondo di garanzia” statale che potrebbe finire col subentrare alle due banche, che avrebbero deciso di fare scattare lo stop loss sullo sfortunato investimento. Oggi sul Sole, Gianni Dragoni scrive ad esempio

«Se Alitalia non verrà rifinanziata, a fine mese non avrà più liquidità per far volare gli aerei e pagare gli stipendi. Per questo si sta discutendo se c’è una forma alternativa alle banche, per avere un finanziamento coinvolgendo un veicolo pubblico o un fondo, con garanzia pubblica. Potrebbe anche essere qualcosa di simile al fondo Atlante, creato per il salvataggio delle banche»

Ora, anche solo immaginare un Atlante per Alitalia mette i brividi, soprattutto pensando alla fine ingloriosa del veicolo che doveva creare un mercato delle sofferenze in Italia (sic). Si giunge quindi all’ipotesi CDP. Che tuttavia non può investire in società in perdita, neppure con CDP Equity, l’ex Fondo Strategico Italiano. Non saremo mai sufficientemente grati allo statuto della Cassa, che di fatto le impedisce di diventare l’Iri dei decotti, non nel senso di tisane o infusi. Come finirà? Per Alitalia non bene, in quella che appare come una missione impossibile. Ma CDP è al centro di grandi manovre di “privatizzazione”, come noto, per scalfire di un nulla lo stock di debito pubblico.

Delle contorsioni per cedere alla Cassa un’ulteriore quota di Poste, abbiamo detto. Nel frattempo, si è fatta strada l’ipotesi alternativa di mettere sul mercato il 15% della Cassa, mediante collocamento di azioni privilegiate, in cui restrizioni al diritto di voto sono barattate con dividendi maggiorati. Come riporta oggi Laura Serafini sul Sole, questo “piano B” andrebbe realizzato mediante aumento di capitale di CDP, sottoscritto dal Tesoro “in natura”, cioè mediante conferimento di quote Eni, Leonardo-Finmeccanica, Enav, FS, Rai, Poligrafico, eccetera. Questo aumento di capitale finirebbe col diluire fortemente le fondazioni bancarie. Dopo di che, si cercherebbero investitori a cui cedere il 15% di azioni privilegiate. Ma la CDP è una holding di partecipazioni. Come correttamente osserva Serafini nell’articolo,

«La società presieduta da Claudio Costamagna dovrebbe valere oggi attorno a 25 miliardi. Con i nuovi conferimenti supererebbe i 30 miliardi:la cessione del 15% del capitale farebbe incassare circa 5 miliardi. Cosa rende il progetto audace e rischioso? Vista da un investitore (probabilmente estero e fondo sovrano, perché più interessato alle cedole e meno alla strategia) la CDP è una holding di partecipazioni, queste ultime quotate. E come tutte le holding di questo tipo verrebbe “trattata a sconto” (20-30%), perché chi investe ha più interesse a entrare direttamente nelle società operative quotate. Dunque, già si pongono le premesse per una svendita. Inoltre a questo socio verrebbero consegnate azioni privilegiate, che garantiscono dividendi più elevati (rispetto al MEF) a fronte di minore potere decisionale»

Chiaro, no? Cedere ad istituzionali una quota di una holding di partecipazioni implica uno sconto sul NAV, il valore patrimoniale netto. Non pare un’ideona, diciamo. Ci sono altri problemi:

«Una volta entrato un socio estero (i fondi sovrani sono molto pignoli e ci vorranno mesi e mesi di negoziato per chiudere il deal), sarebbe difficile giustificare il coinvolgimento di CDP in operazioni di salvataggio in nome della patria»

Beh, questa sarebbe l’argomentazione decisiva per procedere, allora! Battute a parte,

«E ancora a questi investitori va garantita una way-out, e cioè la sicurezza che la quota verrà riacquistata entro un certo periodo di tempo (in media 5 anni) a un determinato prezzo. E lo Stato italiano certo non potrebbe farla. Considerazioni di questo tipo, negli anni Novanta, avevano portato a evitare la privatizzazione dell’Iri e a privilegiare la cessione diretta delle sue partecipazioni»

Non è chiaro perché lo Stato italiano dovrebbe offrire un patto di riacquisto agli investitori, però. Meglio sarebbe quotare le azioni privilegiate ed allettare il parco buoi con il dividendo. Certo che se dopo quasi trent’anni non abbiamo ancora compreso che le holding di partecipazioni non generano valore perché quasi sempre l’intero è inferiore alla somma delle parti, non siamo messi benissimo. Dio salvi la Cassa Depositi e Prestiti, ed il suo assai lungimirante statuto, evitando che diventi la pozione magica ad uso di capitalisti decotti e politici bolliti.

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