Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Caso Madia: i multipli danni del “così fan tutti”

in Contributi esterni/Italia

di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

la vicenda della tesi di dottorato del ministro Marianna Madia si è arricchita dell’autorevole contributo del professor Roberto Perotti, economista di fama internazionale, noto tra l’altro per essere stato uno dei commissari incaricati dal governo Renzi per la revisione della spesa pubblica. Si immaginava che l’accademico intendesse far conoscere a un pubblico non esperto gli standard e i protocolli utilizzati per l’elaborazione di tesi di dottorato, nonché esprimere un giudizio “super partes” circa il loro rispetto da parte del Ministro. In sintesi, ci si aspettava che la regola evangelica del “Sia (…) il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no’” ispirasse l’articolo di Roberto Perotti, senza sfumature di sorta.

La lettura, invece, lascia la sensazione di una certa vaghezza, non di una posizione netta. Il professore non è certo tenero con il ministro – che qualifica come non molto competente e cui imputa una pessima riforma della pubblica amministrazione – riconoscendo che interi passaggi della tesi sono copiati (“pratica scorretta e indifendibile”). Eppure non sembra trarne le debite conseguenze: vale a dire, a chi viola regole rilevanti, specie se si tratta di un rappresentante dello Stato, non possono essere concesse attenuanti. Osserva l’economista che “è difficile concludere se ci siano solo fretta e leggerezza o anche malizia e malafede, e se sia una questione di forma o anche di sostanza”: così i contorni della questione iniziano a sbiadirsi.

È vero che “non tutte le parti copiate sono attribuite singolarmente”, tuttavia “c’è uno sforzo di originalità nella ossatura della tesi: se avesse voluto evitare di lavorare, l’autrice avrebbe potuto copiare anche la sostanza”; e, ancora, “sarebbe bastato un pomeriggio di lavoro per fare le cose correttamente”. Ne esce il ritratto di una giovane studiosa che, pur avendone le capacità, non si è impegnata a sufficienza, come certi alunni descritti dagli insegnanti nei colloqui con i genitori: ma, lungi dall’essere un tredicenne che copia al compito in classe, Madia si apprestava a divenire, dopo il dottorato, ministro della repubblica italiana.

Perotti porta la testimonianza della coautrice della tesi “incriminata”, parte in causa e quindi in conflitto di interessi per definizione: citare, invece, il parere di altri accademici in posizione di terzietà (al riguardo, le considerazioni di Andrea Moro su NoisefromAmerika.org sono illuminanti) sarebbe stato vero valore aggiunto. Parimenti, la sottolineatura delle differenze tra il caso Madia e quello zu Guttenberg – ministro tedesco accusato di plagio e costretto perciò alle dimissioni – sembra voler spostare l’attenzione dalla “ratio” comune a entrambe le vicende: l’errore di un ministro (lo stesso Perotti riconosce la copiatura di Madia, meglio ribadirlo). Ma altrove chi sbaglia paga, qui si chiude la vicenda dicendo che quanto rilevato per la tesi di Madia si riscontra in “decine di altre tesi, in tutte le università italiane”; inoltre, “in Italia circolano studiosi ben più maturi e accreditati, accusati di aver plagiato intere pagine o interi lavori quando erano già professori ordinari”.

Il messaggio che se ne trae non pare molto edificante, poiché sembra avallare la diffusa convinzione – menzionata da Michele Boldrin su Il Fatto di lunedì scorso – “che il plagio accademico sia una sbadatezza innocente”. Infine, anziché parallelismi politici tra Berlusconi, il quale schierava in liste e talk show “giovani senza esperienza ma di bella presenza”, e l’attuale PD che “lo ha ingenuamente scimmiottato”, ci si sarebbe aspettati che Perotti valutasse l’impatto della vicenda – inerente a una rilevante carica di governo, è bene non dimenticarlo – sulla credibilità del Paese; che veicolasse alle giovani generazioni un messaggio di “rigore”, cioè di necessario rispetto di regole prefissate. Invece, il professore si rivolge in particolare alle esponenti femminili del Pd, forse le più offese per “quella che è percepita come una carriera fulminea senza alcun apparente merito né competenza specifica”, nonché per i conseguenti “sospetti di favoritismo”, che finiscono per nuocere anche alle donne più brave.

Purtroppo, l’assenza di merito e competenza in una donna che riveste la carica di ministro non nuoce solo all’immagine femminile, ma all’intero Paese. Da un lato, perché le è affidato il compito di definire le “politiche” nazionali, destinate a incidere sulla collettività intera; dall’altro, perché la tesi “copiata” costituirà per chi ne è firmatario, cessata la funzione di vertice del dicastero per la Pubblica Amministrazione, titolo per accedere ad altri incarichi, di cui saranno eventualmente private persone ben più valide.

Tutto questo provoca una particolare “acredine” nei confronti di Madia, come rilevato da Perotti: il rischio è che, tra tante sfumature, il ministro possa passare come unica vittima di un sistema in cui “così fan tutti”. E non è il caso.

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