Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Non ci sono più le Brexit di una volta, signora May

in Economia & Mercato/Esteri/Unione Europea

Come segnala il Financial Times (e state all’occhio, domani o dopo potreste leggerlo su qualche giornalone italiano), pare che la posizione negoziale britannica sulla Brexit stia progressivamente divenendo più morbida. O forse più ragionevole e realista. Come che sia, pare che la premier Theresa May, quella di “meglio nessun accordo che un cattivo accordo”, quella di “niente parlamento tra i piedi, il Popolo lo volle”, e pazienza che il Popolo non abbia sin qui capito granché sugli effettivi termini del divorzio, avrebbe suggerito che il Regno Unito è pronto ad accettare un bel regime transitorio, tra un paio d’anni, quando la fuoriuscita dalla Ue sarà compiuta.

Non è che la May sia giunta a questa determinazione per propria sapienza negoziale: è che la Ue ha semplicemente aperto le danze dicendo “prima i termini del divorzio, inclusi i soldini, poi l’accordo di libero scambio o quello che gli somiglierà”. E quindi la povera Terry si appresta a far di necessità virtù. Anche questo è tuttavia conseguenza della realtà, più che della volontà “mafiosa” della Ue, per usare le parole del ridicolo ugonotto Nigel Farage, uno che a confronto i nostri grillini sono dei fini intellettuali ed umanisti.

E che fattezze avrà, un accordo transitorio tra UK e Ue? Molto probabile, o pressoché certo, che esso implicherà il mantenimento della libera circolazione delle persone, il primato della Corte europea di Giustizia, il contributo britannico al budget dell’Unione. Implicherà qualcosa di simile al modello norvegese aborrito (non senza ragioni) dai brexiter puri e duri. Nel frattempo, parlando della transizione, Mrs. May ha detto, ieri a Riad, durante un trip in Medio Oriente:

«Se ci pensa, una volta raggiunto l’accordo, una volta che ci siamo accordati su cosa sarà la nuova relazione in futuro, sarà necessario un periodo di tempo in cui aziende e governo aggiustino i sistemi e così via, in funzione della natura dell’accordo, un periodo di tempo durante il quale l’accordo verrà implementato»

Eh si, serve tempo, signora May. E questo tempo, l’accordo transitorio, potrebbe durare molti anni, perché i trattati commerciali non si scrivono come si trattasse di un tweet o un post su un blog. Nel caso della Ue, il regime transitorio potrebbe prendere le sembianze di un accordo di associazione. Il quale, come detto, è molto simile alle norme che regolano i rapporti tra Ue e Norvegia: tu paghi ed accetti le norme comunitarie, incluso il sistema sanzionatorio.

Questa pare essere la strada prescelta dal parlamento europeo, con una risoluzione approvata ieri e che mantiene una posizione negoziale molto dura. Per gli amanti della democrazia compiuta, sarà di conforto apprendere che l’europarlamento mantiene il veto sugli accordi derivanti dall’applicazione dell’Articolo 50. Quindi, per una volta, le risoluzioni di Strasburgo non saranno sterile esercizio declamatorio ma disporranno di una robusta dentatura.

La realtà, slowly but surely, si sta affermando. Ed è una realtà fatta di una complessità estrema, quella del divorzio tra Regno Unito ed Ue. Ed è una realtà davvero cocciuta, quella che se ne infischia di tutti i guitti che avevano vaticinato, all’indomani del referendum, che sarebbero bastate le norme della WTO, con una modesta tariffa esterna (che non è né unica né modesta) e che il cambio della sterlina avrebbe aggiustato tutto, e vissero felici e contenti. Manco a dirlo, in quest’opera di approfondita analisi hanno svettato soprattutto alcuni poveretti tricolori, sempre gli stessi. Solo un caso? Io non credo (cit.)

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