Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La versione di Silvio e la moneta cubana

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Intervista del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, a Silvio Berlusconi. Nel corso della quale l’ex premier discute a tutto campo il passato, il presente ed il futuro del relitto che va alla deriva in mezzo al Mediterraneo chiamato Italia, della sua classe politica, di legge elettorale, crescita economica, populismi e quant’altro. Precisiamo che non c’è nulla di epocale ed assai poco di inedito. È il solito Berlusconi, che rilegge la storia à la carte, fa proposte bislacche e cerca di accreditarsi come il perenne “uomo nuovo” della politica, da ottuagenario che bivacca a Palazzo e dintorni da soli 23 anni. C’è tuttavia qualche spunto più bizzarro di altri.

Ad esempio, sulla famigerata “lettera della Bce” al governo Berlusconi, del 5 agosto 2011, e su cui da sempre si esercita il cospirazionismo malato degli italiani. Berlusconi spiega oggi a Cerasa:

«Forse è bene ricordare la storia di quella lettera. Richiamava semplicemente gli impegni che avevamo preso e concordato in sede europea per fronteggiare al meglio la crisi in atto. Mi ero impegnato ad applicare quei provvedimenti con un decreto da varare al successivo Consiglio dei ministri. Fu il presidente della Repubblica, con un atto al limite delle prerogative costituzionali, a comunicarci che si sarebbe rifiutato di firmare quel decreto, esponendo cosi l’Italia e il mio governo a una pessima figura sul piano internazionale. Da questo nacque la famosa scena del sorriso scambiato fra Sarkozy e la signora Merkel (l’iniziativa maliziosa fu del presidente francese, comunque). Era evidentemente un disegno preciso e concordato per far cadere il nostro governo, l’ultimo scelto dagli italiani»

Quindi, par di capire, la lettera della Bce era una semplice collezione di “suggerimenti” di politica economica (ed ovviamente era quello e soltanto quello), che Berlusconi si accingeva a mettere in atto ma sul più bello venne bloccato da una condotta di Giorgio Napolitano che sarebbe, per come la descrive l’ex premier, l’equivalente di un golpe. Esiste una ricostruzione di quelle settimane, per opera del Wall Street Journal, di cui si trova traccia nell’archivio Ansa, che dice cose un po’ differenti:

Dopo un iniziale acquisto di bond da parte della Bce, Draghi e Trichet “telefonarono a Berlusconi chiedendogli di onorare le promesse”. Ma in Italia lo stallo proseguiva e le “riforme incontravano resistenze politiche. Berlusconi vacillava”. Intanto, il 19 ottobre, Sarkozy incontrò, “in una sala privata” dell’Alte Oper di Francoforte, Merkel e Trichet. Il presidente francese chiese un intervento più deciso della Bce, ma la Cancelliera si oppose e Trichet declinò. Il giorno dopo – si legge – giunse la telefonata [di Merkel a Napolitano, ndPh.]. La Merkel affermò di aver “apprezzato gli sforzi dell’Italia ma che l’Europa voleva riforme più aggressive per spingere la crescita economica”, ammise di ”temere che Berlusconi non fosse sufficientemente forte per farle” e ringraziò Napolitano per fare quanto in suo potere “per promuovere le riforme”. Secondo il Wsj il capo dello Stato rispose che “non era rassicurante il fatto che Berlusconi fosse di recente sopravvissuto a un voto di fiducia per un solo voto”. E – scrive il quotidiano di Murdoch – il Colle “recepì il messaggio” iniziando nei giorni successivi a “sondare discretamente” i partiti per “verificare il sostegno a un nuovo governo se Berlusconi non fosse riuscito a soddisfare l’Europa e i mercati” (Ansa, 30 dicembre 2011)

Come si nota, nella ricostruzione del Wsj, non si trattò di un golpe di Napolitano teleguidato dalla Merkel ma della presa d’atto che Berlusconi non disponeva praticamente più di una maggioranza, e che i mercati su questo avevano fiutato il sangue. Si dirà che la storia la scrivono i vincitori e non gli sconfitti, ed è innegabile. Ma è altrettanto innegabile, per chi ricorda quei mesi e quelle settimane, che Berlusconi era un pugile suonato alla guida di un paese tramortito. Il punto non è discutere se il successivo governo Monti abbia fatto bene o male. Diciamo che l’enfasi su una devastante imposizione patrimoniale accoppiata ad un’azione di riqualificazione della spesa di fatto largamente incompiuta e limitata, con fatica, alla spesa pensionistica, l’assenza di liberalizzazioni vere ed un nulla di fatto sul mercato del lavoro hanno posto le basi per il successivo crollo congiunturale del paese. Ma pensare che vi sia stato un “golpe” contro Berlusconi fa solo parte del filone complottardo con cui gli italiani si stanno alacremente scavando la fossa, dando prova almeno in questo di elevata produttività.

Proseguendo nell’intervista al direttore del Foglio, Berlusconi pone se stesso come il baluardo ai populismi, e ribadisce la sua visione sul futuro della moneta unica: una nuova divisa nazionale da affiancare all’euro. Leggere per credere:

«Stiamo approfondendo l’argomento con l’aiuto di autorevoli economisti americani. Posso solo ricordare che vi sono molti esempi di doppia circolazione monetaria, dalle AM-Lire che si usavano nel dopoguerra quando è partita la ricostruzione monetaria, ai bitcoin, moneta virtuale molto utilizzata nelle transazioni su internet. Sono tutti esempi nei quali una doppia moneta favorisce e non danneggia lo sviluppo. Vi sono anche esempi negativi, certo, come quello cubano, ma si inseriscono in un sistema dirigista e socialista ben lontano dal nostro. In sostanza Cuba cerca di imporre un cambio forzoso e non credibile alla sua valuta che impiega negli scambi internazionali, Noi vogliamo esattamente in contrario, vogliamo che sia l’Euro che la valuta nazionale abbiano il valore stabilito dal mercato»

Sono concetti di questo tipo, che paiono usciti direttamente da una pesante libagione con gli amici, quelli che rendono questo paese sempre più inaffidabile agli occhi della comunità internazionale. Per Berlusconi serve una moneta nazionale, il cui cambio sarebbe liberamente definito dal mercato, da affiancare all’euro, utilizzato per le transazioni internazionali. Abbiamo una notizia per Berlusconi, e non solo per lui: basta avere il dollaro, per regolare gli scambi internazionali. Oppure il marco tedesco. Avere una moneta nazionale il cui cambio è liberamente determinato dal mercato serve (in caso un paese decidesse di monetizzare il proprio deficit) per avere una crisi di fiducia in tale moneta “liberamente negoziabile”, che porterebbe con sé fughe di capitali, inflazione (anche iperinflazione, in caso) e l’imposizione di controlli sui capitali. Cioè, che porterebbe non tanto al modello “cubano” (sic) di cui parla Berlusconi, quanto a quello argentino della Kirchner ed a quello venezuelano di Maduro, con una griglia di cambi ufficiali entro cui incanalare contrabbando e corruzione di regime. Sul bitcoin come “doppia circolazione valutaria” stendiamo un velo pietoso.

Persiste, quindi, e si rafforza, la pervicace negazione della realtà da parte della classe politica italiana. Ogni leader sulla scena offre una qualche forma di allucinazione, in un’offerta politica che, se presa alla lettera, dovrebbe condurre già ora a massicce fughe di capitali da parte di cittadini ed investitori. Il fatto che ciò non accada deriva -pensiamo- dal credere che alla fine arrivi sempre “la cavalleria”, cioè il vincolo esterno. Ma la storia recente ed anche quella più distante spiegano che ad ogni morso del vincolo esterno il paese si impoverisce, perché i conti arrivano all’incasso. Valutate voi se questo è un paese in cui investire, cioè in cui costruire il futuro.

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