Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Dosi di assurdo

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Prosegue la sfilata di “esperti” che si avvicinano al M5S per dare una mano nella elaborazione di policy, partendo da un terreno condiviso. Dopo il sociologo Domenico De Masi, di cui ci siamo occupati in più occasioni, ecco s’avanza l’economista Giovanni Dosi, della Scuola Superiore S. Anna di Pisa, che oggi si è esibito in un convegno alla Camera sullo “Stato innovatore”, a cui ha partecipato anche la vestale statale, Mariana Mazzucato. Dosi è stato intervistato ieri dal Fatto, e l’0ccasione ci è quindi gradita per valutare la sua visione su reddito di cittadinanza e dintorni, anche dopo che i grillini hanno rettificato le coperture in direzione di una bella stangata fiscale, di quelle che avrebbero fatto venire i lucciconi d’emozione a Fausto Bertinotti.

Tentiamo quindi una lettura integrata del Dosi-pensiero, sulla base dell’intervista al Fatto. L’accademico ha le idee apparentemente chiare:

«Forse sarebbe meglio il lavoro di cittadinanza, come proponeva Hyman Minsky: lo Stato manda i disoccupati a riempire le buche delle strade, accompagnare i disabili, accudire gli anziani. Ma mi rendo conto che con l’efficienza dello Stato italiano è difficile pensare che funzioni»

Prendere nota: non siamo capaci neppure di dare soldi alla gente per fingere di lavorare, quindi meglio pagarli direttamente e finirla lì. Secondo Dosi, il reddito di cittadinanza non sarebbe disincentivo al lavoro:

«Il collo di bottiglia non è dovuto alla gente che non si dà abbastanza da fare per cercare lavoro, ma all’assenza di lavoro. Tra gli oppositori al reddito di cittadinanza prevale l’idea che la gente sia fannullona e attribuisca un valore molto alto all’ozio. Io non ci credo. A parità di entrate, molti preferiscono lavorare che vivere di sussidi. I sussidi dovrebbero comunque ridursi in modo graduale quando si trova lavoro, invece che cessare appena si ottiene un contratto»

A dirla tutta, il meccanismo funzionerebbe in modo da integrare redditi da lavoro molto bassi, portandoli alla soglia minima identificata in 780 euro mensili per i single. L’effetto perverso potenziale ed assai probabile risiederebbe nel rischio di un crollo dei salari, per soggetti non qualificati (e forse non solo per loro) e più in generale nell’ulteriore sviluppo del nero, che in effetti i grillini pare vogliano contrastare col penale, non è chiaro come ma fa sempre figo e non impegna. Veniamo alle coperture del reddito di cittadinanza, che come noto sono pressoché farlocche o irrealistiche tranne la spremuta fiscale, che andrebbe a colpire anche i “ricchi” da 50 mila lordi annui, visto il target di 5 miliardi da recuperare. Il professor Dosi partecipa con entusiasmo alla festa del Movimento 5 Gabelle:

«È chiaro che bisogna usare la fiscalità. Un passo importante può derivare dall’eliminazione dei vari incentivi fiscali, che sono difficili da calcolare, sono una fonte di elusione fiscale per le imprese. Che non hanno bisogno di trasferimenti fiscali, ma di un rilancio della domanda»

Eh, certo, è chiaro che servono più tasse. Quello che non è chiaro è se Dosi si riferisca ad eliminazione degli incentivi alle sole imprese o anche alle persone fisiche. Il neo-consulente grillino andrebbe a riprendersi anche gli 80 euro:

«I Cinque Stelle dovrebbero dire che gli 80 euro sono stati un’elemosina degradante, quindi basta. Molti di quei soldi, per la verità, non sono neppure stati spesi, sono andati a rimborsare debiti o sono diventati risparmio perché avevano paura. Il reddito di cittadinanza verrebbe percepito come un reddito vero, che verrebbe usato come fonte di sostentamento, con effetto moltiplicatore più alto sulla spesa»

Premesso che, anche per chi scrive, gli 80 euro sono stati una discreta cazzata, è buffo che il buon Dosi li veda come “un’elemosina degradante”, pur essendo erogati a gente che lavora, ma non faccia una piega a consegnare 780 euro al mese a gente che non lavora e che potrebbe continuare a non lavorare, visto che lo “Stato innovatore” che tanto piace a Dosi e Mazzucato è talmente efficiente che non riuscirebbe ad organizzare nulla per fingere che la gente lavori, manco gruppi di lavoratori socialmente utili in grado di fare attraversare la strada ai vecchietti. E non basta:

«Io aumenterei anche le aliquote dell’Irpef sopra i 100.000 euro, dal 43 al 45 per cento, poi magari 48 sopra i 250.000. L’idea che le tasse fanno male alla salute è sbagliata»

Le tasse alte non fanno male alla salute, in effetti. Si limitano a disincentivare l’attività economica. Ma non sarebbe un problema, perché alla fine ci sarebbe il reddito di cittadinanza a pagare il crescente numero di nullafacenti che ci ritroveremmo. Ragionamento un filo circolare? Può essere, ma qui siamo ad un tornante della storia, no? Poiché Dosi ci ha ormai preso gusto, eccolo lanciarsi a testa bassa contro lo spaventapasseri della classe politica italiana: il Fiscal Compact. Dosi risponde subito all’obiezione circa il fatto che noi abbiamo costituzionalizzato l’equilibrio di bilancio. Che non è il pareggio, infatti (voi avete visto bilanci pubblici italiani in pareggio, dal 2012?), e soprattutto è al netto del ciclo economico, e Dosi mostra di capirlo:

«Sì, ma è il pareggio di bilancio strutturale, comunque una decisione scellerata, ma la parola “strutturale” ci può permettere di avere un deficit di bilancio finché non siamo alla piena occupazione. Il Fiscal Compact può essere rinnovato solo all’unanimità e noi dobbiamo dire di no»

Quindi, seguite con attenzione: il Fiscal Compact è una iattura perché non ci consente di fare deficit, eppure il Fiscal Compact è quella cosa che “ci può permettere di avere un deficit di bilancio finché non siamo alla piena occupazione”. E quindi, caro professor Dosi, di che parliamo e di che ci lagnamo? Di una camicia di forza che in realtà è un pareo? Lei ha per caso subìto una tassazione confiscatoria della logica, da piccolo? Andiamo avanti:

Cosa pensa dell’ipotesi di un referendum sulla permanenza nell’euro?
«Non penso si debba fare, a meno che l’obiettivo ex ante non sia l’uscita dall’euro, altrimenti si rischia di fare la figura della Grecia. È teoria dei giochi elementare: non puoi minacciare di fare una cosa che non puoi fare. Bisogna invece prepararsi a una ristrutturazione del debito nella quale si potrebbe e dovrebbe contemplare la “perpetuizzazione” di una parte del debito»

Che equivale a cancellarlo.
«Però non risulterebbe come un default parziale e quindi non forzerebbe le banche a svalutare i titoli in portafoglio, tranne che per i titoli valutati al prezzo di mercato. Cosa che comporterebbe comunque una ristrutturazione del sistema bancario»

Eh? Che minkia sarebbe la “perpetuizzazione” del debito? Ve lo diciamo noi: renderlo non rimborsabile o allungarne le scadenze ed abbatterne il tasso d’interesse. Ma questa operazione, che implicherebbe? Che ci sarebbe un crollo del valore attuale netto del debito pubblico, che equivarrebbe ad un default. Secondo Dosi, invece, non ci sarebbe un default se solo le banche dichiarassero che quei titoli di stato sono tenuti in bilancio e portati a scadenza, che in questo caso equivarrebbe a dire che non sarebbero rimborsati. Invece, se le banche avessero i titoli nel conto “disponibile per la vendita” (available for sales), prenderebbero la perdita. Ma noi siamo fuuuurbi, e mettiamo tutto tra gli immobilizzi, nel parcheggio dell’Autogrill dove vendiamo il Colosseo ai turisti. Peccato per il buon Dosi che anche i titoli immobilizzati e non destinati alla vendita debbano passare attraverso il cosiddetto “impairment test“, cioè dimostrare che il loro valore attuale netto non è diminuito in modo permanente. Perché in quel caso andrebbero svalutati, e la banca interessata farebbe una brutta fine. Se vi siete persi nei tecnicismi, ecco la traduzione: questa proposta di Dosi è una idiozia di rara portata.

È contrario solo al referendum o al principio che l’euro possa essere messo in discussione?
«L’euro è una valuta straniera. Noi non la controlliamo. Bisogna contemplare l’uscita come possibilità nel caso in cui non si riuscisse a negoziare un nuovo patto che implica molta maggiore flessibilità, una politica espansiva a livello europeo, gli eurobond…Se non si porta a casa niente, è necessario valutare l’uscita»

Dunque: prima dice che uscire dall’euro “non si può fare” e quindi minacciare il referendum di uscita è controproducente. Poi dice, in sostanza: o ci assistete e ci date i soldi necessari a permetterci di fare deficit e pagare il reddito di cittadinanza ed altre cosucce, oppure “valutiamo l’uscita”. Perché, sapete, se ci mandano a stendere sulle nostre richieste parassitarie, noi ci portiamo via il pallone con l’euro, e la nostra forza negoziale s’impenna. Non ci faremmo più esplodere da soli in una stanza di cemento armato.

Cosa andrà a spiegare ai Cinque Stelle nel convegno alla Camera sullo Stato innovatore?
«Che bisogna fare politiche industriali dure, con grandi progetti, per l’ambiente, il riassetto del territorio, medicina, per un rilancio dell’investimento nella ricerca. Scelte che implicano l’intervento diretto dello Stato. Io sono a favore di una piccola o grande Iri»

Quindi: abbiamo uno stato ridicolo che non sa neppure dare lavoro aprendo e chiudendo buche, però lo stato deve rilanciare ricerca, politica industriale, riassetto del territorio e quant’altro. Una notevole metamorfosi, non trovate? E questa nuova Iri,

Con quale mandato?
«Le perdite di lungo periodo che abbiamo avuto nel consegnare Parmalat ai francesi di Lactalis si sono rivelate drammatiche. Parmalat poteva diventare una piccola Nestlé e scalare gruppi francesi, invece ci siamo fatti comprare con gli stessi soldi che erano nelle casse di Parmalat. La storia d’Italia del dopoguerra è una storia anche di opportunità di politica industriale sprecate, dal mancato appoggio del governo all’Olivetti nel 1964 quando i nostri computer erano meglio di quelle dell’Ibm, fino al famoso vertice sullo yacht Britannia quando si è svenduto, quel che restava dell’Iri per pochi soldi, maledetti e subito. Serve un ruolo attivo dello Stato per ricostituire una partecipazione italiana all’oligopolio hi tech a livello internazionale e gli imprenditori italiani si sono dimostrati assolutamente incapaci di farlo. Abbiamo perfino venduto Pirelli ai cinesi»

Eh si, signora mia. Parmalat era piena di liquidità e quindi dei cattivoni francesi ce l’hanno scippata. Se invece avessimo avuto l’Iri, ora Parmalat sarebbe la piccola Nestlé del Mediterraneo. Un po’ come il celebre motto, riveduto e corretto: “Se Milano avesse lu mer, sarebbe ‘na piccola Ber“. E i dindi?

Tutto questo si finanzia con nuovo debito?
«La Cassa depositi e prestiti è piena di liquidità. Bisogna stare attenti perché sono i depositi postali, ma qualcosa si può fare. Comunque, se necessario, si può anche fare più debito. Un’altra ipotesi per reperire risorse la proposta di Pietro Modiano: una patrimoniale sulle attività finanziarie, per avere 50 miliardi all’anno per cinque anni. Le attività finanziarie detenute da italiani sono 3500 miliardi circa. Escludendo tutte le categorie più deboli di risparmiatori, si può comunque intervenire»

A-ha, la CDP è piena di liquidità, disse il professore-innovatore, con l’acquolina in bocca. Facciamo attenzione ma “qualcosa si può fare”. E poi ci resta pur sempre una bella patrimoniale sugli attivi finanziari. Che i ricchi veri farebbero sparire rapidamente, mentre i risparmiatori con dossier titoli, magari investito nei patriottici Piani di risparmio individuali, verrebbero razziati.

Mitico Dosi, non lo conoscevo ma da oggi occuperà un posto d’onore nel Circo Barnum degli accademici che hanno in testa la meravigliosa idea di farsi demiurghi e passare alla Storia. Dopo De Masi, i grillini dimostrano una abilità non comune a pescare personaggi che sembrano avere un debole per la trielina. O per le poltroncine.

P.S. “Ma come osi criticare un accademico di simile levatura?”, è il rilievo che mi viene fatto. Oso, oso, per un motivo banale: che le argomentazioni contenute nell’intervista nulla c’entrano con la prestigiosa produzione scientifica del professor Dosi. Che qui dimostra di aver seri problemi con la logica, oltre che di non conoscere affatto i principi contabili internazionali. E si espone alle accuse di avere motivazioni politiche. Se invece così non fosse, occorre che qualcuno lo metta in guardia dal farsi strumentalizzare da politici senza scrupoli, per eccesso di ingenuità.

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