Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Chiedete agli esperti

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Lo scorso 2 giugno, l’a.d. di Banca Popolare di Vicenza, Fabrizio Viola, ex MPS, dichiarava al Corriere:

«Gli effetti di una crisi non risolta delle due banche venete non sarebbero molto inferiori a quelli generati dal default della Grecia. Per essere più chiari: la procedura di bail-in impone il rientro forzoso degli impieghi a tutela dei depositi. Si pensi che BpVi e Veneto Banca hanno concesso prestiti “buoni”, cioè al netto da sofferenze e incagli, per circa 30 miliardi. In gran parte concentrati nel Nordest, cioè nel territorio più importante per l’economia nazionale. Doverli richiamare da un momento all’altro creerebbe uno sconquasso tremendo, non senza conseguenze anche sul piano politico. Anche per questo faccio appello al senso di responsabilità delle autorità europee: le dimensioni in gioco non possono essere sottovalutate»

Bastavano queste parole per creare enormi scompensi emotivi nelle meglio penne del cortile di casa nostra. Menzione d’onore per Giovanni Pons, direttore della filiale italiana di Cronaca Vera Business Insider, per questo pezzo e soprattutto per il titolo. Oggi, per dire, rilanciato da Libero con un prodigioso “La Merkel vuol comprarsi il Veneto” (vi piacerebbe, vero?). Eppure, sempre oggi, a pagina 33 del Corriere, appare una minuscola “autorettifica” di Viola medesimo:

«Desidero rettificare una mia inesattezza contenuta nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 2 giugno scorso. Infatti, nel valutare le conseguenze del bail-in, ho fatto riferimento agli effetti che potrebbero, eventualmente, verificarsi nel caso di una liquidazione coatta amministrativa. Nello scusarmi per l’equivoco, desidero comunque evidenziare che una resolution delle due banche venete non potrebbe non avere effetti – sia pur indiretti – anche sull’offerta di credito nelle aree di riferimento delle due banche»

Sono serviti 4 (quattro) giorni a Fabrizio Viola per rendersi conto di aver scambiato bail-in con liquidazione coatta amministrativa, in pratica. Oltre che per mettere una pezza a colori fatta di una doppia negazione con avvitamento carpiato. Ai nostri giornalisti, che per quattro giorni sono stati zitti senza riscontrare la notizia, serviva ovviamente di più, solo per capire in quale parte della galassia si trovassero (una fatta di velluti rossi ed insostenibili odori dolciastri, come racconta l’iconografia dei bordelli).

Ora, se queste considerazioni le avesse fatte un blogger oppure uno dei sessanta milioni di esperti che affollano questo paese, e che a volte finiscono da Floris o da Formigli, non sarebbe un grosso problema. In fondo, la Commedia dell’Arte è prodotto italiano, così come il melodramma e la sceneggiata, che è quella cosa in cui si esercitano i Pons, i De Mattia, i Renzi e tutte le altre prefiche da pacco che pascolano da queste parti. Me se uno sfondone del genere viene realizzato da un banchiere di lungo corso, presunto esperto in dissesti, e prematuramente canonizzato come martire dell’era renziana dopo la sua defenestrazione da MPS, non so voi ma a me viene una fottuta paura.

PS Ai Conti della Belva vi era già stato detto come stavano realmente le cose, ovviamente. Come potete constatare, a volte una laurea non serve davvero.

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