Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La triste storia di Matteo, che ignorava l’esistenza del ciclo economico

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Il menù mediatico dei prossimi giorni, nell’osteria tossica chiamata Italia, è rappresentato dai lanci e dagli estratti della prossima fatica letteraria di Matteo Renzi, dal titolo Avanti, come il glorioso giornale del Psi. Oggi i maggiori quotidiani si sono divisi il compito, rilanciando stralci del libro corrispondenti ad altrettante aree di policy. Il Sole copre l’ambito dei conti pubblici e rapporto con l’Europa.

Saltiamo a pie’ pari la parte iniziale, in cui Renzi riprende uno dei suoi logori slogan, “un euro in cultura, un euro in sicurezza”, che poi è quello che a noi italiani ha dato il bonus diciottenni e gli 80 euro alle forze di polizia subito dopo la strage del Bataclan. Altra reiterazione-preambolo, di tipo ossessivo-compulsivo, è questa:

«L’Italia chiede all’Europa di rispettare le disposizioni sul surplus commerciale che sono oggi totalmente disattese dalla Germania, creando un danno all’intero continente»

Qui lo abbiamo ripetuto sino alla nausea, e reiteriamo: la Germania, entro l’Eurozona, ha un surplus commerciale estremamente ridotto. Il grosso del surplus, a livello bilaterale, i tedeschi lo hanno con Usa e Regno Unito e, in Eurozona, con la Francia. Anche qui, sarebbe inutile reiterare che la Germania sta aumentando i salari a passo ben superiore a quelli degli altri paesi europei, che sta facendo spesa pubblica per integrazione dell’ondata migratoria, che se e quando il governo tedesco dovesse fare deficit spending, la reazione dei cittadini potrebbe essere quella di aumentare il tasso di risparmio (i tedeschi tendono a farlo), oppure ancora che, anche in caso di imponente programma di spesa per investimenti infrastrutturali, nulla garantisce che la ricaduta sulle imprese del resto d’Europa sarebbe un impulso espansivo. Poi, sarebbe anche utile considerare che parte dell’espansione del surplus di partite correnti tedesco, proprio perché extra-Ue, ha legame con l’indebolimento del cambio dell’euro degli ultimi anni.

La sintesi politica è che se Renzi insiste con questa canzoncina, porterà a casa il nulla.

Ma andiamo oltre: saltiamo sempre a pie’ pari tutta l’abituale reiterazione su Italia che non è studentessa svogliata d’Europa, sulle menate di Ventotene, sull’innovazione digitale, con la proposta di introdurre il coding dalle scuole dell’infanzia in una gigantesca campagna di “alfabetizzazione digitale”. Personalmente, dalle scuole d’infanzia introdurrei elementi di economia, ad esempio le curve di domanda e di offerta, ed il concetto di trade-off, che servirebbe a formare generazioni di cittadini che non si farebbero più truffare da politici che promettono loro burro e cannoni. Come che sia, questa “proposta” di Renzi ricorda molto quella delle tre i di Berlusconi: internet, inglese, impresa. Non c’è nulla di male in questa triade ed in questi punti programmatici, sia chiaro.

Veniamo alla polpa del manifesto renziano per l’Europa, i conti pubblici. Dopo Ventotene e Lisbona, Renzi arriva a Maastricht. Il preambolo è molto renziano:

«Per la mia generazione questa cittadina olandese dal nome difficilmente pronunciabile era sinonimo di austerità. Stare dentro i parametri di Maastricht sembrava un’impresa quasi impossibile, al punto che quando l’Italia raggiunse quel traguardo per molti fu festa grande. Oggi Maastricht – paradossalmente – ha cambiato significato. L’avvento scriteriato del Fiscal Compact nel 2012 fa del ritorno agli obiettivi di Maastricht (deficit al 3% per avere una crescita intorno al 2%) una sorta di manifesto progressista»

Renzi (ed il governo italiano, ma anche l’opposizione compatta) vogliono impedire che il Fiscal Compact, mai realmente entrato in vigore in cinque anni, assurga allo status di trattato europeo. Ci sarà tempo per i negoziati sulla ridefinizione dell’accordo. Quello che preoccupa, è che gli italiani abbiano deciso che il deficit è variabile indipendente dalla realtà.

Renzi in realtà rassicura che non è così, che lui vorrebbe solo più “flessibilità” (cioè più deficit), sino alle porte di Maastricht, cioè entro il 3% di deficit-Pil. Perché se così accadesse, almeno secondo Renzi, l’Italia tornerebbe a crescere a grandi falcate, e così facendo ridurrebbe il rapporto debito-Pil, che è l’unica cosa che conta per l’avvenire di un paese, o meglio per la sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Che l’Italia, malgrado la “flessibilità” ricevuta dalla Commissione Ue negli ultimi tre anni, non sia ancora riuscita a ridurre il rapporto debito-Pil, è dettaglio che Renzi non considera. Piuttosto, l’ex premier vuole un “patto” quinquennale con l’Europa, perché gli italiani hanno sempre un “patto” da chiedere all’Europa, come noto. E lo vuole in questi termini:

«Un accordo in cui l’Italia si impegna a ridurre il rapporto debito/Pil tramite sia una crescita più forte, sia un’operazione sul patrimonio che la Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia e delle Finanze hanno già studiato, sebbene debba essere perfezionata; essa potrà essere proposta all’Unione europea solo con un accordo di legislatura e in cambio del via libera al ritorno per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi cinque anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita La mia proposta è semplice: questo spazio fiscale va utilizzato tutto, e soltanto per la riduzione delle tasse, per continuare l’operazione strutturale iniziata nei mille giorni»

Quindi: 30 miliardi per tagliare le tasse e portare la crescita ad un livello superiore, tale da fare scendere il rapporto debito-Pil. Come “clausola di salvaguardia”, Renzi promette una grande operazione di liability management, con l’immancabile Cassa Depositi e Prestiti, di quelle che entrano a pieno titolo nella categoria “ingegneria finanziaria per disperati” e che negli ultimi anni si sono succedute copiose.

Dove casca l’asino, o meglio Renzi, in tutto ciò? Nel fatto di ignorare quella cosa chiamata ciclo economico. Spieghiamoci meglio: l’ex premier vuole inchiodare il deficit-Pil al 2,9% per almeno cinque anni, fregandosene di quella che sarà la crescita del Pil in quel periodo. Forse pensa che, per il solo fatto di “tagliare 30 miliardi di tasse”, il Pil italiano balzerà alle stelle e si autososterrà, proprio come il Barone di Münchausen si estraeva dalle sabbie mobili tirandosi per i propri capelli.

Purtroppo le cose non stanno in questi termini. Il deficit varia al variare delle fasi del ciclo economico. Si tratta del concetto di deficit corretto per il ciclo, che gli italiani faticano enormemente a comprendere, limitandosi a dire che “non è praticamente misurabile, signora mia”. Sarà anche vero, nel senso che la misurazione del cosiddetto output gap, cioè di quanto manca ad un paese per raggiungere il pieno impiego dei fattori produttivi, è un’arte più che una scienza. Ma ciò non inficia il concetto sottostante: se c’è recessione, il deficit tende a crescere rispetto al Pil.

Che accadrebbe, quindi, se nei prossimi cinque anni l’Italia venisse colpita da una recessione, e vi entrasse con un deficit-Pil già prossimo al 3%? Una cosa molto banale: che il rapporto scivolerebbe rapidamente verso il 4, il 5 o il 6%, e per mantenerlo al 2,9% saremmo chiamati a fare una manovra pro-ciclica, cioè restrittiva nel bel mezzo di una recessione. In quella circostanza, Renzi e quelli come lui inizierebbero a strepitare contro l'”Europa matrigna” che ci condanna alla depressione imponendoci di tirare la cinghia quando invece dovremmo allentarla. E si ripartirebbe dal via, col solito teatrino da commedianti italiani che è ormai ben noto alle cancellerie europee. Nel frattempo, il nostro rapporto debito-Pil sfuggirebbe di mano ed i mercati ci punirebbero, forse in modo letale.

Abbiamo una notizia per Matteo Renzi: il ciclo economico non è morto. Le recessioni possono ancora accadere. Ecco perché occorre, durante le fasi espansive, lavorare per ridurre il deficit. Si chiama approccio anticiclico ma è puro buonsenso. Incredibile come Renzi, circondato da valentissimi economisti che certamente tentano da anni di alfabetizzarlo in materia, non abbia ancora compreso quello che resta l’abc dei conti pubblici.

Renzi resta uno strano animale economico, al contempo keynesiano ma anche supply sider. Perché nei giorni pari vuole più deficit per “destinarlo tutto a riduzione delle tasse”, ma nei giorni dispari lui ed i suoi compari invocano la Golden Rule per poter togliere dal deficit-Pil gli “investimenti”. Che poi, conoscendo gli italiani, sarebbero mance spesa corrente ridenominata “investimento”. Ma forse Renzi resta soprattutto un italiano: la realtà è la sua più acerrima nemica e tende a giocare alle tre tavolette con gli interlocutori esteri.

Ecco perché gli italiani continuano ad autoingannarsi. Che lo faccia Renzi, Berlusconi o qualche giovanotto affetto da analfabetismo funzionale arruolato in qualche movimento aziendale, fa assai poca differenza sostanziale, anche se la forma può variare. Ecco perché, prima di “insegnare il coding alla scuola d’infanzia”, servirebbero fondamenti e rudimenti di economia già durante lo svezzamento.

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