Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Pro-ciclici a loro insaputa

in Economia & Mercato/Famous Last Quotes/Italia

In quello stagno dell’autoinganno che è la politica italiana, proseguono le onde prodotte dalla bislacca idea-spin di Matteo Renzi di chiedere alla Commissione Ue la possibilità di portare il deficit-Pil al 2,9% “per almeno un quinquennio”. A prescindere della congiuntura, pare. Una proposta da stato etilico che viene variamente commentata nel Bar Sport Italia. Oggi segnaliamo due reazioni del campo renziano, ad ennesima conferma che il leader più forte è quello che sa circondarsi di persone che, all’occorrenza, sanno dirgli “che cavolo stai dicendo, Willis?”

Ieri il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, è corso in soccorso di Renzi con una intervista a Repubblica  in cui ha fornito le sue peculiari motivazioni per rottamare il Fiscal compact:

«Nessun economista al mondo pensa di promuovere la crescita con politiche di austerità e parametri pensati in una stagione con poca liquidità e grande instabilità. Forse era necessaria per due o tre anni ma ora quella stagione è finita»

Delrio di formazione è medico, con specializzazione in endocrinologia. Forse per quello riesce a pronunciare una frase del genere, che sembra il prodotto di uno squilibrio ormonale. Dire che le regole fiscali che regolano l’Eurozona, tra cui Two Pack, Six Pack e Fiscal Compact erano “necessarie” durante una “stagione con poca liquidità e grande instabilità” è vagamente demenziale. Della serie: usiamo strumenti pro-ciclici, facciamoci del male. Tradotto, è come dire: se siamo in profonda recessione, abbiamo i tassi alle stelle da esplosione del premio al rischio, gli investitori internazionali fuggono a gambe levate, è giusto piazzare una bella stretta fiscale, che è tutta salute. Onorevole dottor ministro Delrio, sicuro di sentirsi bene? Ma queste sono le parole in libertà di politici disperati a rincorrere il loro leader, ormai sempre più fuori controllo.

Assai più problematico è il commento che trovate su L’Economia, dorso settimanale del Corriere, a firma di Tommaso Nannicini, componente della segreteria Pd ed economista. Aprire un dibattito per cambiare le norme fiscali non può essere considerato un tabù, afferma Nannicini. E sin qui, nulla quaestio. Ma bisogna vedere in che modo e direzione promuovere il cambiamento. L’economista bocconiano critica in particolare il meccanismo di calcolo dell’output gap, cioè di quanto disterebbe l’economia dal pieno impiego; calcolo che serve ad isolare la componente ciclica dell’economia, e di conseguenza valutare se il deficit è “troppo” o “giusto”. Questa stima è da tempo motivo di doglianza comunitaria da parte degli italiani, ma non solo di loro. Scrive Nannicini:

«Con tutto il rispetto per l’econometria (che insegno), siamo sicuri di voler affidare le nostre tasse ed i nostri investimenti ad una disputa metodologica?»

Non solo: per Nannicini il Fiscal Compact non deve divenire un trattato, perché questo equivarrebbe ad una camicia di forza sulla gestione della politica fiscale, causando quella che egli definisce un’insidiosa “deriva giudiziaria” della politica economica. Buon punto, a patto di precisare che le regole servono comunque, pur se non ipostatizzate ed evitando di assoggettarle ad interpretazione letteralista. Ed infatti, subito dopo Nannicini precisa due punti centrali: in primo luogo, che il no al Fiscal Compact non significa né deve significare “liberi tutti” sul deficit ma solo evitare regole “barocche” e che rischiano di essere una camicia di forza. Da questa argomentazione consegue la successiva:

«[…] superare il Fiscal Compact non vuol dire reclamare politiche pro-cicliche per l’Italia. I margini di discrezionalità fiscale che dovessero crearsi andranno usati in base agli andamenti dell’economia. Negli ultimi tre anni, il nostro paese ha compiuto uno sforzo incredibile di riforme strutturali, rispettando nello stesso tempo le regole europee e dimezzando le procedure d’infrazione. Non possiamo accettare la caricatura che qualcuno ancora fa di un paese ripiegato su stesso, che non sa far altro che spendere in disavanzo. La crescita potenziale dipende dalle riforme strutturali, dagli investimenti (in primis in capitale umano) e dall’aggiustamento che saprà fare il nostro tessuto produttivo. Ma ciò non toglie che in certi frangenti servano politiche congiunturali in grado di dare ossigeno a famiglie e imprese. Nessuno propone di fare politiche pro-cicliche, ma di riappropriarsi di politiche anti-cicliche senza le quali la ripresa rischia di rallentare e le riforme di impantanarsi»

Ottimo, condividiamo. Ma se Nannicini facesse un piccolo sforzo, scoprirebbe che da almeno un paio d’anni l’Italia sta usando le politiche fiscali esattamente in senso pro-ciclico, cioè allenta la disciplina di bilancio proprio durante una ripresa. Conosciamo l’obiezione successiva: “se ti riferisci al deficit corretto per il ciclo economico, ho appena detto che la metodologia dell’output gap, che quel concetto sottende, è sbagliata”. Okay, prendo atto. Ma prendiamo anche atto che l’unico elemento che conta per valutare l’efficacia della politica economica di un paese, è il rapporto debito-Pil. E che quel rapporto, ad oggi, non sta calando, malgrado la ripresa abbia preso velocità. Quindi i conti non tornano.

Se e quando vedremo calare quel rapporto, come sta accadendo in Spagna (meno 3% in due anni, pur avendo addirittura un deficit primario), potremo dire che la nostra politica economica sta andando nella direzione giusta, che la nostra stance fiscale è corretta e virtuosa e nessuno deve quindi romperci le palle con nuove strette. Sino a quel giorno, resta il punto: la nostra crescita è insufficiente e siamo a rischio dissesto, alla prossima recessione. Inutile che Renzi continui a ripetere ossessivamente che “la curva del debito sta calando”: al momento, non è vero. Nel suo commento, Nannicini riesce nell’impresa di assecondare la richiesta assurda di Renzi pur affermando che non si deve perseguire una politica fiscale pro-ciclica né sbracare sulla medesima. Che invece è esattamente quello che Renzi sta chiedendo. A leggere il commento dell’accademico bocconiano, si viene colti dall’impressione di un esercizio di ardua scalata di una parete di vetro, anche qui pur di non dire al suo segretario che ha proposto un’emerita minchiata.

Ma a parte queste mie considerazioni, che farebbe Nannicini per sostituire l’attuale set di norme fiscali europee? Questo:

«L’obiettivo di tornare a Maastricht, cioè a regole semplici, deve essere accompagnato dall’accelerazione verso una vera Unione fiscale per l’Eurozona. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici, usando come garanzia flussi futuri di gettito fiscale ceduti dai paesi aderenti. Questo significa cedere sovranità. Ma cedendola a una politica europea che superi la logica intergovernativa»

Tutto molto bello, senz’altro, inclusa la cessione di gettito fiscale a garanzia implicita di mutualizzazione e trasferimenti fiscali. Quello che Nannicini non dettaglia, è che per fare questo serve un ministro delle Finanze dell’Eurozona, e che la cessione di sovranità deve necessariamente spingersi alla politica fiscale ed più in generale a quella economica, con necessario contrappeso democratico. Non basta dire “torniamo a Maastricht, vi cediamo parte del nostro gettito fiscale e voi in cambio ci lasciate liberi di fare deficit quando e come vogliamo”. Troppo facile, troppo comodo. Voi ve li vedete, i politici italiani, con un ministro delle Finanze europeo (magari tedesco, o francese) che impone loro la scrittura della legge annuale di bilancio? Avremmo urla di attentato alla patria e richieste di dirigersi sulle colline per apprestare la Resistenza. Perché mutualizzazione ed unione fiscale è quello, nulla di differente.

Se si comprendono le assurdità di Delrio, a sostegno del Renzi turista di Maastricht, assai meno si comprende la superficialità con cui un accademico come Nannicini accorre in soccorso del suo confuso leader, alzando una cortina fumogena di argomentazioni che hanno scarsa coerenza interna. E questa, ad umile giudizio di chi scrive, è la cosa più preoccupante: non saper segnalare al proprio leader politico quando ha detto una sciocchezza.

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