Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La crescita del Pil italiano ed i nuovi comici

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Oggi corre obbligo di commentare il dato preliminare di Pil del secondo trimestre, sia in Italia che in Europa ed Eurozona. Perché si tratta di un dato forte, per tutti (anche se ognuno a modo proprio), come non se ne vedeva da tempo immemore, e che finalmente riporta un po’ di sereno in una regione che negli ultimi dieci anni di momenti di serenità ne ha vissuti assai pochi.

La crescita europea c’è, da svariati trimestri, ora sta accelerando. Avvolge pressoché tutti i paesi, sia pure con magnitudine differente. Le rilevazioni trimestrali sembrano prese alla sprovvista da questa spinta, al punto che emergono qui e là delle anomalie statistiche, che vengono poi corrette, per ora senza intaccare il trend di fondo. Questo è accaduto al Portogallo questo trimestre, dopo l’incredibile crescita dell’1% trimestrale dei primi tre mesi dell’anno, e probabilmente accadrà all’Olanda, che questo trimestre ha una crescita congiunturale (cioè in un solo trimestre) pari ad un “folle” 1,5%.

L’Italia cresce ancora dello 0,4% trimestrale, per il terzo trimestre di fila ed il decimo consecutivo di segno positivo. L’accelerazione ci porta ad un +1,5% tendenziale, con un acquisito per il 2017 di +1,2%. In altri termini, se i due restanti trimestri dell’anno avessero crescita zero, cresceremmo comunque dell’1,2%. La notizia è certamente positiva, ma va contestualizzata.

Intanto, cosa ormai banale, l’Italia cresce meno dei paesi con i quali si confronta. Da sempre. Ci sono motivazioni strutturali dietro questa evidenza, tra cui quelle demografiche ed anche l’insufficiente sviluppo della produttività. Nessuno di questi due elementi è un dato immutabile, anche se l’inerzia è elevata. A poco e nulla serve dire che cresciamo meno di altri perché la nostra spesa pubblica è vincolata dal percorso di risanamento. Questa è una lettura non tanto keynesiana quanto da identità contabile. La spesa pubblica ha una componente qualitativa da cui non si può prescindere. Detto in termini più pratici, è possibile buttare soldi pubblici nello sciacquone, e danneggiarsi la crescita di lungo periodo, oppure usare quei soldi per porre le basi di un salto qualitativo.

Altro punto, su cui occorre battere: nessun paese è una monade, neppure la Corea del Nord. La spinta espansiva congiunturale avvolge tutti, chi più e chi meno. Dire, come fanno i soliti gruppettari con fischietto e sciarpa, che “ai tempi del governo Monti il Pil si contraeva del 2% ed oggi cresciamo di 1,5%, guarda un po’!”, è classica argomentazione per analfabeti economici, oltre che per curve di tifosi.

L’Italia cresce (poco oltre il suo potenziale, diremmo) grazie a questo “risucchio” congiunturale, a cui partecipa con le proprie imprese manifatturiere e con una domanda interna meno catatonica che in passato, grazie anche ad una posizione fiscale che da tre anni è lievemente espansiva. Il punto vero sarà capire quanto di “strutturale” c’è in questa espansione italiana. La storia recente ci dice che il nostro paese cresce meno dei nostri concorrenti durante le espansioni, e si contrae di più in recessione. A questo giro servirà capire se abbiamo rotto la tradizione.

Altro punto dirimente è l’evoluzione del rapporto debito-Pil: se la nostra crescita nominale sarà sufficientemente robusta da eccedere il costo medio del debito pubblico, quel rapporto fletterà, e potremo dire che siamo sulla strada giusta. Se e quando ciò accadrà, dovremo tuttavia preoccuparci che le risorse fiscali liberate non vengano catturate dalle termiti solidali di cui questo paese sovrabbonda, a destra e a manca, e gettate nella fornace al grido “abbiamo il tesoretto!”. Ma a questo penseremo se e quando la fausta ipotesi si avvererà.

Non si deve poi scordare che la crescita, in altri paesi, si sta traducendo in sensibili riduzioni delle metriche di deficit e soprattutto di debito. Da noi ciò non si sta ancora verificando, e questo è il nostro limite e rischio più evidente. Alla crescita del settore privato, ed alla voce investimenti, sta contribuendo certamente anche l’incentivazione nota come “iperammortamento”, per lo sviluppo tecnologico e la digitalizzazione, promossa dal governo. Anche qui, si tratta di arma a doppio taglio: da un lato abbiamo, almeno in teoria, investimenti che innalzano stabilmente la produttività e ci pongono in condizioni paritarie con i concorrenti; dall’altro si tratta comunque di anticipazione di investimenti futuri, per cui c’è il rischio non lieve di “sbornia” con successiva emicrania e blocco degli investimenti. L’equilibrio tra queste due dimensioni dirà se la nostra ripresa è sostenibile ed in grado di autoalimentarsi in modo virtuoso oppure se siamo di fronte alla riedizione 4.0 delle “leggi Tremonti”. Appuntamento al primo settembre per la disaggregazione del dato di crescita italiana del secondo trimestre.

Poi ci sarebbe l’incognita del cambio euro-dollaro, oltre che quella della progressiva fuoriuscita dal QE della Bce ma di quelle si è già ampiamente detto. La sintesi è presto fatta: questo dato di crescita è ancora nell’ambito congiunturale, i nostri colli di bottiglia sono pressoché tutti ancora presenti, l’ipoteca della fragilità estrema della nostra finanza pubblica è ancora lì. Per ora siamo risucchiati in questa notevole euro-crescita, il futuro dirà quanto effimera, soprattutto per noi.

Nel frattempo, possiamo trascorrere il tempo divertendoci con alcune “analisi” della nostra crescita provenienti da quello che resta il maggior serbatoio di comici di questo paese. L’era in cui la crassa ignoranza viene elevata a segno distintivo delle carriere politiche è stabilmente tra di noi. Non era facile andare oltre il pensiero magico e le correlazioni spurie che già infestano la nostra dichiarazia, ma c’è chi ci sta riuscendo. Ma sarà dura mantenere il primato della comicità, con assai temibili concorrenti dall’altra parte della barricata. Mettetevi comodi e godetevi lo spettacolo. Noi cercheremo di fare analisi e restare seri.

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