Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il cugino di Spagna

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Di tutte le leggende metropolitane che fanno da metronomo all’orchestrina del Titanic Italia, la strana fascinazione per la Spagna pare essere una costante. Già anni addietro Matteo Renzi portò Madrid a modello per un breve periodo, prima di sbarcare a Chigi, per poi tornare rapidamente sui suoi passi e sentenziare che loro stavano comunque peggio e, più di recente, che crescevano solo grazie al loro deficit, altro italico tormentone privo di base fattuale, come ribadiremo tra poco. Questo fine settimana, durante il tradizionale momento-tartina a Cernobbio, due leader dell’opposizione, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si sono cimentati col miraggio spagnolo, ed hanno prodotto il loro pensoso temino. Ovviamente privo di legami con la realtà.

Per comprendere il senso, bisogna partire dal presupposto che oggi praticamente tutti i politici italiani chiedono più deficit, per fare i leggendari “investimenti”, che nella loro percezione comprendono praticamente tutto, meglio se spesa corrente. Investimenti in mance, in pratica. Non stupisce quindi che Di Maio abbia dichiarato di “ispirarsi” al premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha fatto le leggendarie riforme strutturali e convinto Bruxelles a fare sconti sulla flessibilità. Di Maio ignora (attività in cui notoriamente eccelle) cosa sono state le “riforme strutturali” in Spagna, ad esempio sul mercato del lavoro. In questa sua ignoranza trova fertile terreno nell’audience a cui si rivolge, fatta di gente con la memoria di un pesce rosso in ipossia. Per aiutare Di Maio ed i suoi referenti, proponiamo una rilettura del marzo 2012, con i dettagli della riforma spagnola del mercato del lavoro, al cui confronto il nostro Jobs Act, con l’abolizione dell’articolo 18, è una gita di boy scout sotto sedazione. Tempo perso ricordare questi dettagli, ma proviamoci.

Anche Salvini a Cernobbio è caduto nella trappola spagnola, con questa frase:

«Come ho educatamente ricordato, due anni fa sono stato guardato come un marziano perché contestavo l’austerità che uccide i paesi. E oggi, la Spagna cresce portando il deficit al 5%»

Anche qui, siamo di fronte a bullshit ricorrente del “dibattito” pubblico italiano. Il rapporto deficit-Pil spagnolo è in costante riduzione in termini assoluti. “Portare il deficit al 5% di Pil” significa suggerire che il deficit è stato aumentato, e che a tale aumento è conseguita la crescita. È vero che la posizione fiscale spagnola nel 2016 è risultata espansiva, come del resto quella italiana (basta guardare il deficit-Pil strutturale), ma in nessun caso si è trattato di “portare il deficit al 5% del Pil”. Risulterebbe peraltro utile essere consapevoli che il rapporto tra spesa pubblica e Pil, per la Spagna, è in calo ininterrotto dal 48,1% del 2012 al 42,4% del 2016. Ovviamente i nostri eroi invertiranno agevolmente il flusso causale, dicendo “beh, per forza, la spesa cala perché aumenta il denominatore!”, e così via. Siamo italiani, siamo riusciti a mandare in vacca il fact checking e persino la Var sui campi di calcio, del resto.

Che altro dire, di Di Maio? Quello che avete già letto pressoché ovunque, in queste ore, e cioè che il M5S tiene il referendum sull’euro come “leva negoziale” in caso la cattiva Ue non ci permettesse di aumentare il deficit a nostro piacimento. Un giorno ripenseremo a questa grottesca ed infinita stagione italiana, e forse riusciremo anche a riderne, non prima di aver fatto una seria riflessione sulla bancarotta del sistema scolastico italiano.

Per chi fosse interessato a quanto accade realmente in Spagna, un rapido sguardo ai dati di Pil del secondo trimestre. Crescita reale trimestrale dello 0,9%, annuale del 3,1%. La disaggregazione del dato trimestrale mostra che l’espansione è stata guidata dai consumi, che con un +0,7% trimestrale hanno contribuito allo 0,4% di crescita. L’export netto a differenza dell’Italia, ha contribuito per lo 0,3% trimestrale. La voce scorte ha sottratto marginalmente. Per gli appassionati della “dottrina Fortis”, che poi sarebbe quella secondo cui “loro crescono più di noi ma solo perché fanno spesa pubblica, signora mia”, è utile sapere che la spesa pubblica ha fornito contributo pressoché nullo alla crescita spagnola del trimestre.

Altro dato: nel trimestre, il costo del lavoro per unità di prodotto è ancora in calo, dello 0,4% annuo, la radice della competitività spagnola, e la produttività per ora lavorata cresce dello 0,3% annuo. Mentre gli investimenti non forniscono nel trimestre una spinta rilevante alla crescita spagnola, con l’eccezione del settore delle costruzioni, che mostra quei segni di ripresa che in Italia continuano a mancare, i servizi stanno dando un contributo senza precedenti all’export soprattutto grazie al turismo, con spesa dei non residenti in aumento annuo del 9,8%. Ma non di solo turismo si tratta, visto che l’export di servizi non turistici è cresciuto del 5,9% annuo nel secondo trimestre.

Che dire, quindi, per tornare allo stagno italiano ed alla nostra dichiarazia malata? Che la fiaba della Spagna che cresce a deficit è, appunto, una fiaba. Se poi qualche nostro parolaio disinformato, o più propriamente ignorante, volesse spingere il proprio patetico provincialismo agli estremi, ecco un bel programma di governo al grido “facciamo come la Spagna”: eliminazione dei contratti collettivi settoriali e decentramento in azienda di tutto quello che è contrattabile. E se non ci credete, chiedetelo a vostro cugino di Spagna.

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