Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Macron e la Grand Strategy per la Potenza Europa

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Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha illustrato in un lungo discorso tenuto alla Sorbona la sua lista dei desideri per l’Europa che verrà. Si tratta di enunciati di larga massima, pressoché privi di indicazioni operative, e non poteva essere altrimenti. Il punto centrale è che la “Nuova Europa” di Macron potrebbe effettivamente essere una struttura a più velocità o cerchi concentrici, con non poche criticità. Ma obiettivo ultimo pare essere la creazione di un mega-blocco geostrategico, meno policentrico di quello attuale.

“Sono venuto a parlare d’Europa. Ancora!, diranno alcuni. Dovranno abituarsi perché continuerò, perché è questo che ci dà un futuro”, ha esordito Macron. Ha proseguito senza entrare nei dettagli. Non ci sono cifre né funzioni per il budget comune europeo né mansioni puntuali per il ministro delle Finanze comunitario, né la demarcazione dell’accentuato controllo democratico che il parlamento europeo dovrebbe svolgere in questa circostanza. Meglio non turbare i tedeschi e la loro opinione pubblica, soprattutto nelle more della non facile gestazione del quarto governo Merkel, con un liberale al posto di Wofgang Schaeuble.

Macron ha tuttavia molto chiaro un punto: la Ue deve “proteggersi” dalle minacce esterne rappresentate dalle altre grandi potenze economiche. La scala della competizione globale costringe alla creazione di campioni continentali, rendendo piuttosto patetica la dimensione nazionale. L’aggregazione Siemens-Alstom nel ferroviario va esattamente in questa direzione: contrastare la potenza planetaria dei cinesi di CRRC e giunge, per coincidenza, nel giorno in cui gli Stati Uniti schiaffano un mega-dazio sugli aerei di Bombardier in nome e per conto di Boeing, segnalando a Canada e Regno Unito che il futuro appartiene alle iper-potenze commerciali-industriali-militari e non a singoli paesi, per quando smart.

Anche il contrasto delle pratiche elusive delle Over The Top americane, che è parte del programma elettorale di Macron (in cui si punta proprio alla tassazione del fatturato) è realizzabile entro la cornice di un blocco economico che abbia massa d’urto, non certo perseguibile velleitariamente da un singolo paese. Senza dimenticare la potenza planetaria dell’Antitrust comunitario, che conosciamo dai tempi dell’epica di Mario Monti versus Microsoft, e che oggi Margrethe Vestager sta rinverdendo contro Apple e Google.

Dovremo dire addio al romantico liberalismo delle concorrenze più o meno perfette, che esiste solo nei libri di testo della scuola neoclassica, sostituita da lotte tra mega-blocchi geopolitici, in cui un sistema stato-imprese lascia indisturbati gli oligarchi alla guida e di quando in quando si occupa e preoccupa anche della forza lavoro, con piccole redistribuzioni, per evitare pericolose rivolte sociali. In Europa è quindi fatale superare la dimensione nazionale, di fronte a questa evoluzione del quadro competitivo globale. Verosimile che anche i tedeschi abbiano chiaro il concetto, soprattutto nel momento in cui Trump rischia di essere l’avanguardia di questo tipo di dinamiche, basate su rapporti di forza e do ut des spesso extraeconomici.

Macron pare puntare al depotenziamento della Commissione Ue, riducendone gli effettivi a soli 15 membri contro i 28 attuali. Istanza su cui potrebbe convergere la Germania, pur se per motivazioni del tutto differenti. Il presidente francese, come noto ed evidente già dai tempi della campagna elettorale, vuole che la Francia riagganci la Germania come performance economica, per vincere le resistenze tedesche alla rinascita di un direttorio Parigi-Berlino che sia basato anche sui fondamentali economici e non appaia solo come anacronistica tutela politica francese sulla Germania. Anche qui, servirà capire se i tedeschi vorranno diventare più assertivi sul palcoscenico globale oppure se tenteranno di perseguire solo la loro visione commerciale e mercantilista. Data l’evoluzione del quadro geopolitico, difficile che questa seconda strada possa restare percorribile a lungo.

Ben più controversa è la proposta macroniana di armonizzare le basi imponibili e contributive a livello europeo. Gli stati che fanno della competitività fiscale (spesso non proprio ortodossa) la propria leva strategica, non accetteranno mai. Ed è difficile che possa accettare anche un governo tedesco come quello che potrebbe vedere la luce tra qualche settimana. A meno che l’entente Macron-Merkel per creare il superstato dei campioni continentali porti a vincere queste resistenze, con le buone o con le cattive. Ma qui restiamo nell’ambito del futuribile.

La stessa idea di Macron di arrivare finalmente a dar vita all’esercito europeo, per non essere esposti ai capricci di “potenze straniere” come gli Usa tramite la Nato va nella direzione del nuovo rapporto tra blocchi, oltre che di produrre una potente iniezione di domanda aggregata nel sistema economico. Qui le resistenze verranno dai paesi dell’Est, che guardano con crescente sospetto a quello che viene deciso e discusso nella parte occidentale della Ue, e per i quali l’ombrello Nato contro la Russia resta imprescindibile.

Discorso analogo per la riforma della Politica Agricola Comune vagheggiata da Macron senza alcun dettaglio, e che vede ad esempio la rurale Polonia tra i maggiori beneficiari dei trasferimenti intracomunitari. La creazione di una sorta di “tariffa” comunitaria sulle importazioni di energia extra Ue rappresenta una sottile forma di protezionismo ed anche una fonte di gettito spendibile per progetti “sociali”, magari destinabili a cooperazione internazionale, dove l’Europa sta già perdendo l’Africa per mano dei cinesi. Ma anche in questo caso i paesi dell’Est europeo si opporranno con forza, perché l’incidenza dei costi energetici sulle loro economie è ben maggiore rispetto ai più sviluppati paesi dell’Ovest Ue.

In sintesi: Macron promuove una visione realista del confronto tra grandi blocchi geoeconomici e strategici, destinato ad accentuarsi negli anni a venire. La creazione di una “Potenza Europa” serve ad evitare di trovarsi schiacciati tra gli Usa e la Cina, oltre che per giocare un ruolo attivo inserendosi nel confronto tra queste due macro-aree. Se Macron riuscirà nella sua impresa, avrà cambiato profondamente il destino dell’Unione europea, attualizzandolo alle mutate condizioni del contesto globale. Ma per giungere a questo obiettivo è ovviamente imprescindibile avere a bordo la Germania, soprattutto nel caso fosse necessario (pressoché inevitabile, per dirla tutta) vincere le resistenze dei paesi “minori” in Europa. Quella di Macron è dunque una Grand Strategy, nel senso geopolitico del termine. Una sfida formidabile e ad altissimo rischio di fallimento, vista la numerosità dei player presenti in Europa.

Quello che tuttavia emerge da questa visione (che sono certo starà suscitando orrore in molti tra voi alla lettura) è che singoli paesi avranno margini di manovra ed autonomia sempre minori. Potranno forse restare formalmente “autonomi” rispetto ad un quadro di alleanze economiche e politiche ma la realtà sarà ben altra, e la loro associazione alla macro-area di appartenenza, con le buone o con le cattive, sarà nell’ordine naturale delle cose. Non una buona notizia per il Regno Unito e le sue velleità di battitore libero post Brexit. Ma neppure buone notizie, ad esempio, per la Svizzera, la cui “indipendenza” è già oggi più formale che sostanziale, visti gli accordi bilaterali con la Ue, la cui cogenza è destinata a crescere col passare del tempo.

Benvenuti nel mondo dei mega-blocchi.

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