Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Giù le mani dalle valorose sofferenze bancarie italiane

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Non si può mai stare tranquilli, signora mia. Non abbiamo neppure fatto a tempo a rallegrarci col presidente dell’Abi per il taglio netto delle sofferenze del sistema bancario italiano (conseguito con modalità non esattamente esaltanti ma son dettagli), che subito quei cattivoni della vigilanza Bce tornano alla carica per infliggerci nuove emicranie sullo stesso tema. E subito scatta la difesa patriottica del nostro prodotto tipico, il non performing loan, a cui qualcuno dei nostri eroi vorrebbe fosse assegnata la protezione d’origine, come la mozzarella di bufala.

Tutto è iniziato a fine settembre, quando la presidente del Supervisory Board della Bce, Danièle Nouy, ha preconizzato un futuro fatto di concentrazioni bancarie, sulla spinta delle nuove tecnologie ma anche conseguenza di una concorrenza così accentuata da mettere molte banche in condizione di non riuscire più a guadagnare neppure il loro costo del capitale. Nella circostanza, Nouy ha precisato che il ruolo della vigilanza nel processo di consolidamento bancario sarebbe “limitato”. Ma ciò non è servito ad evitare che qualche giornale italiano scrivesse, pavlovianamente, che “L’Ue ordina: distruggete le piccole banche”. Che pare un titolo da B-movie italiano degli anni Settanta, del tipo “La malavita spara, Milano è indifesa”. E vabbè, ognuno fa cabaret con il repertorio di cui dispone.

Nei giorni successivi, Nouy ha annunciato un’innovazione, che andrà in pubblica consultazione: un arco temporale massimo per liberarsi delle sofferenze. Secondo quanto riportato oggi sul Sole da Luca Davi e Marco Ferrando, l’idea sarebbe quella di applicare sulle nuove sofferenze (non quindi sullo stock di pregresso) un criterio che preveda una durata massima di due-tre anni per gli Npl su crediti non garantiti e di sette anni per quelli garantiti. Trascorso il quale, il valore di bilancio dei crediti dovrebbe essere azzerato. L’iniziativa deriva dall’esigenza di uniformare i criteri in Europa, e viene assunta in un periodo di espansione economica per non risultare pro-ciclica.

Di fatto, questo sarebbe una sorta di calendar provisioning, che richiede accantonamenti pressoché lineari e comunque su archi temporali definiti. Apriti cielo: fulminea, è scattata la reazione dei nostri patrioti, quelli che dietro ogni angolo di strada vedono un complotto franco-tedesco per demolire il sistema bancario italiano. In realtà, l’iniziativa punta come detto ad omogeneizzare le prassi valutative in Europa ma soprattutto a spingere le banche ad attivarsi al proprio interno nella gestione delle sofferenze, esattamente come solennemente auspicato dai nostri maggiori cosiddetti regolatori, Consob e Bankitalia. Ma niente da fare: è un attentato ai nostri prodotti tipici, un vile tentativo di impedire di goderci i clamorosi successi che l’inventiva italiana ha colto nella gestione dei crediti deteriorati, a colpi di decine di miliardi di euro di maggiori oneri di sistema e per i contribuenti, in futuro.

Come sempre, in questa difesa dell’italianità svetta Angelo De Mattia, il prolifico editorialista ed ex banchiere centrale, braccio destro di Antonio Fazio negli anni ruggenti del Sacro Tempio di Bankitalia. Il quale ha intinto la penna nel calamaio e vergato il suo sdegnato commento per pubblicazione su Mf, altro noto house organ dei banchieri italiani. Il giornale che, ad ogni criticità bancaria continentale ribatte “e i Level 3 tedeschi, allora?”, un po’ come a suo tempo si esclamava “e i marò?”. Oggi De Mattia strepita contro le vendite affrettate (e capirai, sarebbero solo sette anni per i crediti garantiti, un battito di ciglia!), che porterebbero niente meno che ad inondare il mercato, con grave sacrificio di prezzo. Poco importa che il nuovo regime si applicherebbe solo sui nuovi flussi di sofferenze, per De Mattia: lui in questa regolazione vede solo l’ennesima riproposizione del “rigor mortis” (sic).

Bei tempi, quando le sofferenze potevano stare a bilancio a oltranza, con svalutazioni lasciate al buon cuore dei banchieri e della loro politica di bilancio. Ora questi cattivoni della Ue ci vogliono aggredire sempre e soltanto sui nostri Npl! De Mattia punta poi il dito sulla Ue che non ha voluto istituire la bad bank comunitaria. Davvero degli aguzzini, questi paesi europei: non vogliono sussidiare per decine di miliardi le banche italiane: dove andremo a finire, signora mia? E manco va bene il fatto che la guardinga proposta di Nouy sia espressamente avanzata in un periodo di ripresa, quindi non sarebbe pro-ciclica (non lo sarebbe/sarà comunque, ma questo è altro discorso). De Mattia riesce ad argomentare a questo barocco modo:

«Poiché si è detto, anche in chiave critica, che le restrizioni vanno introdotte non nelle fasi di crescita asfittica o addirittura di recessione ma in quelle di rilancio in funzione anticiclica, ecco che si cerca di approfittare dei germogli della ripresa, mentre perdura un tasso di inflazione lontano dal livello coerente con la stabilità dei prezzi, per una stretta regolamentare e una spinta più forte alla riduzione dei crediti deteriorati. La conseguenza è che del rigorismo si finirebbe con il subire due volte le conseguenze, una prima nel pieno della crisi finanziaria, una seconda ora che si ritiene più agevole agire sulla normativa e gli Npl. Insomma, quale che sia la condizione dell’economia, il rigor mortis trova sempre qualche ragione per imperversare, costi quel che costi»

Quindi: no ad interventi durante la crisi, no ad interventi durante la ripresa. Le sofferenze bancarie sono nostre e le gestiamo noi, come avrebbero detto le femministe d’antan. A differenza della pubblicità del caffè Crema & Gusto, non è mai il momento giusto per toccare gli Npl italiani, in sintesi. E quando entrerà in vigore, con tutte le gradualità del caso, il principio contabile internazionale IFRS9, che chiede alle banche di effettuare rettifiche su crediti in funzione della previsione di perdite, vedrete che De Mattia tornerà ad inalberarsi. Solo che in quel caso non potrà incolpare la Ue. Se invece i nostri patrioti, anziché esigere sussidi europei manco fossimo i vocianti lavoratori socialmente utili del continente, cercassero di guardare al di là del loro naso allungato da lustri di bugie, forse comprenderebbero che si potrebbe anche cogliere l’opportunità per accelerare le procedure giudiziarie di recupero crediti. Ma troppo difficile, rispetto al piagnisteo italiano ed alla invocazione “e gli altri, allora?” A noi son le nostre “specificità”, ad averci fottuto.

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