Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Rai, la pubblica amministrazione che non lo era. O forse sì

in Contributi esterni/Economia & Mercato/Italia

di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

nel Paese che fu la culla del diritto, la certezza del diritto si traduce ormai nella certezza che il diritto stesso non verrà applicato a qualche privilegiato. Ed è altresì certo che l’eccezione spunterà fuori da una norma come il coniglio dal cilindro di un prestigiatore: il legislatore nazionale è uso anche a questo ruolo.

Lo specifico riferimento è alla concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo, cioè la Rai, della quale trattai per la prima volta su questi pixel un anno fa circa. Nel secondo post sul medesimo tema affermai che la vicenda pareva una telenovela. Il presente scritto ne è, quindi, la terza puntata. Intanto, riassumo quelle precedenti.

Nel settembre 2016, la Rai venne inserita dall’Istat nel novero delle P.A., in base a criteri di natura statistico-economica previsti dal Sistema europeo dei conti (Sec 2010). Fu, pertanto, un’inclusione obbligata. I vertici della Rai lamentarono che il nuovo status, con i conseguenti paletti a spese e acquisti sanciti per ogni amministrazione dello Stato, l’avrebbe svantaggiata nella competizione sul mercato.

Tacquero, ovviamente, sulla circostanza che in quella competizione la Rai era più che avvantaggiata rispetto a qualunque altro partecipante, in quanto il canone pagato dai possessori di apparecchi televisivi sussidiava parzialmente anche i programmi svolti in concorrenza; parimenti, omisero di sollecitare la delimitazione tra servizio pubblico ed attività diverse e, dunque, la distinzione fra le rispettive fonti di finanziamento.

All’epoca fui facile profeta nel dire che, comunque, si sarebbe trovato l’escamotage giusto per esentare la Rai al regime cui sarebbe stata automaticamente sottoposta; già nel marzo 2016, peraltro, era stata sottratta all’applicazione di norme del codice dei contratti pubblici. Andò come previsto: il decreto c.d. Milleproroghe di fine 2016 differì di un anno l’estensione alla Rai delle regole “finalizzate al contenimento di spesa in materia di gestione, organizzazione, contabilità, finanza, investimenti e disinvestimenti”, vigenti per le altre P.A. Nel frattempo, coerentemente con l’inclusione della Rai tra le P.A., ma incoerentemente con l’esclusione della Rai dal regime delle P.A., la legge di riforma dell’editoria aveva stabilito che anche ad essa, come a ogni ente pubblico, si applicasse il limite stipendiale di 240.000 euro annui.

La schizofrenia fin qui descritta si manifestò in modo più evidente nell’aprile 2017, quando il consiglio di amministrazione della Rai, pur in attesa di pareri dei ministeri competenti, sancì che il predetto limite valesse anche per i compensi degli artisti: cioè per un settore ove l’azienda opera in concorrenza, alla stregua di un soggetto privato, e ove pertanto il limite previsto per chi lavora nelle amministrazioni dello Stato sembra non avere senso. Insomma, il “bailamme” totale. Si sarebbe potuto esigere finalmente una chiara definizione delle due anime dell’emittente. E invece niente. Si preferì aspettare che qualche deus ex machina risolvesse l’inestricabile matassa di norme scoordinate. Queste le puntate precedenti.

Nel giugno 2017, il deus si materializzò ancora sotto forma di consiglio d’amministrazione Rai, il quale – forte di un parere dell’Avvocatura di Stato – deliberò che i compensi per prestazioni di natura artistica, cioè quelle “in grado di offrire intrattenimento generalista oppure di creare o aggiungere valore editoriale“ (espressione che vuol dire tutto e non vuol dire niente) potessero superare il famoso “tetto”, purché in modo motivato e nel rispetto di parametri determinati: ciò per “salvaguardare la necessità di stare sul mercato continuando a svolgere al meglio la missione di servizio pubblico”.

La delibera del consiglio servì così il solito fritto misto: anziché chiedere che il servizio pubblico fosse separato da Domeniche in, festival di canzonette e pacchi vari, preferì ostentare un palese rigore con la regola del “tetto”, salvo eccezioni per le star del piccolo schermo. Ma quali sono, in concreto, tali eccezioni (quelle ulteriori rispetto a un paio di casi alla ribalta)? Ah saperlo! Perché, quanto a (mancanza di) trasparenza, gli artisti Rai godono di uno status privilegiato: le informazioni sui loro compensi non vengono divulgate, al fine di evitare “una evidente asimmetria nel settore televisivo“.

Conseguentemente, restano ignote pure le motivazioni con cui le eccezioni – in base all’ultima delibera del consiglio d’amministrazione, come detto – devono essere giustificate. Dunque la Rai, pur qualificata come P.A. e soggetta al decreto c.d. Trasparenza, non deve rendere pubblicamente conto di tutto quanto spende. Riassumendo: si fissa la regola del limite ai compensi, tagliati pure di un tot per cento, vi si deroga alla bisogna in un’aura di riservatezza e il gioco è fatto. Nel frattempo, il consigliere Anzaldi ha presentato un esposto alla Corte dei Conti sul pluricitato “tetto”: il seguito alle prossime puntate.

Ma la terza, intanto, non è ancora finita. Riprendiamo una delle fila della trama: l’anno di sospensione per la Rai ex Milleproroghe 2016 è quasi trascorso; la Rai resta una P.A., e a questo non c’è scampo; cosa inventarsi, allora, per porla al sicuro dai vincoli che stringono le altre amministrazioni? Ecco sbucare il solito coniglio dal solito cilindro del solito prestigiatore.

La Rai resta una pubblica amministrazione, ma con la prossima legge di bilancio pare verrà esentata dal regime di contenimento delle spese e dallo split payment cui sono sottoposte tutte le altre. Come si giustifica questo trattamento di favore? Con l’esigenza di evitare che la concorrenzialità risulti danneggiata (sembra sia espressamente scritto nella relazione tecnica alla legge). Ma non avevano detto che la Rai, dal settembre 2016, è obbligatoriamente una P.A.? Certo, questo è il contenitore.

Tuttavia dentro non c’è quasi più niente, perché – ricapitolando – alla Rai NON si applica codice dei contratti pubblici, spending review e split payment. Ma stiamo sereni – è il caso di dirlo – perché invece continua ad applicarsi il “tetto” dei 240.000 euro annui anche ai compensi degli artisti, salvo eccezioni, quelle delle quali non si ha evidenza alcuna e che, dunque, possono essere copiose.

In conclusione, il regime giuridico della P.A. per la Rai è stato reso una zucca vuota e, come in ogni fiaba che si rispetti, qualcuno spera si trasformerà in una carrozza che – libera da lacci, lacciuoli e paletti di sorta – porterà qualità, audience e altro ai prodotti offerti dalla Rai. In qualità di operatore concorrenziale o di concessionaria del servizio pubblico? Mah, grande è la confusione sotto il cielo ecc. ecc.. Come dice, egregio Titolare? Che nel titolo della prima puntata “l’eterno centauro della competizione sussidiata” era praticamente già scritto tutto, compreso come andrà a finire? Eh, in effetti non ha torto.

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