Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Ingegneria finanziaria per disperati, edizione maxi bonus per le fondazioni bancarie

in Economia & Mercato/Italia

Il disegno di legge di Bilancio per il 2018, giunto in Senato per l’avvio dell’iter parlamentare, si compone di 120 articoli. In esso sono presenti tutte le caramelle fiscali che servono per affrontare la vigilia di un’elezione, tra cui alcune tax expenditures nuove di zecca e la proroga di altre. Un articolo del Sole segnala che quest’anno debutteranno ben 21 nuove agevolazioni, che andranno ad ampliare la già robusta erosione delle basi imponibili e la già avanzata scarnificazione della funzione dell’Irpef, in modo che alla prossima recessione o rallentamento, potremo tornare a leggere di approfonditi studi per “disboscare” queste agevolazioni.

La maggior parte di queste agevolazioni tendono ad avere scadenza annuale, per un evidente motivo: si vive alla giornata, o meglio all’annata. Non a caso, la disattivazione degli aumenti Iva previsti dalle clausole di salvaguardia varrà ancora una volta per un solo anno, dopo di che servirà tornare al piagnisteo con Bruxelles per essere autorizzati a prorogare il calcio della lattina lungo la strada. Vi sono tuttavia anche agevolazioni la cui provvisorietà tende a divenire permanente, con rinnovi annuali, quali quella ormai classica della detrazione su lavori di ristrutturazione, che quest’anno vedrà la sua sesta replica, ed il cosiddetto ecobonus, al settimo rinnovo annuale. Poi ci sono le new entry, come il bonus verde, con detrazione del 36% su un massimo di spesa di 5.000 euro per la sistemazione dei giardini, privati o condominiali, da dividere in dieci anni.

E ci sono i ritorni, come la detrazione d’imposta del 19% su una spesa massima di 250 euro (quindi minore imposta per 47,50 euro) per abbonamenti al trasporto pubblico locale, regionale ed interregionale. Questa agevolazione fu introdotta molti anni addietro da un governo Prodi e rimossa da Giulio Tremonti. Proseguirà anche per il 2018 il superammortamento per gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi, che dovrebbe escludere i mezzi di trasporto ma consentire una maggiorazione del 30%. Proroga di 12 mesi anche per l’iperammortamento di investimenti tecnologici, con maggiorazione del 150%.

Tra tutte le tax expenditures, però, ce n’è una che è piuttosto singolare ma è di quelle che sembrano confermare l’antico adagio andreottiano sul pensare male, azzeccandoci. Il ddl prevede infatti un credito d’imposta del 65% sulle erogazioni effettuate dalle Fondazioni bancarie, a partire dal 2018 e per un triennio (tetto annuo 100 milioni), per progetti finalizzati a promuovere un welfare di comunità, con misure di contrasto alla povertà e alle fragilità sociali, in collaborazione con Regioni, Province, Comuni e città metropolitane, aziende ospedaliere, enti pubblici e, tramite bando, con gli enti del terzo settore.  Che c’è di strano, in questo mega credito d’imposta? Che incide su una delle attività istituzionali delle fondazioni, che finirebbero quindi ad essere pagate per fare quello che il loro statuto già prevede.

Come spiegare questo sussidio? Una prima ipotesi potrebbe essere quella di una partita di giro per predisporre la mitologica Operazione Capricorn, vagheggiata da Matteo Renzi nel suo ultimo libro e ribadita nei giorni scorsi. Abbattere il debito pubblico conferendo alla Cassa Depositi e Prestiti tutte le quote azionarie delle maggiori imprese pubbliche quotate, per poter negoziare con Bruxelles più deficit, che produrrebbe una crescita miracolosa ad elevato impatto moltiplicativo. Al momento mancano i dettagli, quindi possiamo solo rifarci a spifferi di stampa dei mesi scorsi, quando si era giunti ad ipotizzare che la CDP avrebbe emesso azioni privilegiate o di risparmio (quindi con maggiorazione di dividendo a fronte di minori poteri societari) per alcune decine di miliardi di euro. L’acquisto delle quote di imprese pubbliche deve avvenire mediante aumento di capitale di CDP. Le Fondazioni bancarie sono nel capitale di quest’ultima, e dovrebbero partecipare all’aumento per evitare di vedersi diluire, circostanza che potrebbe far perdere allo Stato il beneficio sin qui utilizzato di escludere la Cassa dal perimetro della pubblica amministrazione, e di conseguenza imporne il consolidamento nei conti pubblici.

Quindi, la Cassa lancerebbe un aumento di capitale che il Tesoro sottoscriverebbe “in natura”, conferendo le quote delle aziende pubbliche da esso ancora possedute, ma le Fondazioni, per non farsi diluire, dovrebbero apportare soldi veri. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca: il maxi credito d’imposta contribuirebbe a fornire risorse che le fondazioni potrebbero utilizzare per sottoscrivere pro rata l’aumento di capitale della CDP. Una partita di giro, insomma, necessaria a mantenere invariati i pesi societari. In un secondo momento, la CDP collocherebbe presso gli investitori azioni a voto limitato e dividendo privilegiato e girando il ricavato al Tesoro, che lo utilizzerebbe per ritirare debito pubblico.

Non sappiamo se il 2018 vedrà realizzarsi questo schema, ma l’iniezione di risorse a beneficio delle Fondazioni potrebbe servire a questo. Il tutto attendendo i numeri veri di questa operazione di ingegneria finanziaria, che tuttavia abbiamo la sensazione sarebbero assai inferiori a quanto desiderato da Renzi per produrre un abbattimento significativo del rapporto debito-Pil. Nel frattempo, le Fondazioni ringraziano ed incassano. Potremo sempre sentirci dire che i contribuenti le aiutano ad eccellere nel sostegno al disagio ed alla povertà, vista la loro innegabile expertise in materia.

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