Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Chi ce l’ha più lunga nel paese degli usurati

in Adotta Un Neurone/Economia & Mercato/Italia

Nel furioso dibattito sul tentativo di bloccare l’adeguamento dell’età di pensionamento alle aspettative di vita, che sta ormai monopolizzando il discorso pubblico di un paese intellettualmente dissestato come il nostro, giungono le ineccepibili considerazioni del presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro, ad aggiungere spunti di riflessione. Il rischio è però che il dibattito, come spesso accade in Italia, viri sul surreale e sul demenziale spinto.

Ieri l’istituto nazionale di statistica, in audizione, ha fatto sapere che al momento non c’è modo di stimare l’aspettativa di vita per singoli profili professionali. Prendendo la palla al balzo, il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha subito proposto di seguire una via “scientifica”, istituendo “una commissione”, prendendosi così tutto il time-out necessario affinché gli scienziati elaborino i loro dati.

In precedenza, come detto, la dirigente Istat Valeria Buratti aveva fatto sapere che

«Per arrivare ad identificare differenze per tipo di professione, occorrono studi epidemiologici che arrivino a conclusioni sul diverso logoramento che le diverse condizioni portano in termini di durata della vita»

Il che non fa una piega. Ma oggi Pisauro rilancia sulla base di considerazioni socio-economiche:

Legare l’età pensionabile alla speranza di vita, differenziando tra chi l’ha più lunga e chi più corta, significa che per mantenere la media bisognerà anticipare la pensione per chi ha minor reddito, meno istruzione e condizioni professionali più difficili (le determinanti cioè che accorciano le aspettative di vecchiaia) e posticiparla invece per chi “è più ricco e istruito”. “Significa che quelli come noi qui dentro andranno in pensione ancora più tardi”. Il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, risponde così ai parlamentari delle Commissioni Bilancio che gli chiedono un parere sul recente dibattito sulle pensioni. “In un’ottica di lungo periodo si possono fare tutti gli interventi che si vogliono, ma bisogna trovare le risorse sostitutive. Il quadro dei conti è quello che è e prevede che la spesa pensionistica sia comunque in crescita, anche con la legislazione vigente” (Ansa, 7 novembre 2017)

Anche queste considerazioni sono ineccepibili. Al termine di questo imponente sforzo intellettuale collettivo, e visto che pare ci stiamo incamminando sulla strada della profilazione individuale dell’attesa di vita degli italiani, manca solo di suggerire l’analisi del DNA di ciascuno di noi, per prevedere esattamente quello che ci aspetta in futuro e a che età dovremo mettere in conto di smettere di goderci la pensione perché assunti a più alti compiti. A quel punto sorgerebbero altri problemi, come il rifiuto delle assicurazioni di accettare contraenti che hanno data di scadenza ravvicinata perché “segnati” dal loro patrimonio genetico.

Stessa cosa farebbero le aziende, ovviamente. Se a questo quadro distopico vagamente cialtrone aggiungiamo le considerazioni di Pisauro e l’inevitabile tendenza italiana a raggirare il sistema, possiamo anche prevedere un futuro con soggetti impegnati a perseguire stili di vita problematici, come alcolismo, dipendenza da farmaci, fumo e quant’altro, magari dopo i 50 anni, pur di raggiungere l’agognato obiettivo di pensionamento precoce o almeno non ritardato. Dopo di che, avremo una discreta esplosione di spesa sanitaria per trattare gli stili di vita disfunzionali ma quello sarà problema degli eredi di Barbagallo, Camusso & Furlan.

Ma forse non è il caso di rovinarsi la residua esistenza per ridurre la propria permanenza al lavoro: ci penseranno i robot.

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