Andrà molto peggio, prima di andare meglio

L’ideologia cinese dell’internet sovrana: la pericolosa suggestione del giardino recintato

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Come riporta il Financial Times, oggi in in una località della Cina orientale si tiene un’importante conferenza mondiale sulla regolazione di internet, a cui partecipano alcuni pesi massimi del settore, sia occidentali (Tim Cook per Apple, Sundar Pichai per Google), che indigeni ma con proiezione globale (Jack Ma per Alibaba). Il governo cinese ribadirà la propria determinazione di controllare l’accesso alla rete, con buona pace dell’antica ideologia occidentale del “libero flusso” di informazioni, che la Cina ha sempre rigettato come forma di neo-imperialismo.

La World Internet Conference cinese, giunta alla sua quarta edizione, serve a Pechino per mettere in mostra i propri avanzamenti nella tecnologia internet, oltre che per ribadire la teorizzazione del controllo su internet; alle aziende occidentali per tastare il polso di un mercato enorme, oltre che per prendere consapevolezza di quali e quanti vincoli saranno ad esse imposti dallo Stato, per potervi accedere.

Nell’ultimo anno, il governo cinese ha infatti moltiplicato i propri sforzi per eradicare dal paese l’utilizzo dei VPN (Virtual private network), che servono alla popolazione per aggirare i blocchi della censura ed accedere all’Occidente, cioè a Twitter, Google, Facebook, ed ai giornali online anglosassoni. Apple, ad esempio, è stata costretta a rimuovere dal proprio Store tutte le app relative ai VPN, a conferma del fatto che, se vuoi fare business in Cina, devi accettare le regole locali del gioco. E diciamo che, sul piano del business, ne vale certamente la pena, visto che gli 1,8 milioni di sviluppatori cinesi di app hanno incassato 17 miliardi di dollari da Apple Store, e rappresentano un quarto dei ricavi di tutti gli sviluppatori attivi sullo store.

La Cina si sta dotando di una legislazione molto aggressiva di controllo sulla rete, che tra le altre cose richiede alle aziende estere di immagazzinare i propri dati su server cinesi, aperti alla sorveglianza delle autorità locali.

La strategia cinese riguardo alla Rete ed alla digitalizzazione è ormai molto ben delineata: impedire l’accesso a social network esteri, per permettere lo sviluppo dei propri, entro un mercato dal potenziale enorme; consentire l’accesso di aziende occidentali nella misura in cui le stesse accettino di “condividere” (i.e., cedere) la propria tecnologia e, soprattutto, sottoporsi alla censure del regime, e limitarsi a favorire la commercializzazione e lo sviluppo di app che siano “sicure” secondo la valutazione della censura.

La risultante di questa evoluzione è la fine dell’età dell'”innocenza” delle multinazionali digitali occidentali, soprattutto statunitensi, che l’iconografia occidentale voleva ambasciatrici di libertà. Ancora una volta, la Cina è destinata a condizionare pesantemente le regole del gioco a livello planetario e la sua leadership tecnologica, opportunamente declinata sulla censura, finirà con l’affascinare un numero crescente di governi, alle prese con elettori sempre più “riottosi”, di cui servirà pilotare gli orientamenti. Cosa c’è di meglio di un bel walled garden di Stato, quindi?

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