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	<title>Phastidio.net &#187; Articoli</title>
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		<title>Immigrazione e cittadinanza. Per una volta, buone notizie dalla Grecia</title>
		<link>http://phastidio.net/2010/02/23/immigrazione-e-cittadinanza-per-una-volta-buone-notizie-dalla-grecia/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 10:43:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Il sito di analisi economiche e demografiche &#8220;A Fistful of Euros&#8221; segnala che il governo greco, oltre a tentare di gestire la crisi fiscale, intende introdurre una nuova legge sull&#8217;immigrazione, i cui termini sono interessanti anche per il nostro paese. In particolare, la nuova legge greca consentirebbe ai figli di immigrati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Il sito di analisi economiche e demografiche &#8220;<em>A Fistful of Euros</em>&#8221; <a href="http://fistfulofeuros.net/afoe/economics-and-demography/greece-citizenship-for-children-of-immigrants/">segnala</a> che il governo greco, oltre a tentare di gestire la crisi fiscale, intende introdurre una nuova legge sull&#8217;immigrazione, i cui termini sono interessanti anche per il nostro paese. In particolare, <strong>la nuova legge greca consentirebbe ai figli di immigrati di richiedere la cittadinanza, sotto la duplice condizione che i genitori abbiano vissuto legalmente in Grecia per almeno dieci anni e il figlio abbia almeno tre anni di frequenza scolastica</strong>. Secondo le stime, circa 250.000 tra bambini e giovani figli di immigrati potrebbero acquisire per questa via la cittadinanza greca.</p>
<p><span id="more-4512"></span><strong>Questa rappresenterebbe una autentica rivoluzione per gli standard greci</strong>, un paese che da sempre gestisce l&#8217;immigrazione secondo criteri molti simili a quelli italiani, incluse alcune caratteristiche forme di ottusità burocratica e di resistenza xenofoba. Da inizio anni Novanta, la Grecia ha visto una massiccia immigrazione da paesi vicini, causata dal crollo del comunismo. Albanesi (due terzi del totale), bulgari, macedoni ed altre nazionalità rappresentano oggi il 10 per cento della popolazione greca ed il 20 per cento della forza lavoro. In Grecia le procedure di naturalizzazione sono finora state disegnate in modo proibitivo per gli immigrati, sostituite da un sistema di permessi di soggiorno annuali, molto simili al regime in vigore in Italia, che tiene i lavoratori in condizioni di costante apprensione, oltre che di evidente ricattabilità.</p>
<p><strong>Oggi le condizioni demografiche del paese sono cambiate</strong>: a vent&#8217;anni dalla prima grande ondata immigratoria, in Grecia vi sono decine di migliaia di immigrati, soprattutto albanesi e bulgari, che hanno ininterrottamente trascorso nel paese la maggior parte della propria vita adulta. Lavorano, possiedono appartamenti, sono parte integrante delle proprie comunità locali. Nelle scuole i figli di immigrati spesso superano i nativi. Come scrive l&#8217;autore dell&#8217;articolo, se un bambino è nato in  Grecia, parla perfettamente greco, vuole vivere in Grecia ed è disposto a  giurare fedeltà allo Stato greco, per quale motivo non dovrebbe essergli  consentito l&#8217;accesso alla cittadinanza?</p>
<p>La decisione del governo greco di modificare la tradizionale acquisizione di cittadinanza per <em>ius sanguinis</em> si scontra con prevedibili resistenze ed ostilità. Dalla estrema destra, che parla di &#8220;annacquamento dell&#8217;ellenismo&#8221;, e a cui l&#8217;orologio si è evidentemente rotto alcuni millenni addietro, alla stessa chiesa ortodossa, che non appare entusiasta di una legge che darebbe la cittadinanza a migliaia di musulmani e cattolici.</p>
<p>Entro pochi anni, se questa legge passasse, si avrebbero albanesi-greci, bulgari-greci, pakistani-greci. Sarà un percorso irto di ostacoli, ma rappresenta un caso di studio di cui discutere anche da noi, perché coglie le contraddizioni insite nel tenere in un limbo civile i figli di persone che hanno dimostrato nei fatti di essere integrate nella società, spesso ben più di alcuni cittadini &#8220;etnicamente puri&#8221;. Il problema delle seconde e terze generazioni non può essere eluso oltre, neppure in un paese innamorato del vaniloquio politico, come il nostro.</p>
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		<title>Su previdenza e welfare occorre una Grande Riforma</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 10:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ordinaria manutenzione non basta
di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Nei giorni scorsi il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, ha scritto una lettera al Foglio per segnalare le evidenze dell&#8217;ultimo Sustainability Report 2009 sulla spesa pensionistica, elaborato dalla Direzione Generale degli Affari Economici e Finanziari della Commissione europea. Secondo tale rapporto, che misura il gap di sostenibilità, cioè di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><h3>L&#8217;ordinaria manutenzione non basta</h3>
<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Nei giorni scorsi il ministro dell&#8217;Economia, <strong>Giulio Tremonti</strong>, ha scritto <a href="http://www.mef.gov.it/documenti/open.asp?idd=23624">una lettera al <em>Foglio</em></a> per segnalare le evidenze dell&#8217;ultimo <em>Sustainability Report 2009</em> sulla spesa pensionistica, elaborato dalla Direzione Generale degli Affari Economici e Finanziari della Commissione europea. Secondo tale rapporto, che misura il gap di sostenibilità, cioè di quanto dovrebbe aumentare l&#8217;avanzo primario di ogni paese per porre in equilibrio la spesa pensionistica, l&#8217;Italia si collocherebbe ampiamente sotto la media europea.</p>
<p><span id="more-4505"></span>A noi servirebbe “solo” un 1,4 per cento in più di avanzo primario su Pil, contro la media Ue del 6,5 per cento e situazioni patologiche in doppia cifra, come quelle irlandese, greca, britannica, spagnola. Non a caso, tutti quei paesi che stanno avendo le maggiori difficoltà a gestire l&#8217;attuale crisi economica, e quelle che dovrebbero porre mano con maggiore urgenza a risparmi previdenziali. <strong>Per Tremonti, quindi, il sistema previdenziale italiano è in equilibrio finanziario strutturale, e non sarebbero necessarie riforme</strong>.</p>
<p>Posizione condivisibile, se non fosse che il problema italiano, oltre alla precaria situazione di finanza pubblica, resta quello del <strong>peso sproporzionato della spesa pensionistica sul totale della spesa sociale</strong>. Secondo l&#8217;Ocse, la spesa pensionistica italiana assorbe il 14 per cento del Pil ed il 30 per cento del totale della spesa pubblica, valori all&#8217;incirca doppi rispetto alla media dei paesi Ocse. Le critiche a tale dato, non prive di fondamento, sostengono che in Italia la rendita pensionistica è sottoposta a tassazione, a differenza che in altri paesi. Al netto della fiscalità, quindi, il differenziale si restringe. O ancora, che in Italia esisterebbe commistione tra spesa previdenziale ed assistenziale, tema da sempre caro ai sindacati, soprattutto quando si tratta di mettere mano a riforme previdenziali. Tutto più o meno vero, ma resta il problema di fondo: in Italia la spesa previdenziale in senso lato (ed il bilancio Inps, che con essa si identifica) ha finito con l&#8217;assumere un ruolo di supplenza di altri istituti di spesa sociale, inesistenti o gravemente sottodimensionati rispetto ai paesi con i quali ci confrontiamo.</p>
<p><strong>In Italia di fatto non esiste un sussidio universale di disoccupazione, legato cioè alla tutela del lavoratore e non del posto di lavoro</strong>. Il governo, per affrontare la crisi, ha istituito la cassa integrazione in deroga, che comprende anche alcune figure professionali e contrattuali, come gli apprendisti e gli interinali, che in precedenza ne erano state escluse. Si tratta di un intervento necessario, utile nel breve termine per ridurre le tensioni più acute legate alla crisi, pur con molte inefficienze di sistema, legate ad esempio alla lenta tempistica di erogazione dell&#8217;indennità, ma resta una misura che non copre la totalità dei soggetti interessati, come mostrano i recenti dati della Banca d&#8217;Italia, che individuano una platea di non meno di 1,5 milioni di persone prive di ogni tipo di protezione reddituale.</p>
<p><strong>Ma in questa crisi la cassa in deroga finisce anche col porsi come “prolungamento” della cassa integrazione straordinaria (cigs)</strong>, erogata a fronte di situazioni non temporanee di crisi aziendale. Spesso, tali situazioni di crisi non sono reversibili, ed il rischio è che tali erogazioni ostacolino la dolorosa ma necessaria espulsione dal mercato di imprese decotte, rallentando crescita e sviluppo della produttività, oltre ad assorbire risorse fiscali in modo inefficace ed inefficiente. Nella recente, futile polemica contro la Banca d&#8217;Italia sul “vero” tasso di disoccupazione italiano, con il ministro del Lavoro <strong>Maurizio Sacconi</strong> impegnato a difendere con le unghie e con i denti un dato italiano solo apparentemente inferiore alla media europea, a molti è sfuggito proprio un aspetto riconducibile alla staticità ed al dualismo del nostro mercato del lavoro e del nostro sistema di protezione sociale. Un tasso di attività troppo basso che tende a produrre, a parità di ogni altra condizione, tassi di disoccupazione minori; ed un sistema di sussidi a beneficio solo degli <em>insider</em>, che maschera la disoccupazione, ritardando le necessarie ristrutturazioni aziendali.</p>
<p><strong>Occorre quindi superare questi interventi di emergenza, introducendo un modello universalistico di protezione sociale legato alla persona, e non al posto di lavoro</strong>. Se il sistema-Inps appare, oggi, in equilibrio finanziario, come sostiene Tremonti, ciò <strong>non vuol dire che il paese disponga di un sistema di ammortizzatori sociali efficace ed efficiente</strong>. Allo stesso modo in cui occorre guardarsi da trionfalismi sull&#8217;avanzo finanziario del nostro istituto di previdenza sociale, frutto del recente aumento della pressione contributiva (che deprime il potere d&#8217;acquisto dei lavoratori, sarebbe utile ricordarlo), oltre che di un fenomeno di riduzione del numero di pensionamenti di anzianità le cui cause andrebbero meglio indagate, per verificare si si tratti di fenomeno transitorio o strutturale. L&#8217;età media effettiva di pensionamento, secondo il presidente dell&#8217;Inps, è ormai sopra i 60 anni. Anche così, il differenziale con la speranza di vita sta continuando ad allargarsi. Il governo ha approvato, la scorsa estate, un processo di revisione demografica delle età di pensionamento, pur presentandolo come un “non evento”, tale cioè da determinare, secondo le simulazioni, solo un trimestre di innalzamento dell&#8217;età pensionabile entro il prossimo quinquennio. Per motivi non immediatamente comprensibili, tale misura verrà applicata solo nel 2015. Meglio sarebbe stato lavorare da subito per l&#8217;eliminazione delle pensioni di anzianità.</p>
<p><strong>Ma una riforma ad ampio spettro del welfare non passa solo attraverso interventi sui requisiti di pensionamento</strong>. Da recenti simulazioni, illustrate da <strong>Tito Boeri</strong> sul sito <em>lavoce,info</em>, emerge <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001489.html">una devastante falcidie dell&#8217;assegno pensionistico</a> di un lavoratore precario rispetto ad un <em>insider</em> che parte da subito con un contratto a tempo indeterminato. Sotto diversi scenari di crescita, sempre intorno a quello che oggi appare il potenziale dell’economia italiana, cioè incrementi dell’1 per cento annuo del Pil, ed utilizzando i coefficienti di trasformazione in vigore oggi il precario si ritroverà, al termine della sua carriera lavorativa, con un assegno pensionistico inferiore del 30 per cento rispetto al lavoratore &#8220;stabile&#8221;. <strong>Questa simulazione illustra perfettamente la devastazione previdenziale prodotta dal precariato, e conferma l’esigenza di muoversi rapidamente verso il contratto unico a tutele crescenti nel tempo</strong>, dove per “contratto unico” si intende evidentemente l’unificazione dell’aspetto normativo relativo alla risoluzione dei rapporti di lavoro. La finalità di questo contratto sarebbe infatti quella di eliminare o ridurre significativamente il dualismo del mercato italiano del lavoro. Avere un sistema previdenziale prospetticamente in equilibrio anche per effetto del precariato odierno è moralmente inaccettabile.</p>
<p><strong>Dal mercato del lavoro alle pensioni tutto si tiene, tutto invoca una Grande Riforma</strong>. Perché lo <em>status quo</em> non è un&#8217;opzione. Anche se, da un punto di vista strettamente ragionieristico, Tremonti ha innegabilmente ragione. Ma i paesi si governano con la visione strategica, oltre che con le compatibilità finanziarie, che pure sono imprescindibili.</p>
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		<title>Quando il governo economico dell’Ue diventa un’opportunità</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 10:00:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Nei giorni scorsi, in occasione del Consiglio europeo straordinario, il presidente del consiglio ha affermato di avere posto il problema del peso eccessivo delle pensioni sui conti pubblici dei paesi europei. Circostanza ed affermazione piuttosto irrituali, poiché la gestione dei sistemi previdenziali e della spesa da essi prodotta non pare rientrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Nei giorni scorsi, in occasione del Consiglio europeo straordinario, il presidente del consiglio ha affermato di avere posto il problema del peso eccessivo delle pensioni sui conti pubblici dei paesi europei. Circostanza ed affermazione piuttosto irrituali, poiché la gestione dei sistemi previdenziali e della spesa da essi prodotta non pare rientrare tra le attuali prerogative dell&#8217;Unione europea. Soprattutto, una frase che appare in contrasto con la presa di posizione del ministro del Lavoro, <strong>Maurizio Sacconi</strong>, che ha più volte dichiarato che l&#8217;Italia, a differenza di altri (la Spagna, ad esempio), avrebbe già messo in sicurezza i propri conti previdenziali, e che ha in seguito precisato che l&#8217;intervento di Berlusconi in sede europea &#8220;non era riferito all&#8217;Italia&#8221;.</p>
<p><span id="more-4477"></span>Sacconi si riferiva alla misura, adottata dal nostro paese, che stabilisce che, a decorrere dal 1° gennaio 2015 &#8220;i requisiti di età anagrafica per  l’accesso al sistema pensionistico sono adeguati all’incremento della  speranza di vita accertato dall’Istat e validato da Eurostat con  riferimento al quinquennio precedente&#8221;. In quella circostanza, forse per timore di apparire troppo decisionista, il governo precisò che &#8220;l’incremento dell’età pensionabile riferito al primo quinquennio  antecedente non può comunque superare i tre mesi”. E lo stesso Sacconi precisò, <em>ad abundantiam</em>, che questo trimestre di incremento non era per nulla certo, poiché le statistiche sembravano indicare &#8220;una tendenza alla riduzione della speranza di vita dei lavoratori immigrati in Italia&#8221; (sic).</p>
<p>Sorvoleremo su questa schizofrenia della classe politica italiana, soprattutto di centrodestra, che nei giorni pari dileggia l&#8217;Europa con l&#8217;ormai stucchevole battuta sulla curvatura delle banane, e in quelli pari invoca Bruxelles come ineluttabile <em>dominus</em> che ci chiede di fare riforme, dal processo breve alle pensioni. Certo, è sempre più facile invocare pressioni esterne per le misure impopolari, così si può sostenere di essere costretti da altri a fare ciò che altrimenti non si sarebbe fatto. E ci si può perfino lamentare. Ma battute macabre sulla speranza di vita degli immigrati a parte, il tema delle pensioni in Europa è interessante perché suggerisce, forse al di là della volontà del proponente, che <strong>esistono spazi per un reale governo economico dell&#8217;Unione europea, che oggi appare soprattutto una unione monetaria sull&#8217;orlo di una crisi di nervi</strong>.</p>
<p>Sappiamo da sempre che il problema dell&#8217;Eurozona è quello di non essere un&#8217;area valutaria ottimale, cioè di non riuscire a gestire shock asimmetrici che colpiscono propri membri. Prendiamo il caso del processo di aggiustamento oggi richiesto a paesi come Spagna, Grecia e Irlanda. Se questi paesi avessero una propria divisa, il problema verrebbe gestito attraverso il suo deprezzamento, oltre che con il raffreddamento congiunturale che porterebbe, attraverso la riduzione di salari e prezzi, alla contrazione delle importazioni ed all&#8217;aumento di competitività del paese coinvolto. Purtroppo la leva del deprezzamento del cambio è preclusa a livello nazionale, e deve essere sostituita con una dolorosa deflazione, che esacerba i problemi di disoccupazione e quelli di crollo del gettito fiscale. E qui potrebbe risiedere l&#8217;idea di dare una svolta al governo dell&#8217;Unione europea.</p>
<p><strong>Pensiamo agli stati americani</strong>. Quando uno di essi è in recessione, si innescano movimenti di migrazione interna verso stati con migliori opportunità occupazionali. Nel frattempo, scattano misure di protezione di welfare, come i sussidi di disoccupazione, che sono gestite in forma prevalentemente centralizzata dal governo federale. Certo, negli Usa la mobilità interstatale è agevolata anche dall&#8217;assenza di barriera linguistica, a differenza dell&#8217;Europa, ma ipotizzare la <strong>creazione di una gestione centralizzata delle protezioni sociali</strong>, magari attraverso ristrutturazione del bilancio comunitario, potrebbe servire ad evitare enormi buchi di bilancio nei paesi colpiti da gravi shock economici, che sono oggi costretti a provvedere autonomamente alla gestione dei sussidi, con un devastante impatto sulle proprie finanze pubbliche, che a sua volta tende a produrre circoli viziosi.</p>
<p>Ecco, questo è quello che vorremmo sentir proporre da un premier italiano a Bruxelles: una grande visione politica d&#8217;insieme, sganciata dalle contingenze domestiche. Sarebbe il modo migliore per la politica di riappropriarsi delle proprie prerogative, ed evitare di adombrarsi quando visioni riformiste a vasto spettro vengono <a href="http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_13/draghi-forex_e7271656-188b-11df-adbd-00144f02aabe.shtml">espresse dal governatore della Banca d&#8217;Italia</a>, magari tacciandolo di invasione tecnocratica di campo.</p>
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		<title>Codice rosso anche a Lisbona e Dublino</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 13:00:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Il Secolo d&#8217;Italia
La turbolenza delle ultime settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di default sovrano della Grecia,   ha innescato un prevedibile effetto di contagio su scala europea. La Commissione europea ha approvato il piano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.secoloditalia.it/"><em>Il Secolo d&#8217;Italia</em></a></strong></p>
<p>La turbolenza delle ultime settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di default sovrano della <strong>Grecia</strong>,   ha innescato un prevedibile effetto di contagio su scala europea. La Commissione europea ha approvato il piano di consolidamento fiscale del governo ellenico, ma la cosa non ha tranquillizzato i mercati, che continuano a ritenere la Grecia incapace di raggiungere l’obiettivo. Da Atene, la tensione si è estesa anche al <strong>Portogallo</strong>, dove il governo di minoranza del socialista José Socrates potrebbe essere costretto a dimettersi per l’impossibilità a far passare la stretta fiscale necessaria alla riduzione del deficit. Anche la <strong>Spagna</strong> e l’<strong>Irlanda</strong> sono tornate sotto i riflettori, per analoghe considerazioni. <span id="more-4468"></span><br />
<strong>Questi paesi sono arrivati alla crisi con forti squilibri macroeconomici, rappresentati da una costante perdita di competitività</strong>. Nonostante i vantaggi della partecipazione all’area euro (i tassi d’interesse molto bassi rispetto al passato), i governi non hanno saputo o voluto ristrutturare seriamente l’economia, adagiandosi sui dati di una crescita economica “drogata” dall’indebitamento estero, mentre la produttività è rimasta stagnante ed i costi del lavoro sono aumentati. Non disponendo della leva del cambio – quella svalutazione monetaria che noi italiani tanto bene conosciamo – oggi Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna hanno davanti a sé una dolorosa prospettiva: passare attraverso una deflazione, fatta di tagli a stipendi e pensioni ed elevata disoccupazione. E se l’Irlanda pare aver accettato i sacrifici dell’aggiustamento ed il governo spagnolo di Zapatero sta tentando di adottare misure di riequilibrio, soprattutto attraverso il contenimento della spesa previdenziale, la Grecia ed il Portogallo sembrano bloccate dalle proprie debolezze sociali e politiche.</p>
<p><strong>La cifra principale della crisi dei quattro paesi è l’ampiezza del deficit pubblico, che sta velocemente accrescendo il loro stock di debito. Ma il problema chiave è la componente estera del debito, che per tutti questi paesi è elevatissima</strong>. Che accadrebbe se i creditori decidessero di liberarsi di questi titoli, e di non sottoscriverne di nuovi? Semplicemente, l’insolvenza. Fino ad oggi Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo hanno potuto sfruttare la finestra d’indebitamento della Banca Centrale Europea, che fino alla fine del 2010 accetta a garanzia titoli con un rating particolarmente basso. Ma i mercati guardano avanti e scommettono sull’incapacità della Ue a gestire la crisi, rafforzati in questo convincimento dall’apparente linea dura del governo tedesco, che a parole si è detto finora contrario a salvataggi, anche a quelli basati su pesanti condizioni in capo ai debitori. Se non ci dovesse essere una proroga delle “condizioni di favore” della Ue cosa farebbe &#8211; ad esempio &#8211; la Grecia, che potrebbe subire un ulteriore deterioramento del giudizio delle agenzie di rating e con esso la possibilità di utilizzare propri titoli per ottenere finanziamenti? <strong>Anche la notizia della disponibilità europea a sostenere finanziariamente la Grecia, a fronte di condizioni stringenti al risanamento da parte del governo di Atene, non cambia i termini politici della questione</strong>. Il governo tedesco si è mosso anche per compiere un salvataggio indiretto delle proprie banche, che hanno pesantemente investito sul debito di Atene e che finora non si sono dimostrate, con la piena connivenza del governo di Berlino, modelli di trasparenza contabile.</p>
<p><strong>E l’Italia? Ci sono poche luci e molte ombre</strong>. Lo squilibrio dei conti con l’estero è complessivamente assai minore rispetto ai paesi oggi bersagliati dai mercati finanziari, abbiamo meno debito estero ed un tasso di risparmio robusto. Ma l’ombra più cupa è rappresentata dalla nostra incapacità a crescere. Quando si ha un rapporto debito-Pil del 120 per cento e non si riesce a produrre crescita (anzi, il Pil italiano cresce meno del costo del debito ed i costi unitari del lavoro appaiono sinistramente simili a quelli dei paesi oggi nell’occhio del ciclone), i creditori si innervosiscono ed i mercati fiutano il sangue. <strong>Se questo è il quadro, l’ottimismo del governo rischia di apparire manieristico. Il rifiuto della realtà, per quanto dura, rischia di fare precipitare anche la nostra situazione</strong>. L’Italia non riesce a frenare l’espansione della spesa pubblica in relazione al Pil, che viene rincorsa da un continuo, strisciante aumento della pressione fiscale. E una sempre maggiore pressione fiscale, come mostra una schiacciante evidenza empirica ormai secolare, frena la crescita e genera una spirale potenzialmente mortale.</p>
<p><strong>La pressione fiscale italiana è rimasta stabile durante la crisi, mentre il paese ha perso circa 6 punti percentuali di Pil. </strong>Se da un lato ciò ha rassicurato i mercati sulla nostra solvibilità di breve termine, dall’altro ha finito con lo stringere il cappio al collo della nostra crescita potenziale, già rachitica prima della crisi, e rischia seriamente di farci avvitare su noi stessi. I prossimi mesi saranno decisivi per la costruzione europea, ma ancor più potrebbero esserlo per il nostro paese.</p>
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		<title>La Grecia soffre, la Spagna scricchiola, ma anche l&#8217;Italia non si sente troppo bene</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 10:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
La turbolenza di queste settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di default sovrano della Grecia, ha innescato un prevedibile effetto di contagio, esteso a Portogallo e Spagna. L’approvazione, da parte della Commissione europea, del piano greco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>La turbolenza di queste settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di <em>default</em> sovrano della <strong>Grecia</strong>, ha innescato un prevedibile effetto di contagio, esteso a <strong>Portogallo</strong> e <strong>Spagna</strong>. L’approvazione, da parte della Commissione europea, del piano greco  di consolidamento fiscale, non ha tranquillizzato i mercati, che  continuano a ritenere il paese ellenico incapace di raggiungere  l’obiettivo. La tensione si è in seguito estesa anche al <strong>Portogallo</strong>,  dove il governo di minoranza del socialista <strong>José Socrates</strong> potrebbe essere costretto a dimettersi per l’impossibilità a far  passare le misure di stretta fiscale necessarie alla riduzione del  deficit. Anche la <strong>Spagna</strong> è tornata sotto i riflettori, per analoghe  considerazioni.</p>
<p><span id="more-4423"></span><strong>Questi paesi sono arrivati alla crisi con forti squilibri macroeconomici, rappresentati da una costante perdita di competitività</strong>, con costi del lavoro per unità di prodotto in costante aumento dal momento dell&#8217;entrata nell&#8217;euro. Il dividendo rappresentato dalla convergenza all&#8217;euro (i tassi d&#8217;interesse molto bassi rispetto al passato) è stato sprecato per non aver ristrutturato l&#8217;economia, la crescita è stata fondata sull&#8217;indebitamento estero, mentre la produttività è rimasta stagnante ed i costi del lavoro sono aumentati. L&#8217;inflazione è cresciuta, i tassi d&#8217;interesse reali sono diventati negativi, drogando ulteriormente i consumi ed il settore delle costruzioni. Oggi Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna devono recuperare competitività, ma non disponendo della leva del cambio, potranno farlo solo passando attraverso una dolorosa deflazione, fatta di tagli a stipendi e pensioni ed elevata disoccupazione.</p>
<p>Mentre l&#8217;Irlanda pare aver accettato i sacrifici indotti da questo aggiustamento, la Grecia si trova in una condizione di forti e crescenti tensioni sociali, il Portogallo ha un governo socialista di minoranza che non riesce a far passare le necessarie misure di austerità, mentre il governo Zapatero sta tentando di adottare misure di riequilibrio, attraverso il contenimento della spesa pubblica, soprattutto previdenziale. Questa situazione è figlia della natura di questa crisi, che è una crisi da eccesso di debito e come tale non è assolutamente assimilabile alle normali crisi da ciclo economico. Questa tipologia di crisi tende a produrre default sovrani, come magistralmente illustrato da <strong>Kenneth Rogoff</strong> e <strong>Carmen Reinhart</strong> nel libro &#8220;<a href="http://www.amazon.com/This-Time-Different-Centuries-Financial/dp/0691142165"><em>This Time is Different</em></a>&#8220;, un&#8217;imponente opera analitica su otto secoli di bolle finanziarie e sulle loro conseguenze.</p>
<p><strong>Il problema principale, per Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, è l&#8217;ampiezza del deficit, che sta velocemente accrescendo il loro stock di debito</strong>. Ma il problema chiave è la componente estera del debito, che per tutti questi paesi è elevatissima. Che accadrebbe se i creditori decidessero di liberarsi di questi titoli, e di non sottoscriverne di nuovi? Semplicemente, l&#8217;insolvenza. Ad oggi questi paesi, in particolare la Grecia, hanno potuto sfruttare la finestra di indebitamento della Banca Centrale Europea, che fino alla fine del 2010 (salvo proroga) accetta a garanzia titoli aventi rating minimo di tripla B, e non più di singola A, come era stato fino a prima della crisi. Il problema più grave lo ha Atene, che presto potrebbe perdere l&#8217;unica singola A che le è rimasta (quella di Moody&#8217;s) e con essa la possibilità di utilizzare propri titoli per ottenere finanziamenti. Ma i mercati guardano avanti, e scommettono sull&#8217;incapacità della Ue a gestire la crisi, rafforzati in questo convincimento dall&#8217;apparente linea dura del governo tedesco, che a parole si è detto finora contrario a salvataggi, anche a quelli basati su pesanti condizioni in capo ai debitori. Le prossime settimane diranno se i tedeschi stanno bluffando, ma è fin d&#8217;ora chiaro che il loro sistema bancario, che da sempre intermedia gli imponenti surplus commerciali del paese, è pesantemente esposto verso i debitori, e solo l&#8217;assoluta opacità dei conti delle banche tedesche, custodita finora soprattutto grazie alla connivenza dei governi che si sono succeduti a Berlino, ha impedito l&#8217;emergere del problema in tutta la sua gravità.</p>
<p><strong>La posizione italiana, in questa crisi, è fatta di poche luci e molte ombre</strong>. Le luci derivano dal fatto che noi abbiamo uno squilibrio dei conti con l&#8217;estero complessivamente assai minore rispetto ai paesi oggi bersagliati dai mercati finanziari, ed abbiamo anche meno stock di debito estero, oltre ad un tasso di risparmio interno soddisfacente. Le ombre derivano dalla nostra storica incapacità a crescere. Il problema dei problemi, quello che sta rapidamente portando i nodi al  pettine, è l&#8217;insufficiente crescita economica del dopo-crisi. <strong>Il Pil  cresce meno del costo del debito, che rischia quindi di incamminarsi su una  traiettoria esplosiva. Questo è il problema italiano, unitamente al fatto che l&#8217;andamento dei nostri costi unitari del lavoro appare</strong><strong> sinistramente simile a quello dei paesi oggi al centro della crisi.</strong></p>
<p>Quando si ha un rapporto debito-Pil del 120 per cento e non si riesce a produrre crescita, i creditori si innervosiscono ed i mercati fiutano l&#8217;odore del sangue. Per questo l&#8217;ottimismo manieristico del nostro governo, che appare ormai vittima di una sindrome di rifiuto della realtà, rischia di fare precipitare anche la nostra situazione. L&#8217;Italia non riesce a frenare l&#8217;espansione dell&#8217;incidenza della spesa pubblica sul Pil, che viene rincorsa da un continuo, strisciante aumento della pressione fiscale. Ma, come mostra una schiacciante evidenza empirica ormai secolare, l&#8217;aumento della pressione fiscale frena la crescita, e genera una spirale che rischia di essere mortale. <strong>Ridurre le tasse significa ridurre l&#8217;incidenza della pressione fiscale sul Pil, non tagliare singole imposte. L</strong><strong>a pressione fiscale italiana è rimasta stabile durante la crisi, mentre il paese ha perso circa 6 punti percentuali di Pil</strong>. Se da un lato ciò ha rassicurato i mercati sulla nostra solvibilità di breve termine, dall&#8217;altro ha finito con lo stringere il cappio al collo della nostra crescita potenziale, già rachitica, e rischia seriamente di farci avvitare su noi stessi. I prossimi mesi saranno decisivi per la costruzione europea, ma ancor più potrebbero esserlo per il nostro paese. La nostra classe politica (soprattutto di governo) guarda alle prossime elezioni amministrative come ad una sorta di giudizio divino, senza rendersi conto che il vero <em>redde rationem</em> verrà dai mercati finanziari. Ma vedrete che in quella circostanza qualcuno la butterà sul complotto.</p>
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		<title>La ripresa? E&#8217; disoccupata</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 13:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Liberal Quotidiano
La decisione di Fiat di chiudere entro l&#8217;anno l&#8217;impianto di Termini Imerese si scontra con la sostanziale assenza di alternative occupazionali che il disimpegno della casa torinese causerebbe al territorio. Sergio Marchionne ha ripetuto più volte che la chiusura non è negoziabile, vista la struttura di costo assolutamente non competitiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.liberal.it"><em>Liberal Quotidiano</em></a></strong></p>
<p>La decisione di Fiat di chiudere entro l&#8217;anno l&#8217;impianto di Termini Imerese si scontra con la sostanziale assenza di alternative occupazionali che il disimpegno della casa torinese causerebbe al territorio. <strong>Sergio Marchionne</strong> ha ripetuto più volte che la chiusura non è negoziabile, vista la struttura di costo assolutamente non competitiva dell&#8217;impianto, causata anche dalla sua localizzazione. Questa decisione è economicamente razionale, vista dall&#8217;ottica dell&#8217;azienda, e ripropone il nodo strutturale di un settore automobilistico globale piagato dall&#8217;eccesso di capacità produttiva.</p>
<p><span id="more-4406"></span><strong>La resa dei conti era da tempo nell&#8217;aria</strong>, ma paradossalmente è stata posticipata dalla crisi, che ha spinto i governi a ricorrere ad un altro giro di incentivi settoriali, oltre ad alcune forme di <em>moral suasion</em> al limite del protezionismo, come la decisione francese di subordinare alcune tipologie di aiuti pubblici alla scelta di non delocalizzare. Fiat, in Italia, si è trovata ad avere impianti da tempo non competitivi e per interlocutore un governo privo di capacità di spesa. L&#8217;insufficiente infrastrutturazione di molte località del Mezzogiorno, ed altri più o meno noti oneri impropri impediscono di mantenere in vita impianti palesemente antieconomici. Il governo italiano si trova in difficoltà, perché non in grado di offrire a Fiat ciò che Fiat chiede, cioè un abbattimento dei costi di produzione. Al contempo, l&#8217;esecutivo è sottoposto a forti pressioni per il mantenimento dei livelli occupazionali. Ma <strong>mantenere l&#8217;occupazione sussidiandola finisce col distruggere risorse della collettività</strong>, come ampiamente dimostrato dalla storia della politica industriale del nostro paese. <strong>I governi italiani succedutisi in questi anni avrebbero dovuto negoziare con l&#8217;Unione europea  la creazione di “zone franche” fiscali</strong>, dove abbattere significativamente la fiscalità per le iniziative imprenditoriali, offrendo in cambio se necessario anche parte dei fondi europei per lo sviluppo. In questo modo, ed in aggiunta al presidio di legalità del territorio, ad una giustizia civile e penale non proibitivamente penalizzanti per la tutela dei diritti di proprietà, si sarebbero poste le basi per un modello di sviluppo delle zone depresse del Mezzogiorno non dipendente dalla presenza della grande impresa. Purtroppo così non è stato.</p>
<p><strong>Ma il caso Termini Imerese rischia di essere solo la punta di un iceberg fatto di diffuse situazioni di sofferenza nel mercato italiano del lavoro</strong>. Come purtroppo da più parti previsto, la ripresa sta avvenendo in sostanziale assenza di creazione di occupazione. <strong>Vi è inoltre motivo di ritenere che nel nostro paese l&#8217;erogazione della cassa integrazione stia sempre più coprendo situazioni di crisi aziendali non reversibili</strong>. Per questo motivo risulta difficile comprendere il mantra governativo sull&#8217;Italia “con il minor tasso di disoccupazione d&#8217;Europa”. Chi sostiene ciò, si ostina a non guardare al fenomeno della cassa integrazione come prodromo della disoccupazione, soprattutto nella fase attuale. Si confrontano grandezze non confrontabili su scala internazionale, <strong>si omette di osservare che l&#8217;Italia ha uno dei più bassi tassi di partecipazione alla forza-lavoro</strong> (o tasso di attività, come lo definisce l&#8217;Istat), e che tale tasso è in un trend decrescente, e ciò finisce col tenere artificiosamente basso il tradizionale tasso di disoccupazione.</p>
<p>Contestare tutti gli studi, siano essi realizzati da ricercatori della Banca d&#8217;Italia che dal Centro Studi di Confindustria, che tentano di definire un tasso di inoccupazione più realistico, rappresenta <strong>l&#8217;ennesimo tentativo di rompere il termometro per non vedere la temperatura del paziente</strong>. Per quanto tempo il governo continuerà ad erogare fondi per la cig, anche in situazioni in cui è palese che le aziende coinvolte non ce la faranno? Ecco perché, per affrontare una crisi  come questa, che non è congiunturale ma è purtroppo strutturale, servono riforme altrettanto di struttura. Sul mercato del lavoro, con la creazione di un sussidio di disoccupazione universalistico, con la creazione del contratto “unico” a tutele crescenti nel tempo, con la liberalizzazione di mercati bloccati, come quelli delle professioni e dei servizi. Tutte misure che andavano prese in parallelo al manifestarsi degli effetti della crisi, e non annunciate per un fantomatico “dopo”. Oggi, l&#8217;impressione è che un risveglio piuttosto ruvido attenda il nostro paese, e le sue magnificate “non-riforme”.</p>
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		<title>La Casa Bianca e i dilemmi di un paese a rischio declino</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 09:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia & Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[Banche]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Regolazione]]></category>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
All&#8217;indomani della storica sconfitta Democratica in Massachusetts (ma dallo staff della Casa Bianca giurano che non c&#8217;è legame), Barack Obama ha annunciato di voler fare la faccia feroce contro le banche, bloccandone il gigantismo e tentando addirittura di ridimensionarle. L&#8217;annuncio, come nello stile obamiano, è stato particolarmente eclatante sul piano della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>All&#8217;indomani della storica sconfitta Democratica in Massachusetts (ma dallo staff della Casa Bianca giurano che non c&#8217;è legame), <strong>Barack Obama</strong> ha annunciato di voler fare la faccia feroce contro le banche, bloccandone il gigantismo e tentando addirittura di ridimensionarle. L&#8217;annuncio, come nello stile obamiano, è stato particolarmente eclatante sul piano della retorica e degli effetti speciali, ma il rischio è che si fermi a quelli. Tentiamo di analizzarne i motivi, sul piano tecnico e politico. Come vedremo, i due piani risulteranno inestricabilmente connessi.</p>
<p><span id="more-4371"></span>Sul piano delle tecnicalità, l&#8217;annuncio della Casa Bianca prevede che le banche non potranno più possedere, investire o sponsorizzare hedge funds, fondi di private equity od operazioni di trading proprietario, non legate al servizio della clientela. <strong>Si tratta, nella sostanza di una riproposizione dalla porta di servizio del <em>Glass-Steagall Act</em>, che impediva alle banche commerciali di svolgere attività di investment banking</strong>. Abrogato nel 1999, il Glass-Steagall Act ha di fatto portato in America la figura della banca universale. La soluzione di Obama, o meglio di <strong>Paul Volcker</strong>, non appare convincente perché è del tutto evidente che <strong>la crisi non si è originata da nessuna di queste attività</strong>.</p>
<p>Le banche &#8220;normali&#8221; e le cosiddette <em>shadow bank</em> (come Bear Stearns, Lehman ed in generale i broker-dealer alla Goldman Sachs e Morgan Stanley) hanno preso dei mutui, li hanno impacchettati sotto forma di obbligazioni, ne hanno fatto delle <em>tranches</em>, ciascuna con diversa capacità di assorbimento delle perdite, e li hanno venduti ai clienti, trattenendo per sé spesso la parte più rischiosa (la cosiddetta <em>equity tranche</em>). Da questa sommaria descrizione emerge che <strong>il sistema finanziario americano lavorava soprattutto sul &#8220;conto terzi&#8221;, non sulla proprietà, quindi la misura di Obama e Volcker non sarebbe centrata, e non risolverebbe il problema del <em>Too Big To Fail</em>, cioè del rischio sistemico, quello capace di originarsi dalle banche e di abbattere un paese intero. Il problema è che il rischio sistemico è figlio del <em>moral hazard</em></strong>, cioè della certezza che i creditori delle banche hanno, circa il fatto che la banca verrà comunque salvata con denaro pubblico. <strong>Fin quando non verrà stabilito che ogni creditore diverso dai depositanti (coperti dal fondo federale di assicurazione) potrà in qualche misura subire le conseguenze del dissesto di una banca, il rischio sistemico del sistema finanziario, americano e globale, resterà in essere</strong>. Il piano Obama-Volcker potrebbe essere comunque utile per ridefinire i limiti di antitrust, già oggi esistenti e che stabiliscono che nessuna banca americana può possedere più del 10 per cento dei depositi. Tali limiti sono stati violati, con assenso federale, in tre casi, data l&#8217;eccezionalità della situazione.</p>
<p>E veniamo all&#8217;aspetto politico-simbolico dell&#8217;iniziativa. Obama, nel comunicato di annuncio, ha enfatizzato il nome di <strong>Paul Volcker</strong>, lasciando in ombra lo staff del suo <em>inner circle</em> economico (<strong>Timothy Geithner</strong> e <strong>Larry Summers</strong>). Questa pare una <em>vindication</em> del vecchio Volcker, a lungo lasciato in disparte, anche se dalla Casa Bianca spergiurano che l&#8217;ex capo della Fed (l&#8217;uomo che sradicò l&#8217;inflazione a inizio anni Ottanta), stava da tempo lavorando al progetto. Obama ha un particolare fiuto per gli umori popolari, sa che nel paese monta la frustrazione per una crisi che negli ultimi due anni ha distrutto sette milioni di posti di lavoro, mentre i bonus bancari decollavano. Non è casuale che, tra le <em>unintended consequencies</em> della storica sconfitta in Massachusetts, sia affiorata la <strong>crescente difficoltà del Senato a riconfermare Ben Bernanke alla guida della Fed</strong>. Due senatori Democratici, nell&#8217;anno per loro elettorale, dopo aver annusato l&#8217;aria, hanno deciso di opporsi alla riconferma dell&#8217;uomo che, a torto o a ragione, è visto come troppo vicino alle banche, oltre che aver completamente sottovalutato la portata della crisi, all&#8217;atto del suo formarsi. E&#8217; piuttosto sintomatica di questa esigenza di contenere la rabbia contro le banche, pertanto, la frase utilizzata da Obama per presentare il piano:</p>
<blockquote><p>“If these folks want a fight, it’s a fight I’m ready to have.”</p></blockquote>
<p>Sembra una frase che si sarebbe potuta usare per la lotta al terrorismo, all&#8217;indomani dell&#8217;attacco alle Twin Towers, invece è riferita alle banche americane. Segno dei tempi. Presentando questa iniziativa, che a nostro giudizio non ha alcuna possibilità di passare nella versione attuale, <strong>Obama ha però rilanciato la palla nella metà campo dei Repubblicani</strong>, i quali finora hanno avuto buon gioco a denunciare <strong>l&#8217;esplosione di deficit e debito, frutto del crollo delle entrate fiscali e della spesa per ammortizzatori automatici in regime di proroga, e non dello stimolo vero e proprio</strong>. Per il GOP potrebbe essere difficile dirigersi verso le elezioni di <em>midterm</em> dicendo no ad una proposta che vuole &#8220;dare una lezione alle banche&#8221;.</p>
<p><strong>Il problema è tuttavia capire se Obama vuole riformare qualcosa del suo paese oppure se vuole solo dare lezioni di tattica ad un partito, quello Repubblicano, che è a brandelli ideologici e brancola nel buio più assoluto di idee e della conservazione di uno <em>status quo</em> che semplicemente non è difendibile</strong>. Si prenda il caso della sanità. I Repubblicani si oppongono duramente alla riforma di Obama, ma senza proporre misure alternative. Addirittura, il piano Obama viene contestato proprio negli aspetti di maggiore conservatorismo fiscale, il controllo dell&#8217;espansione della spesa tramite il programma pubblico Medicare. E&#8217; bizzarro vedere molti Repubblicani partecipare ai <em>Tea parties</em> gridando &#8220;giù le mani dal Medicare&#8221;, che è la forma socializzata per antonomasia della sanità. Eppure basterebbe vedere le proiezioni del <em>Congressional Budget Office</em>, che è un&#8217;agenzia <em>nonpartisan</em> la cui funzione è quella di produrre analisi &#8220;obiettive&#8221; a supporto delle decisioni economiche e di bilancio, per rendersi conto che un sistema che già oggi assorbe il 15 per cento del Pil (il doppio della media europea), anche a causa del sistema di assicurazione legato al datore di lavoro, e che rischia di produrre un numero esponenziale di <em>uninsured</em> per motivi economici, che finirebbero col gravare sul contribuente, è semplicemente insostenibile (vedi grafico qui sotto).</p>
<p>Il problema americano, oggi, non è certo il presunto socialismo di Obama, che è peraltro inesistente, bensì la condizione di declino relativo in cui il paese rischia di trovarsi, in un quadro globale che diventa sempre più multipolare, con o senza il permesso di Washington. Per questo motivo la retorica (di entrambi gli schieramenti) lascia il tempo che trova, e viene sistematicamente aggredita dalla realtà.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 432px">
	<a href="http://dl.dropbox.com/u/3386371/CBOProjection.gif"><img class=" " src="http://dl.dropbox.com/u/3386371/CBOProjection.gif" alt="" width="432" height="160" /></a>
	<p class="wp-caption-text">Fonte: Congressional Budget Office</p>
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		<title>Berlusconi e Tremonti: sulle tasse, indietro tutta. Il &#8216;94 è lontano anni luce</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 09:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Ora che ci siamo lasciati alle spalle (molto più rapidamente che in passato) l&#8217;ennesima suggestione di una riduzione della pressione fiscale, è opportuno compiere alcune riflessioni su questo tema carsico, che ipnotizza gli italiani da ormai oltre un quindicennio. Il dato ormai acquisito è che questa maggioranza di centrodestra non ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http:///www.libertiamo.it"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Ora che ci siamo lasciati alle spalle (molto più rapidamente che in passato) l&#8217;ennesima suggestione di una riduzione della pressione fiscale, è opportuno compiere alcune riflessioni su questo tema carsico, che ipnotizza gli italiani da ormai oltre un quindicennio. Il dato ormai acquisito è che questa maggioranza di centrodestra non ha il &#8220;coraggio&#8221; per procedere alle riforme di cui il paese necessita, preferendo di gran lunga la gestione di una quotidianità fatta di interventi al margine, come quello assolutamente necessitato (nel breve termine) dell&#8217;estensione della cassa integrazione, presentati come epocali e determinanti per la sopravvivenza del paese.</p>
<p><span id="more-4334"></span>Oppure come i grandi annunci, a prevalente contenuto onirico, sulle &#8220;Grandi Riforme&#8221; che avverranno in un futuro che continua a spostarsi più in là, per motivi che tendono ad essere attribuiti a cause di forza maggiore esterna, oppure ad una &#8220;opposizione&#8221; proteiforme, identificata di volta in volta con chiunque obietti sulla razionalità e sull&#8217;efficacia delle misure adottate dal governo. Il perimetro di questa opposizione è ormai vastissimo, spaziando &#8220;dalla Cgil alla Banca d&#8217;Italia&#8221;, per usare l&#8217;espressione usata dal ministro del Lavoro. Banca d&#8217;Italia arruolata tra le fila dell&#8217;&#8221;opposizione&#8221; per il solo fatto di aver tentato di delineare, in un <em>paper</em> di ricerca, quale potrebbe essere una <a href="http://phastidio.net/2010/01/15/i-veri-numeri-della-disoccupazione-italiana/">definizione di inoccupazione più ampia di quella tradizionale</a>, che presenta molti limiti metodologici, quali il non considerare gli scoraggiati (cioè il tasso di attività) e il numero dei cassintegrati. Sappiamo perfettamente, infatti, che non tutti i lavoratori in cig torneranno al lavoro, men che meno in un quadro congiunturale come l&#8217;attuale, dove la profondità della crisi costringerà a profonde e dolorose ristrutturazioni.</p>
<p>In un contesto dove anche la ricerca accademica è accusata di essere diventata espressione di sentimento antinazionale, per usare <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/01/16/news/mappe_17_genn-1978072/">l&#8217;espressione di <strong>Ilvo Diamanti</strong></a>, restano assai pochi argomenti suscettibili di essere trattati in un pubblico dibattito. Ipotizzando che il fisco possa essere tra quelli (non è dato sapere fino a quando, però), è utile confrontare le tesi contenute nel <a href="http://dl.dropbox.com/u/3386371/libro_bianco_1994.pdf"><em>Libro Bianco</em> sul fisco del 1994</a>, elaborato da Giulio Tremonti, con l&#8217;attuale <em>mainstream</em> della maggioranza. <strong>Diciamo subito che il Libro Bianco era un modello a cui ispirarsi, per modernità e razionalità delle scelte</strong>. Lo spostamento della tassazione dalle persone alle cose, la riduzione della pendenza della curva delle aliquote, la drastica semplificazione del numero dei tributi sono tutti capisaldi di una strategia offertista che abbiamo sempre condiviso e che perseguiamo politicamente. Quello che è accaduto negli anni successivi, al comune sentire ed all&#8217;estensore di quel Libro Bianco, sarà valutato dai posteri, ma per parte nostra possiamo già trarre alcune inferenze e valutazioni.</p>
<p>In primo luogo, nel corso degli anni il dibattito sul fisco è degenerato, nel centrodestra, da grande visione riformista a intervento <em>spot</em> ed incoerentemente populista. L&#8217;esempio palmare è quello della <strong>soppressione dell&#8217;Ici sulla prima casa</strong>. Un&#8217;imposta che doveva essere riconvertita in <a href="http://phastidio.net/2010/01/12/sul-fisco-il-passato-pregiudica-il-futuro/">uno dei pilastri del federalismo fiscale</a> prossimo venturo, responsabilizzando i comuni (ai quali doveva essere attribuita anche la gestione del catasto). Invece si è scelta la scorciatoia della sua eliminazione <em>tout court</em>, a furor di campagna elettorale. Può non piacere, ma il fisco non è fatto solo di imposte personali sul reddito, ma anche di imposte sulla proprietà e sul patrimonio. E&#8217; così in tutti i paesi con i quali ci confrontiamo. Abolendo l&#8217;Ici sulla prima casa si è compiuta un&#8217;operazione regressiva, si è aumentata la dipendenza della finanza locale da trasferimenti compensativi dal centro, cioè il suo carattere &#8220;derivato&#8221;, e in sintesi si sono violati i principi contenuti nel Libro Bianco del 1994.</p>
<p><strong>L&#8217;Italia, comparativamente agli altri paesi Ocse, presenta una maggiore aliquota media di tassazione del lavoro</strong> (cioè l&#8217;incidenza di imposte dirette e contributi sociali rispetto al reddito da lavoro dipendente così come misurato in contabilità nazionale), una tassazione d&#8217;impresa lievemente superiore alla media europea (per aliquota nominale) ed una tassazione delle attività finanziarie dei residenti inferiore. Questi sono i caratteri persistenti del nostro sistema fiscale, queste le aree sulle quali occorre intervenire, soprattutto quella sul lavoro. Nulla di tutto ciò è stato fatto, dal 1994 ad oggi. O meglio, per essere più equi, dal 2001 (anno di vero inizio di governi di legislatura del centrodestra) ad oggi.</p>
<p><strong>Oggi Tremonti parla della necessità di studiare attentamente in quali aree intervenire, per evitare di fare &#8220;macelleria sociale&#8221;</strong>. Innegabile, ma forse ha già avuto lunghi anni a disposizione per farlo, stando al governo ed all&#8217;opposizione. <strong>Il punto è che lo stesso Tremonti ha avuto una profonda evoluzione (o meglio, una involuzione) nel corso di questi tre lustri abbondanti</strong>. Da liberalizzatore antistatalista a difensore del primato dell&#8217;intervento pubblico micro-regolatore, in base alla fallace premessa che &#8220;il liberismo ha fallito&#8221;. Non è certo il liberismo quello che ha fallito in Occidente in questi anni, quanto il centauro fatto di cattura regolatoria e abdicazione dello stato dal ruolo di regolatore (senza discrezionalità) dell&#8217;infrastruttura di mercato. C&#8217;è motivo di temere che il Tremonti di oggi, che usa il termine &#8220;etica&#8221; un numero inquietante di volte, non riscriverebbe più quel Libro Bianco del 1994, preferendo dedicarsi alla scrittura di norme fiscali volte non alla massimizzazione del gettito ed alla minimizzazione delle distorsioni che la tassazione esercita sul mercato, quanto a microgestire l&#8217;economia secondo discrezionali giudizi di valore, morale e moralistico, socialmente invasivi. Il tutto moltiplicando le imposte e frenando crescita e gettito.</p>
<p><strong>Ma forse siamo noi a sbagliare. Forse in questo paese, al dunque, la maggioranza degli elettori resta conservatrice dello <em>status quo</em></strong>. Anche per effetto di slogan come quelli sulla &#8220;macelleria sociale&#8221;, che negli anni sono serviti solo a mummificare l&#8217;Italia e a farla scivolare indietro nelle classifiche internazionali di crescita economica. La paura del cambiamento è una potente leva degli orientamenti politici ed elettorali. Forse è questa la ragione del successo bipartisan dei sindacalisti in politica. Sfortunatamente, agli elettori non viene detto che la conservazione dello status quo non è un&#8217;opzione realmente praticabile. La storia giudicherà il berlusconismo (ed il tremontismo) soprattutto su questo.</p>
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		<title>&#8220;2010: l&#8217;anno che vorrei&#8230;&#8221; &#8211; E quello che invece verrà</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 10:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
In quest&#8217;anno appena iniziato è verosimile non attendersi cambiamenti epocali, per l&#8217;Italia. Siamo all&#8217;ennesima ripetizione di schemi e scenari già visti, con marginali variazioni sul tema, negli ultimi tre lustri o giù di lì, dalla morte apparente della cosiddetta Prima Repubblica. Sul piano delle riforme, dopo l&#8217;occasione persa nel 2006, quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http:///www.libertiamo.it">Libertiamo</a></strong></p>
<p>In quest&#8217;anno appena iniziato è verosimile non attendersi cambiamenti epocali, per l&#8217;Italia. Siamo all&#8217;ennesima ripetizione di schemi e scenari già visti, con marginali variazioni sul tema, negli ultimi tre lustri o giù di lì, dalla morte apparente della cosiddetta Prima Repubblica. Sul piano delle riforme, dopo l&#8217;occasione persa nel 2006, quando il referendum confermativo bocciò la riforma del centrodestra, siamo all&#8217;eterno ritorno di bicamerali, assemblee costituenti, commissioni e patti assortiti, dove ognuno assegna un significato diverso al termine <em>riforme</em>.</p>
<p><span id="more-4272"></span><strong>Sepolti da questa cacofonia, abbiamo progressivamente perso la bussola e il senso di quello che una riforma istituzionale dovrebbe compiutamente realizzare</strong>, con il concreto rischio che la frustrazione per quelle che sono disomogeneità politiche interne alle coalizioni finiscano col produrre scorciatoie che manderebbero al macero l&#8217;equilibrio dei poteri. Anche gli interventi sui quali dovrebbe esistere maggiore convergenza, come la fine del bicameralismo perfetto, restano bloccati nell&#8217;attesa della declinazione operativa del federalismo, mentre i costi della politica crescono a ritmi ormai incompatibili non solo e non tanto con la prassi esistente nei paesi con i quali ci confrontiamo, ma con la preservazione dell&#8217;essenza stessa della democrazia.</p>
<p><strong>Il paese resta prigioniero di un bipolarismo sgangherato</strong>, dove i <em>junior partner</em> di coalizione hanno un fortissimo <em>leverage</em> sui partiti maggiori, grazie alla legge elettorale in vigore ed al fallimento del referendum Segni-Guzzetta, vittima (non casualmente) dei diktat leghisti e di una deliberata campagna di disinformazione. Mentre nel Nord Italia il Pdl ha iniziato la propria ritirata volontaria per dare crescente spazio alla Lega, continua a non emergere un progetto organico per un Paese sempre più nelle mani di cacicchi magniloquenti. In economia, mentre la fase acuta della crisi appare alle spalle, la crescita resta fragile e gli squilibri globali pressoché intatti, primi tra tutti le pratiche perseguite dalle istituzioni finanziarie globali ed il mercantilismo della Cina, che continua a mantenere artificialmente basso il valore dello yuan, in attesa che la transizione dall&#8217;export alla domanda interna riesca a porre solide radici nel modello di sviluppo cinese.</p>
<p><strong>Per l&#8217;Italia questa crisi rischia di rivelarsi diseducativa perché ha finito con l&#8217;alimentare, grazie alla spesso deliberata superficialità di media e commentatori, la narrativa di un modello-Paese vincente</strong>, che esce dalla crisi meglio di altri. La realtà ci presenta invece un paese con un rapporto debito-Pil tra i più elevati dell&#8217;area Ocse (e cresciuto di quindici punti percentuali in due anni) e bassa produttività totale dei fattori, sulla quale pesano tutti i vincoli ultra-corporativi alla base della nostra non-crescita nell&#8217;ultimo quindicennio. Certo, l&#8217;Italia non partiva da forti deficit delle partite correnti, né aveva un livello patologico di indebitamento del settore privato. Date le premesse, se avessimo avuto <em>anche</em> quel tipo di squilibri, oggi avremmo già dichiarato bancarotta. Ma tutti gli altri elementi disfunzionali alla crescita sono rimasti, prima fra tutte la sostanziale allergia alla competizione che caratterizza l&#8217;azione del legislatore italiano, sotto ogni clima politico. Il paese sta attraversando la crisi in condizioni di assenza di <em>policy</em>, e con interventi al margine che incredibilmente vengono presentati come esemplari: l&#8217;immobilismo elevato a sistema, figlio di un corporativismo malato e della crisi fiscale da esso prodotta.</p>
<p><strong>Il paese si muove in circoli viziosi, scambiando la gestione dell&#8217;esistente per cambiamento, il declino per riforme</strong>. L&#8217;inerzia di un sistema politico fintamente nuovista e riformista, tra e dentro i poli, è elevatissima. Per questo c&#8217;è motivo per non attendersi cambiamenti strutturali diversi da quelli che potranno essere imposti da traumi esterni. Rischiamo di pagare caro quello che abbiamo casualmente appena superato.</p>
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		<title>Perché Brunetta ha (in parte) ragione</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 09:27:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo
Dell&#8217;intervista di Renato Brunetta a Fausto Carioti è rimasto l&#8217;abituale frastuono delle ondate di sdegno, questa volta contro l&#8217;affermazione del ministro riguardo l&#8217;articolo 1 della Costituzione. A noi non è chiaro perché la frase &#8220;l&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro&#8221; non significhi nulla. Il significato resta, una volta attualizzato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http:///www.libertiamo.it">Libertiamo</a></strong></p>
<p>Dell&#8217;<a href="http://aconservativemind.blogspot.com/2010/01/costituzione-e-giustizia-lintervista.html">intervista di <strong>Renato Brunetta</strong> a <strong>Fausto Carioti</strong></a> è rimasto l&#8217;abituale frastuono delle ondate di sdegno, questa volta contro l&#8217;affermazione del ministro riguardo l&#8217;articolo 1 della Costituzione. A noi non è chiaro perché la frase &#8220;<em>l&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro</em>&#8221; non significhi nulla. Il significato resta, una volta attualizzato nel senso di sfrondarlo della connotazione classista che poteva originariamente avere. &#8220;Lavoro&#8221; è quello dei dipendenti, degli autonomi, dei professionisti, degli imprenditori. L&#8217;articolo 1 è, o dovrebbe essere, una sorta di &#8220;vetrina&#8221; della Carta.</p>
<p><span id="more-4284"></span>Poi si può discutere di merito, concorrenza e mercato, ma tra avere questi principi scolpiti in costituzione e regolarmente disapplicati nella quotidianità (come di solito accade), e qualche buona legge ordinaria per promuovere competizione e merito, la scelta dovrebbe essere scontata. Ben più interessante è il resto dell&#8217;intervista, in particolare il passaggio in cui Brunetta segnala che <strong>occorre rivedere anche il ruolo di partiti e sindacati nella società italiana</strong>:</p>
<blockquote><p>«Perché gli articoli 39 e 49 della Costituzione, che riguardano i sindacati e i partiti, non sono mai stati seguiti da leggi. E quindi bisogna intervenire sia sulla Costituzione sia sulle leggi»</p></blockquote>
<p><strong>Entrambi gli articoli sono disapplicati, da sempre</strong>. La mancata attuazione del 39 da sempre esercita <a href="http://phastidio.net/2008/09/23/la-via-piu-breve-per-la-rivoluzione/">forti impatti sulla contrattazione collettiva</a>, oltre che consentire una confortevole rendita di posizione a quelli che dovrebbero essere sindacati maggiormente rappresentativi <em>pro-tempore</em>, cristallizzandone invece il &#8220;potere di mercato&#8221; sulle altre sigle sindacali. L&#8217;articolo 49 invece recita:</p>
<blockquote><p>Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti                per concorrere con metodo democratico a determinare la politica                nazionale.</p></blockquote>
<p>In questo articolo, è fondamentale l&#8217;espressione &#8220;metodo democratico&#8221;, cioè la presenza di un&#8217;organizzazione partitica che preveda pratiche democratiche di scelta dei rappresentanti da inviare agli organismi elettivi nazionali e locali. Si ha l&#8217;impressione che anche il 49 sia esclusivamente un enunciato di principio: se un partito non è organizzato &#8220;democraticamente&#8221; (ammesso e non concesso di conoscere in cosa questo principio possa operativamente tradursi), ma nondimeno vi sono persone che scelgono di associarsi liberamente ad esso, possiamo e dobbiamo intervenire? Se si, come? Definendo un numero minimo di organi partitici e codificando procedure di voto per poter certificare la democraticità di quell&#8217;organizzazione di privati cittadini? Potremmo, ma non ne verremmo più a capo.</p>
<p><strong>La valenza del 49 appare quindi più sfuggente di quella del 39</strong>. Quest&#8217;ultimo, come detto, impatta direttamente su rapporti economici quali la contrattazione collettiva. <strong>Il ruolo dei partiti nella società potrebbe essere gestito in modo più efficace ed efficiente intervenendo sulla legge (rigorosamente ordinaria) relativa al finanziamento pubblico degli stessi, ed alla sua demenziale onerosità</strong>. Pochi sanno, ad esempio, che una legge del 2006 ha stabilito che il finanziamento debba essere corrisposto per tutti i cinque anni della legislatura, anche se la medesima dovesse concludersi prima. Oppure che i rimborsi elettorali non vengono erogati in base al numero dei cittadini che effettivamente si recano a votare, ma al numero di elettori potenziali. Se un cittadino non va alle urne, il rimborso corrispondente al suo voto verrà redistribuito tra i partiti che hanno raggiunto il <em>quorum</em> minimo, che alle politiche è pari all&#8217;1 per cento. Un meccanismo di leva che è l&#8217;antitesi del principio liberale di competizione a cui Brunetta afferma di isipirarsi, e che appare molto simile a quello scelto per la <a href="http://phastidio.net/2005/07/04/il-mercato-delle-idee-concorrenza-o-monopolio/">ripartizione dell&#8217;otto per mille</a>.</p>
<p>In breve, anziché accapigliarsi sui principi supremi, già da oggi esiste l&#8217;opportunità di rendere il paese più libero e liberale per legislazione ordinaria, se solo lo si volesse. Tutto il resto è l&#8217;abituale teatrino.</p>
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