Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Discussioni

Brexit, e ora?

Ora che il popolo britannico si è pronunciato a favore del divorzio dall’Unione europea, tentiamo qualche considerazione in ordine sparso e senza pretesa di esaustività, per cercare di immaginare cosa ci attende, scusandoci sin d’ora per le banalità che leggerete di seguito.

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Alle radici della debole ripresa olandese

Su Ft Alpahville, nei giorni scorsi è stato pubblicato un tentativo di analisi dei motivi alla base dell’esangue ripresa dell’economia olandese. Malgrado fondamentali tedeschi in termini di surplus commerciale e posizioni di testa nelle classifiche internazionali di competitività, in questi anni il recupero del paese è apparso molto più simile a quello di paesi della periferia dell’Eurozona, con consumi reali pro capite delle famiglie depressi, oggi di circa il 5% inferiori al livello ante-crisi del 2007. Questa interessante condizione, quella di un’economia “tedesca” che tuttavia produce esiti di ripresa mediterranea, cioè debole, fornisce spunti di riflessione ed analisi, visto che ovviamente è improponibile accusare l’Olanda di non aver fatto “i compiti a casa”, cioè le leggendarie riforme strutturali.

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La democrazia non è un pasto gratis

Ma lo capirete quando sarà tardi

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

I mercati finanziari sono tornati sotto pressione, in quella che pare essere una costante: tentativi di recupero intervallati da esplosioni di avversione al rischio. I catalizzatori di queste fasi si avvicendano, con ripetitività esasperante: la Cina, la Federal Reserve e i tassi americani, le tensioni in Eurozona, il referendum sulla Brexit. Il mondo galleggia sulla liquidità ma le stime di crescita globale tendono ad essere riviste al ribasso, ormai da molti trimestri a questa parte.

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Dove la spending review non arriva

Ieri l’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato (Agcm, per gli amici Antitrust) ha pubblicato i risultati di un’indagine conoscitiva sul trasporto pubblico locale. La cosa non pare aver avuto particolare risonanza sulla nostra vigile stampa, e possiamo capirlo. Sono le solite prediche inutili delle nostre Authority, ed il paese è in in altre faccende affaccendato. Un vero peccato, però: il documento è piuttosto interessante, per la sua analisi sociale oltre che economica del trasporto pubblico locale, per l’identificazione degli ambiti di fallimento dell’iniziativa pubblica e per le misure correttive suggerite. In realtà, la riforma del Tpl rappresenterebbe soprattutto un’imponente azione di revisione della spesa pubblica, nel paese in cui i premier passano il tempo nominando “esperti” di questa materia che vengono rapidamente estromessi, quando sono “tecnici”, oppure che finiscono a raccontare fiabe quando sono politici, spacciando riallocazioni di spesa per “tagli”.

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I gemelli del Palazzaccio e le leggi on demand

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Lo scorso novembre, la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sancì che al pubblico impiego deve applicarsi la riforma Fornero dell’articolo 18 e quindi anche ai dipendenti pubblici è negata la tutela del reintegro. Ma, si sa, in Italia esistono sempre i doppi simmetrici di ogni persona e istituzione. Così, il 9 giugno il doppio della Corte di Cassazione, la enoizassaC id etroC, ha al contrario affermato che al pubblico impiego non può applicarsi la riforma dell’articolo 18 e che, quindi, per i dipendenti pubblici resta il reintegro nel caso del licenziamento illegittimo.

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Fallimenti, assai poco (di) mercato

Delle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, oltre alla difesa dell’azione dell’istituto come regolatore spesso disarmato a fronte di condotte improprie o talvolta penalmente rilevanti da parte di banchieri-faccendieri, colpisce soprattutto una. La reiterazione di un misterioso “fallimento di mercato” che (ormai è palese, nel nostro discorso pubblico) tende a colpire con insolita crudeltà e virulenza il nostro paese e le sue strutture economiche.

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I vetri oscurati del FOIA all’italiana

di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

non è facile la vita di chi voglia commentare le riforme – rivoluzionarie per definizione – del governo attuale. Non è infatti sufficiente limitarsi a valutare i relativi provvedimenti, i cui tempi di pubblicazione sulla G.U. sono sempre più spropositati: serve andare oltre per verificare se tra le pieghe delle norme si annidi altro tipo di “rivoluzione” rispetto non solo agli obiettivi dichiarati, ma anche alle modifiche pubblicizzate tra una versione e l’altra dello stesso testo di legge. In particolare, con riguardo al c.d. FOIA nazionale, la comparazione del decreto definitivo, reso noto su alcuni siti, con lo schema ufficialmente divulgato nel mese di gennaio – per essere sottoposto al parere del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari – può riservare sorprese che chiariscono taluni intenti del regolatore molto più di quanto non facciano dichiarazioni di esponenti del governo e slogan sapientemente declinati.

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Il mistero dei risparmi fantasma

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

periodicamente, circa ogni mese, articoli di stampa ci informano con dovizia di stime delle mirabilie di risparmio sulla spesa per forniture e servizi che si determinerebbero, se tutte le amministrazioni acquistassero dalla Consip. In particolare, ci si informa che il risparmio medio consentito dall’accentramento della spesa ammonta a circa il 20% del costo di prodotti di largo utilizzo, come i computer, le stampanti e similari. Le informazioni vengono regolarmente completate, poi, con qualche dichiarazione di componenti o consiglieri del Governo, pronti a rilevare che grazie all’applicazione dell’accentramento della spesa si riesce a garantire qualcosa come 5 miliardi in un triennio di minore spesa sull’aggregato delle acquisizioni di beni e servizi, che ammonta a circa 131 miliardi l’anno, dei quali sono “aggredibili” circa 78-80 miliardi. Ma, egregio Titolare, qui le cose per chi scrive e capisce poco di economia si complicano.

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La sabbia nella clessidra italiana

Oggi sul Corriere c’è un editoriale che ricorda a noi italiani perché stiamo inesorabilmente affondando, peraltro non da ieri. Non sono concetti rivoluzionari né inediti: stranamente sono però assenti da sempre dal dibattito pubblico italiano, troppo assorbito a discettare di austerità che non esiste, di Germania cattiva, di uscite dall’euro che ci porteranno in paradiso senza passare dal via, ma anche di mance elettorali continue, fatte confortevolmente a deficit, senza che questa persistente festicciola fiscale produca risultati minimamente positivi. Eppure, basterebbe osservare il comportamento di alcuni “canarini nella miniera” per rendersi conto di quanto la sabbia nella clessidra italiana stia scorrendo, inesorabilmente.

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La stagnazione secolare minaccia soprattutto la vostra previdenza

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo un inizio anno molto negativo ed il recente recupero, volatilità ed incertezza sono tornate a dominare i mercati finanziari. Una congiuntura globale incerta e frequenti revisioni al ribasso delle stime di crescita globale riducono la visibilità dei gestori di portafoglio e spingono a chiedersi se i motori che hanno spinto le quotazioni negli ultimi anni non siano ormai spenti. In altri termini, se l’ipotesi di grande stagnazione rilanciata tra gli altri dall’ex ministro del Tesoro di Bill Clinton ed ex rettore di Harvard, Larry Summers, sia all’opera e che impatto possa avere sugli investimenti.

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