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	<title>Phastidio.net &#187; Discussioni</title>
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	<description>&#34;Speak softly and carry a big stick&#34;  (T. Roosevelt)</description>
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		<title>La fatica della democrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 11:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre la data delle elezioni regionali si avvicina, e con essa l&#8217;abituale teatrino di scelte di campo, giudizi divini e vuoto pneumatico di programmi, può essere utile pensare alle difficoltà che l&#8217;uomo più potente del mondo affronta da oltre un anno, nel tentativo di far passare la propria riforma sanitaria.
Perché Obama deve sottostare ad estenuanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Mentre la data delle elezioni regionali si avvicina, e con essa l&#8217;abituale teatrino di scelte di campo, giudizi divini e vuoto pneumatico di programmi, può essere utile pensare alle difficoltà che l&#8217;uomo più potente del mondo affronta da oltre un anno, nel tentativo di far passare la propria riforma sanitaria.</p>
<p><span id="more-4601"></span>Perché Obama deve sottostare ad estenuanti negoziati con la maggioranza di Camera e Senato, che è tutto fuorché una cinghia di trasmissione della Casa Bianca, anche (e soprattutto) in caso di omogeneità con l&#8217;Amministrazione. Poi ci sono i vincoli procedurali, come la supermaggioranza senatoriale di 60 seggi, che serve ad evitare il <em>filibustering</em>, e da ultimo il processo di riconciliazione dei <em>bills </em>tra i due rami del legislativo, che fanno del presidente una sorta di spettatore interessato al processo legislativo, entro il quale può agire solo in modo indiretto e mediato. Tutto ciò, al netto delle ovvie differenze istituzionali e costituzionali, dovrebbe essere motivo di riflessione per tutti i riformatori di casa nostra, soprattutto per quelli che lamentano senza posa che l&#8217;esecutivo sarebbe &#8220;intralciato&#8221; dal parlamento, oltre che dalla presidenza della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dalla magistratura e persino dalla stampa.</p>
<p><strong>Eppure non ci risulta che Obama ed il suo staff parlino di complotto ai loro danni</strong>, invocando riforme costituzionali tali da rendere necessario di ancorare saldamente al terreno la bara di Montesquieu, per impedirgli di rivoltarsi troppo. Che invece è quanto qualcuno vorrebbe accadesse in Italia: eliminare ogni parvenza di <em>checks and balances</em>. Un premier ed una maggioranza che sembrano colpiti da una maledizione numerica: al crescere del numero di seggi di vantaggio sull&#8217;opposizione, aumentano in parallelo le difficoltà a legiferare per riformare ed anche la sindrome da accerchiamento, con individuazione di nemici esterni ed interni. Nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi aveva la quinta colonna dell&#8217;Udc, segnatamente <strong>Follini</strong> ed il suo presunto mandante, <strong>Casini</strong>. Poi al Quirinale c&#8217;era <strong>Ciampi</strong>, che ha contribuito a mandare alla Consulta una pattuglia di altrettanti <em>comunisti </em>(anche se a scorrerne i nomi <a href="http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_11/ciampi-premier-secondo-mandato-breda_913f8cf2-e625-11de-8315-00144f02aabc.shtml">viene da sorridere</a>).</p>
<p>In questa legislatura al Quirinale abbiamo <strong>Giorgio Napolitano</strong>, che è <em>comunista</em>, ed abbiamo una Consulta composta da giudici &#8220;di sinistra&#8221; per undici effettivi su quindici. Verrebbe da constatare che, poiché il lodo Alfano è stato bocciato per 9 a 6, il verbo berlusconiano pare stia facendo proseliti anche a sinistra, se non fosse che non c&#8217;è nulla da ridere. A questo giro il nemico interno è <strong>Gianfranco Fini</strong> ed il suo sparuto gruppetto di fedelissimi. Non a caso abbiamo detto &#8220;sparuto&#8221;: qualcuno si è già preso la briga di fare la conta, ed i numeri sembrano parlare forte e chiaro. Ma se le cose stanno così, quale rischio potrà mai derivare alla <em>leadership </em>carismatica di Berlusconi? Non è dato sapere né capire, men che meno leggendo &#8220;analisi&#8221; livorose come quelle del solito <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/generazione_fini_futuro_spalle/fini/17-03-2010/articolo-id=430055-page=0-comments=1"><strong>Marcello Veneziani</strong></a>. Uno che su Fini evidentemente argomenta &#8220;per fatto personale&#8221;, col risultato pratico di vomitare articoli, anziché scriverli, mentre si cimenta in furibonde colluttazioni con la logica, come l&#8217;accusa alla sinistra che vuole &#8220;scegliersi gli avversari&#8221;. Scordando che la stessa identica cosa accade a Berlusconi, come dimostrano le quotidiane e sempre più fruste dichiarazioni sul Pd asservito di volta in volta all&#8217;Idv, ai radicali e al re di Prussia.</p>
<p><strong>Non abbiamo pretesa alcuna di spiegare al premier come governare, sia chiaro</strong>. Ma quando un leader politico, nell&#8217;ultimo decennio, potendo contare su maggioranze numericamente confortevoli (per usare un eufemismo), non riesce a fare di meglio che individuare nemici esterni, e magari finisce col dire che i magistrati &#8220;ci impediscono di parlare delle tante cose decisive che abbiamo fatto come governo&#8221;, si pone a nostro avviso un problema assai più generale e per molti aspetti non solo politico.</p>
<p>Anche l&#8217;annuncio di ieri del premier (dopo le elezioni faremo &#8220;la rivoluzione liberale&#8221;, con premierato, riforma della giustizia e del fisco) si iscrive a pieno titolo in questo schema di psicodramma nazional-popolare. Siamo pronti a fare la rivoluzione, ma &#8220;<em>gli altri</em>&#8221; ce lo impediscono. Dall&#8217;ormai tristemente celebre &#8220;lasciateci lavorare&#8221; del 1994, ad oggi, è cambiata forse la fraseologia, ma non i concetti. Ma ribadiamo, <em>ad abundantiam</em>: il fatto che l&#8217;elettorato italiano, finora, abbia accettato queste &#8220;giustificazioni&#8221; suona soprattutto come <strong>inequivocabile condanna del nulla programmatico che il centrosinistra è in grado di offrire</strong>. Anzi, più che del nulla, del danno che il centrosinistra riesce sistematicamente ad infliggere al paese, ogni volta che ha l&#8217;opportunità di arrivare a governarlo.</p>
<p>Alla fine, gli italiani che votano per Berlusconi non possono essere considerati stupidi: stanno semplicemente minimizzando il danno. Ma nella congiuntura attuale, dove occorrerebbe alzare l&#8217;asticella e guardare anche a quello che accade fuori dai nostri confini, questa minimizzazione del danno non farà altro che produrre un gioco a somma minore di zero, di cui si percepiscono crescenti sintomi. E&#8217; proprio questo il dramma italiano: la &#8220;scelta di campo&#8221; appare in realtà una scelta tra modalità alternative di suicidio.</p>
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		<title>Dove stanno i riformisti</title>
		<link>http://phastidio.net/2010/03/17/dove-stanno-i-riformisti/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 09:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia & Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ultima increspatura nello stagno della politica italiana è stata prodotta dall&#8217;inserimento, nel disegno di legge collegato sul lavoro, della norma che prevede la possibilità di ricorrere all&#8217;arbitro anziché al giudice, nella risoluzione di alcune controversie. Norma che è stata immediatamente letta, da Cgil e sinistra, come il tentativo di scardinare l&#8217;articolo 18 dello Statuto dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>L&#8217;ultima increspatura nello stagno della politica italiana è stata prodotta dall&#8217;inserimento, nel disegno di legge collegato sul lavoro, della norma che prevede la possibilità di ricorrere all&#8217;arbitro anziché al giudice, nella risoluzione di alcune controversie. Norma che è stata immediatamente letta, da Cgil e sinistra, come il tentativo di scardinare l&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Sul caso è stato poi anche strattonato il capo dello stato, <a href="http://www.repubblica.it/economia/2010/03/15/news/napolitano_articolo_18-2663717/">chiamato in causa da <em>Repubblica</em></a>, che gli avrebbe attribuito l&#8217;intenzione di rinviare la legge alle camere.</p>
<p><span id="more-4598"></span>Napolitano ha precisato, <a href="http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Comunicato&amp;key=9824">in modo palesemente irritato</a>, di non aver ancora assunto alcuna determinazione in merito, ma l&#8217;intera vicenda è piuttosto surreale. Da un lato, il ministro del Lavoro <strong>Maurizio Sacconi</strong>, che ha più volte precisato che la norma non si applicherà alla disciplina dei licenziamenti individuali; dall&#8217;altro la Cgil ed importanti esponenti del Partito democratico, come <strong>Tiziano Treu</strong>, a parlare di scardinamento dell&#8217;articolo 18. Un interessante intervento, di analisi e chiarificazione, viene da <strong>Pietro Ichino</strong>, giuslavorista senatore del Pd.</p>
<p>Intervistato da Gianmaria Pica per <em>il Riformista</em>, Ichino <a href="http://congiuntura.wordpress.com/2010/03/16/%C2%ABa-questa-norma-si-puo-muovere-una-censura-di-incostituzionalita%C2%BB/">assume una posizione &#8220;terzista&#8221;</a>: né con la Cgil né con il governo. La norma che rinvia all&#8217;arbitrato, per il giuslavorista, è scritta in modo illeggibile anche per gli addetti ai lavori (tanto per cambiare), e certamente l’imposizione dell’arbitrato dall’impresa al lavoratore nella stipula del contratto individuale appare una forzatura, dato l&#8217;enorme squilibrio di potere negoziale tra le parti. Ma il governo evidentemente ama i bizantinismi, al punto da aver previsto che la norma venga riassorbita nella contrattazione collettiva, non è chiaro se per stato confusionale o per disinnescare moti di piazza che avrebbero messo in difficoltà le dialoganti Cisl e Uil. Ma Ichino stronca anche l&#8217;applicabilità della norma:</p>
<blockquote><p>«Quaranta commi, illeggibili anche per i giuslavoristi esperti! Per  eludere le protezioni, il piccolo imprenditore ha uno strumento molto  più facile e meno costoso: far aprire la partita Iva al lavoratore,  fingendo un rapporto di lavoro autonomo»</p></blockquote>
<p>Speriamo che poi non ci vengano a dire che la forza dell&#8217;Italia <a href="http://phastidio.net/2009/11/09/laltro-popolo-delle-partite-iva/">risiede nelle sue partite Iva</a>. Ichino batte molto sul chiodo della farraginosità e complessità della normazione, che evidentemente questo governo ha deciso di perseguire quanto e più di quelli che lo hanno preceduto, con buona pace dell&#8217;apposito ministero per la Semplificazione, in tutt&#8217;altre faccende affaccendato. Eppure basterebbe poco, secondo Ichino, per disboscare la materia:</p>
<blockquote><p>«Il disegno di legge 1873 che ho presentato con altri 55 senatori mostra  che sarebbe possibilissimo, oggi, ridurre l’intero ordinamento del  lavoro a 70 articoli chiari, semplici, comprensibili per i milioni di  persone a cui sono destinati. E traducibili in inglese, per rendere più  appetibile il nostro Paese agli investitori stranieri»</p></blockquote>
<p>L&#8217;impressione è che il governo abbia avuto l&#8217;ennesima ricaduta del virus del &#8220;vorrei ma non posso&#8221;. Si parte col cipiglio del riformatore duro e puro, si scrivono testi di legge che entrano a piedi uniti sull&#8217;autonomia contrattuale delle parti sociali: vedasi l&#8217;osservazione di Ichino sull&#8217;articolo 30 del ddl collegato, con il giudice del lavoro che addirittura diverrebbe interprete unico dell&#8217;&#8221;interesse oggettivo dell&#8217;impresa&#8221;, e tanti saluti all&#8217;articolo 41, primo comma, della Costituzione. E&#8217; un governo socialista, in fondo. Poi arrivano le vertigini, causate dagli strepiti della Cgil e di ampia parte della sinistra, che gridano alla macelleria sociale, e alla fine si mette la retromarcia, usando l&#8217;&#8221;avviso comune&#8221; per <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2010/03/arbitrato-parti-sociali-cgil-cisl-uil.shtml?uuid=937946b2-2d3c-11df-827a-464a0c085d7a&amp;DocRulesView=Libero">diluire la norma</a>, non prima di aver aggiunto un ulteriore strato alla complessità normativa di questo paese di azzeccagarbugli. Un vero peccato che tutto questo minuetto sia avvenuto nel nome di <strong>Marco Biagi</strong>.</p>
<p>Se potessimo dare un consiglio non richiesto al Pd, suggeriremmo di dare più spazio al professor Ichino, un riformista al contempo forte e mite, e meno a tutti i <em>pasdaran</em> della piazza. Restiamo degli inguaribili sognatori, in fondo.</p>
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		<title>Rave Party Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 15:13:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Magistratura]]></category>

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		<description><![CDATA[A riprova del fatto che questo è un paese nel pieno di un rave party della logica, oltre che della coscienza civile delle sue élites, pare che gli ispettori inviati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano potrebbero non essere in grado di appurare se il premier Silvio Berlusconi risulti o meno iscritto nel  registro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>A riprova del fatto che questo è un paese nel pieno di un <em>rave party</em> della logica, oltre che della coscienza civile delle sue <em>élites</em>, pare che gli ispettori inviati dal ministro della Giustizia <strong>Angelino Alfano</strong> potrebbero non essere in grado di appurare se il premier <strong>Silvio Berlusconi</strong> risulti o meno iscritto nel  registro degli indagati dalla procura di Trani. Tutto dipende dalla &#8220;disponibilità&#8221; dei magistrati della procura pugliese a fornire chiarimenti in proposito oppure, come è loro facoltà, di opporre il segreto investigativo agli ispettori ministeriali.</p>
<p><span id="more-4590"></span>Segreto che &#8211; come già anticipato dal procuratore capo, <strong>Carlo Maria Capristo</strong> &#8211; sicuramente sarà fatto valere per quanto riguarda i documenti dell&#8217;inchiesta (tra cui le intercettazioni tra <strong>Giancarlo Innocenzi</strong>, componente dell&#8217;Agcom, e il premier e quelle tra Berlusconi e il direttore del Tg1 <strong>Augusto Minzolini</strong>), ma che potrebbe riguardare anche le iscrizioni nel registro degli indagati. Secondo quanto previsto dall&#8217;art.335, comma 3 bis, del codice di procedura penale, infatti, qualora esistano &#8220;specifiche esigenze attinenti all&#8217;attività di indagine&#8221;, il pm può anche disporre &#8220;con decreto motivato&#8221; il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore a tre mesi. Dunque, agli avvocati di Berlusconi che oggi hanno fatto richiesta di sapere se il premier sia indagato o meno, la procura di Trani può in teoria opporre un laconico &#8220;nulla da comunicare&#8221;, e analoga risposta potrebbe essere riservata anche agli ispettori di Alfano. Ovviamente ciò varrebbe &#8220;solo&#8221; per 90 giorni, superati i quali i pm di Trani sono comunque tenuti a dare notizia agli interessati o agli ispettori ministeriali sulle iscrizioni nel registro degli indagati.</p>
<p>Agli ispettori di Alfano, in ogni caso, il procuratore capo Capristo, il pm Michele Ruggiero e gli altri magistrati che saranno ascoltati (tra cui probabilmente anche il procuratore generale di Bari) non potranno negare alcune notizie: il numero del fascicolo dell&#8217;inchiesta, quando sono iniziate le indagini e sulla base di cosa, se vi sia un collegamento con altre procure, quando sono state disposte le intercettazioni. Il tutto per appurare, come chiesto dal ministro Alfano, se vi sia un problema di competenza territoriale, per cui l&#8217;inchiesta spetterebbe alla procura Roma e non a Trani; se si è abusato di intercettazioni &#8221;a strascico&#8221;; se vi sia una &#8216;talpa&#8217; a Trani che ha fatto avere le notizie dell&#8217;inchiesta alla stampa.</p>
<p>Se questo fosse un paese mentalmente sano, nella fattispecie un paese che non consentisse a titolari di concessioni pubbliche radiotelevisive di diventare premier (per l&#8217;irriducibile conflitto d&#8217;interessi che ciò genera), si sarebbe da tempo messo mano ad una riforma della giustizia finalizzata tra le altre cose ad aumentare le garanzie a favore dei cittadini contenute nel codice di procedura penale, ad esempio riducendo significativamente l&#8217;osceno termine di 90 giorni a tutela di una &#8220;segretezza investigativa&#8221; che appare già ampiamente tutelata nella fase di avvio delle indagini, che ha estensione teoricamente limitata solo da fughe di notizie, più o meno accidentali. Allo stesso modo in cui, se questo fosse un paese mentalmente sano, e non un paese da sempre ammalato di schedature, si sarebbe trovato il modo di impedire questa demenziale proprietà transitiva delle intercettazioni, dove si dimostra che i &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sei_gradi_di_separazione">gradi di separazione</a>&#8221; possono essere assai meno di sei.</p>
<p>E ancora, se questo continuasse ad essere un paese mentalmente sano, si sarebbe dovuto procedere ad una riforma di ruolo e funzioni del Csm, ad evitare il permanente cortocircuito corporativo in cui opera il cosiddetto &#8220;organo di autogoverno&#8221; dei giudici, <strong>definizione che già di per sé configura un eclatante conflitto d&#8217;interessi</strong>. Il problema italiano è il &#8220;disegno dei meccanismi&#8221; delle regole del gioco, che oggi pare realizzato più da un demone ubriaco che da una comunità umana che punta a controllare i controllori, l&#8217;essenza del liberalismo. Invece, ci troviamo con una produzione legislativa degli ultimi sedici anni fatta di tentativi di scardinamento anche di quei pochi ed ultimi pesi e contrappesi di cui l&#8217;infrastruttura legale ed istituzionale del paese disponeva.</p>
<p><strong>E&#8217; il sistema ad essere minato dalle fondamenta, e non da oggi: un sistema che si è autointossicato producendo una leadership come quella di Berlusconi, che ne appare l&#8217;inesorabile nemesi</strong>. Anche per questo è disperante vedere le due piazze contrapposte: il prodotto di una follia apparentemente senza via di uscita, mentre il paese affonda inesorabilmente nel suo immobilismo oligarchico. Quello stesso che le due tribù conniventi, che da sedici anni si affrontano in un osceno <em>wrestling</em>, stanno proteggendo.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Update</strong></span>: per carità di patria, i giudici di Trani <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_15/trani-ghedini-dandini_298468b2-301c-11df-9bdf-00144f02aabe.shtml">non si sono avvalsi</a> dell&#8217;articolo 335 c.p.p.</p>
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		<title>Controlli sui capitali, svolta storica?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 09:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel suo ultimo articolo, scritto per Project Syndicate, Dani Rodrik (economista eterodosso come può esserlo chi si discosta dai precetti di assoluta libertà dei movimenti di capitale) segnala un importante mutamento di rotta da parte del Fondo Monetario Internazionale, che lo scorso 19 febbraio ha pubblicato una nota di policy in cui si sostiene che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Nel suo ultimo articolo, scritto per <em>Project Syndicate</em>, <a href="http://www.hks.harvard.edu/fs/drodrik/"><strong>Dani Rodrik</strong></a> (economista eterodosso come può esserlo chi si discosta dai precetti di assoluta libertà dei movimenti di capitale) segnala un importante <a href="http://www.project-syndicate.org/commentary/rodrik41/English">mutamento di rotta</a> da parte del <strong>Fondo Monetario Internazionale</strong>, che lo scorso 19 febbraio ha pubblicato una nota di <em>policy</em> in cui si sostiene che tassazione e restrizioni sugli afflussi di capitale possono essere utili, oltre a rappresentare uno strumento &#8220;legittimo&#8221; dell&#8217;armamentario dei <em>policymaker</em>.</p>
<p><span id="more-4585"></span>Si tratta di una dichiarazione per molti aspetti storica, che sovverte quella che per almeno due decenni è stata la granitica posizione ufficiale del FMI, reiterata non più tardi dello scorso novembre dallo stesso direttore generale del Fondo, <strong>Dominique Strauss-Kahn</strong>, in reazione alla tassa imposta dal governo brasiliano sulle transazioni finanziarie in entrata nel paese, nel tentativo di contrastare gli afflussi di &#8220;denaro caldo&#8221; speculativo. Questi afflussi valutari determinano non solo una pressione rialzista sul cambio dei paesi coinvolti, minandone la competitività, ma anche una più generale tendenza all&#8217;instabilità dei rapporti di cambio, che spesso finiscono con l&#8217;assumere andamenti esplosivi, al venir meno delle condizioni che hanno causato gli afflussi valutari, danneggiando lo sviluppo di Pil ed occupazione.</p>
<p>Il FMI fornisce l&#8217;elenco dei paesi (tra essi <strong>Cile</strong>, <strong>Colombia</strong> e <strong>Malaysia</strong>) che sono riusciti ad imporre controlli valutari efficaci, e Rodrik specifica che occorrerebbe un approccio contingente alla materia, poiché non tutte le tipologie di controlli (tasse, vincoli quantitativi, requisiti di riserva infruttifera) possono adattarsi alle caratteristiche istituzionali e burocratiche dei paesi interessati. Rodrik si spinge ad invocare la creazione di un ambito di ricerca ed <em>advisory</em>, entro il FMI, proprio per identificare a livello contingente le misure più efficaci per ogni paese coinvolto.</p>
<p><strong>Caduto lo stigma dei controlli di capitale, argomenta Rodrik, il prossimo passo è l&#8217;istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie globali</strong>, dall&#8217;aliquota estremamente contenuta (suggerito lo 0,05%), ma tale da raccogliere centinaia di miliardi di dollari, oltre a scoraggiare attività speculative di brevissimo termine sui mercati. Quella che fino a ieri sembrava un&#8217;eresia oggi potrebbe essere vista sotto una luce diversa. Si pensi alla criticità delle operazioni di <em>carry trade</em>, <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/03/09/sui-cds-aggiungo-che/">recentemente segnalata</a> anche da <strong>Oscar Giannino</strong>, come esito dell&#8217;attività di trading finanziario globale. Oppure al compito titanico, oltre che potenzialmente devastante sul piano sociale, che i governi dovranno affrontare nel tentativo di colmare le voragini aperte nei conti pubblici per effetto della crisi, che ha causato un crollo di gettito fiscale e l&#8217;espansione di programmi di sostegno ai disoccupati.</p>
<p>Gli squilibri valutari globali che caratterizzano la nostra epoca sono frutto del combinato disposto di una forte creazione di liquidità da parte delle banche centrali (segnatamente della Fed) e dell&#8217;affermarsi di un&#8217;innovazione finanziaria sempre più sofisticata, sia nelle forme tecniche contrattuali che nell&#8217;utilizzo della tecnologia, in mercati interconnessi in tempo reale. <strong>Una tassa sulle transazioni valutarie servirebbe ad aumentare il grado di &#8220;attrito&#8221; del sistema finanziario, riducendone l&#8217;intrinseca instabilità macroeconomica</strong>. Oggi, per contrastare il potenziale destabilizzante indotto dall&#8217;<em>hot money,</em> occorrerebbe pensare ad un&#8217;operazione di drenaggio della liquidità che, realisticamente, non ha alcuna possibilità di realizzarsi. Esiste, per contro, l&#8217;interesse convergente di molti paesi sviluppati e dei paesi emergenti. I primi, come detto, piagati da deficit di bilancio che, in assenza di crescita appaiono non recuperabili per via ordinaria; i secondi interessati a non vedere deragliare il proprio processo di decollo economico per opera di fondi volatili che per definizione hanno poca o nulla attinenza con la crescita.</p>
<p>Resta la risoluta opposizione degli Stati Uniti ad ogni ipotesi di tassazione dei flussi finanziari internazionali, recentemente ribadita dal Segretario al Tesoro, <strong>Timothy Geithner</strong>. Una posizione che potrebbe essere rivista, se la crisi continuerà a devastare i conti pubblici, e data la conclamata incapacità a riformare le istituzioni finanziarie globali per controllare o attenuare il rischio sistemico da esse generato. Per ora ci basta constatare che il FMI ha abiurato da quello che da sempre rappresentava il suo primo dogma. Viviamo tempi decisamente interessanti.</p>
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		<title>La fine è nota</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 09:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia & Mercato]]></category>
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		<category><![CDATA[Fisco]]></category>
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		<description><![CDATA[Il ministro dell&#8217;Economia, Giulio Tremonti, parlando al Forum di Confcommercio in svolgimento a Cernobbio, ha colto l&#8217;occasione per ribadire alcuni punti fermi (meglio sarebbe dire fissi) del suo pensiero. Ad esempio, che la globalizzazione sarebbe la vera madre della crisi:
«Difficile definire la crisi ma comunque è una crisi profondissima. Una crisi che ha  origini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Il ministro dell&#8217;Economia, <strong>Giulio Tremonti</strong>, parlando al Forum di Confcommercio in svolgimento a Cernobbio, ha colto l&#8217;occasione per ribadire alcuni punti fermi (meglio sarebbe dire fissi) del suo pensiero. Ad esempio, che la globalizzazione sarebbe <a href="http://www.confcommercio.it/home/tremonti.doc_cvt.htm">la vera madre della crisi</a>:</p>
<blockquote><p>«Difficile definire la crisi ma comunque è una crisi profondissima. Una crisi che ha  origini negli squilibri prodotti dalla globalizzazione: la scoperta economica  dell’Asia ha prodotto effetti rivoluzionari cambiando in soli venti anni la storia  del mondo»</p></blockquote>
<p>Come noto a (quasi) tutti, la crisi è stata innescata dagli enormi squilibri macroeconomici tra l&#8217;eccesso di consumo americano e l&#8217;eccesso di risparmio asiatico, indotti dal regime di cambi semifissi sorto dalle macerie della crisi asiatica del 1997.</p>
<p><span id="more-4583"></span>L&#8217;eccesso di risparmio dell&#8217;Asia (e della Germania, giusto per puntualizzare) in caccia di rendimenti elevati ma &#8220;sicuri&#8221; perché garantiti da alti rating ha incontrato il proprio destino nelle cartolarizzazioni e nei titoli strutturati di credito da esse generati: gli Abs, i Cdo, i Clo. Strumenti necessari per consentire alle banche globali di fare spazio nei propri bilanci a nuovi prestiti, quelli che permettevano ai consumatori americani di restare a galla e ad alcuni politologi occidentali di affermare che l&#8217;Europa arrancava dietro al Grande Motore a stelle e strisce. La fine è nota, ma non per Tremonti, per il quale la crisi si è invece prodotta dall&#8217;improntitudine asiatica di voler fornire paio di migliaia di calorie al giorno ad ognuno dei propri abitanti.</p>
<p>Piccolo inciso pedante: il regime di cambi semifissi alla base dello squilibrio globale è stato ribattezzato &#8220;Bretton Woods II&#8221;; non a caso, Tremonti da sempre va cianciando di &#8220;una nuova Bretton Woods&#8221;, senza probabilmente sapere di che si tratti. Se per &#8220;Bretton Woods&#8221; si intende una situazione di cambi globali all&#8217;incirca fissi e tali da cristallizare squilibri e porre in incubazione nuove crisi abbiamo già dato, grazie.</p>
<p><strong>A Cernobbio il Nostro ha poi rispolverato il repertorio classico, come quello della crisi-videogame che cambia di livello è partorisce nuovi mostri</strong>. Ma c&#8217;è anche stato spazio per qualche piccola variazione sul tema. Ad esempio, Tremonti conferma che &#8220;la crisi non è finita, ci gira intorno&#8221;. E qui ci sembra di visualizzare plasticamente la pinna della crisi mentre solca il mare di guano in cui ci troviamo. Cavalchiamo l&#8217;ottimismo, dice il premier. Tremonti lo segue solo in parte, quando ricorre alla metafora del Titanic, dove i passeggeri di prima classe fanno la stessa fine di quelli della terza, <span>quelli che &#8220;quando piove si può star dentro ma col bel tempo veniamo fuori&#8221;, </span><span>per dirla con De Gregori. Ma l&#8217;approccio italiano alla crisi (non fare nulla, né riforme né stimoli) è stato vincente, secondo il ministro, per l&#8217;occasione trasformatosi in un ibrido tra un neo-hegeliano ed un post-socratico. &#8220;Siamo stati bravi a fare così,</span> e  rifiutare l’avventurismo, il deficitismo e il costruttivismo economico sperimentale&#8221;. E così spero di voi. Chissà se Tremonti un giorno riuscirà a capire che gli altri paesi (con la rilevante eccezione francese) non hanno fatto esattamente <em>deficit spending</em> ma sono &#8220;semplicemente&#8221; stati travolti dal loro deficit delle partite correnti e dall&#8217;implosione di consumi e immobiliare, che hanno abbattuto il gettito d&#8217;imposta. Ma sono dettagli.</p>
<p><span><strong>Poi Tremonti rispolvera il suo <em>Opus Magnum</em>, la riforma fiscale</strong>. Serviranno due-tre anni, dice. Conoscendo l&#8217;ultimo Tremonti, che è il gemello social-moralista del genio che partorì il Libro Bianco fiscale del 1994, siamo colti da sudori freddi. Una riforma fiscale degna di tale nome deve basarsi sui principi-cardine di massimizzare il gettito minimizzando le distorsioni ai mercati (avercene di mercati, in Italia!), senza cedere alla tentazione di microgestire l&#8217;economia secondo canoni &#8220;etici&#8221;. Che invece è proprio il virus che da qualche anno ha colpito Tremonti. Come potrà essere la riforma fiscale tremontiana, è già intuibile: basta rileggersi il fondamentale testo &#8220;<em>La paura e la speranza</em>&#8220;, è tutto scritto lì, pur se con riferimento alla Ue e non alla piccola Italia.</span></p>
<p><span><strong>Ad esempio, possiamo immaginare una stabilizzazione del cinque per mille</strong>. Oppure la rivoluzionaria proposta della &#8220;Detax&#8221; (sic), <a href="http://phastidio.net/2008/05/26/la-paura-e-la-speranza-3/">contenuta nel capitolo 8 del libro</a>. In pratica, tutti gli esercenti che aderiscono ad iniziative &#8220;umanitarie&#8221; ed &#8220;etiche&#8221; (con un bel comitato a decidere ciò che è etico, immaginiamo) potranno tagliare di un punto l&#8217;Iva (nientemeno), a condizione che il cliente aderisca all&#8217;iniziativa, trasformando lo sconto in una offerta a favore delle iniziative del negoziante. Rivoluzionario, non trovate? Una raccolta di punti-fedeltà, originariamente prevista &#8220;per l&#8217;Africa&#8221;, come era scritto sulle cassettine delle missioni carmelitane che i meno giovani tra i lettori ricorderanno far bella mostra di sé sui banconi di panettieri e macellai, alcuni lustri addietro. Al termine di questo faticoso <em>paperwork</em>, e quando l&#8217;economia africana sarà ormai in pieno boom grazie agli investimenti cinesi, Tremonti potrà dire di aver introdotto la filantropia in un paese da sempre ammalato di statalismo. Basta crederci, in fondo. Come basta credere alla bella fiaba della <strong>Banca del Sud</strong>, quella nata dalla premessa di insufficiente raccolta (e per ciò stesso dotata di fiscalità di vantaggio), salvo poi scoprire che <a href="http://phastidio.net/2009/10/19/tre-dubbiozzi-sulla-banca-del-sud-3/">il problema sta negli impieghi</a>, non nella raccolta. E&#8217; la realtà che ci rema contro, evidentemente.</span></p>
<p><span>Ma in tutta questa inquietante progettualità ci soccorre il pensiero che la riforma fiscale di Tremonti sarà come il ritorno al nucleare di Scajola: servirà solo a imbrattare d&#8217;inchiostro i nostri analitici quotidiani, senza che nulla di concreto accada. E&#8217; già qualcosa, attendendo il ritorno del fratello buono di Tremonti, quello del 1994. Per il quale purtroppo è già stata presentata istanza di morte presunta.<br />
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		<title>La forza delle argomentazioni &#8211; 3</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 15:21:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci è voluto un po&#8217; di tempo, ma alla fine l&#8217;argomentato attacco alla assai ipotetica candidatura di Mario Draghi alla guida della Banca Centrale Europea è arrivato. Il pulpito non è dei più qualificati (il quotidiano tedesco Bild), ma certo di grande presa popolare. Il tema dell&#8217;ortodossia monetaria è very pop in Germania, un po&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Ci è voluto un po&#8217; di tempo, ma alla fine l&#8217;argomentato attacco alla assai ipotetica candidatura di <strong>Mario Draghi</strong> alla guida della <strong>Banca Centrale Europea</strong> è <a href="http://www.corriere.it/economia/10_marzo_11/draghi-bild_0c9f54a4-2cfd-11df-a00c-00144f02aabe.shtml">arrivato</a>. Il pulpito non è dei più qualificati (il quotidiano tedesco <em>Bild</em>), ma certo di grande presa popolare. Il tema dell&#8217;ortodossia monetaria è <em>very pop</em> in Germania, un po&#8217; come quello dell&#8217;immigrazione da noi, dove può capitare di leggere titoli del tipo &#8220;<em>I negri hanno ragione</em>&#8220;, e Bild lo declina a modo suo. Il posto oggi occupato da <strong>Jean-Claude Trichet</strong> potrà andare solo  ad un tedesco, e chi meglio di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Axel_A._Weber"><strong>Axel Weber</strong></a>? Quanto a Draghi, lui è &#8220;un uomo della lira&#8221;, ma non solo: ha pure lavorato per <strong>Goldman Sachs</strong>, argomenta Bild.</p>
<p><span id="more-4575"></span>Quest&#8217;ultima accusa, a onor del vero, è molto popolare anche da noi, ad uso e consumo di quanti ritengono che sia possibile ridurre l&#8217;ansia trovandosi un capro espiatorio, e poco importa che la parentesi di Draghi a Goldman sia terminata molto tempo addietro, o che egli non fosse (ovviamente) coinvolto in operazioni di finanza strutturata, avendo un ruolo di <em>relationship</em> istituzionale più o meno uguale a quello che nel corso degli anni hanno avuto <strong>Mario Monti</strong>, <strong>Romano Prodi</strong> e (udite, udite) <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2007/06/letta-goldman.shtml?uuid=909fc446-1d74-11dc-ab9f-00000e251029&amp;DocRulesView=Libero"><strong>Gianni Letta</strong></a>. Tornando ad <strong>Axel Weber</strong>, all&#8217;eroe senza macchia e senza paura della stabilità monetaria (mica come Draghi, che la notte di nascosto stampa banconote nella cantina di casa), potrebbero e dovrebbero essere girate <a href="http://baselinescenario.com/2010/02/19/six-questions-for-axel-weber/">le domande di <strong>Simon Johnson</strong></a>.</p>
<p>Weber, nel suo pluriennale ruolo di <em>dominus</em> e custode dell&#8217;ortodossia economica e monetaria tedesca, potrebbe ad esempio spiegare dov&#8217;era quando <strong>Deutsche Bank</strong> è diventata una delle banche con la maggior leva finanziaria al mondo, suggerisce Johnson. Oppure potrebbe spiegare il ruolo della <strong>Bundesbank, </strong>in quanto regolatore del sistema creditizio tedesco, nel caso di <strong>Hypo Real Estate</strong>, il buco nero di Germania. O ancora, la strenua resistenza tedesca alle proposte di incremento dei requisiti di capitale, e l&#8217;aver tenuto rigorosamente segreti i risultati degli <em>stress test</em> bancari europei, per evitare qualcosa di più dello stigma a carico di alcuni istituti non particolarmente virtuosi. E potrebbe forse anche spiegare il ruolo tedesco nel contesto di quella che Johnson definisce la politica monetaria fortemente prociclica dell&#8217;eurozona, che ha indirettamente favorito gli esportatori tedeschi.</p>
<p>Weber, è l&#8217;argomentazione di Johnson, in quanto ascoltatissimo consigliere economico dei governi di Berlino, è stato determinante nel perseguire un modello di <em>policy </em>basato sull&#8217;export e sulla stretta fiscale sistematica. Che notoriamente è cosa diversa da una politica fiscale anticiclica, tale cioè da risultare moderatamente espansiva in recessione e restrittiva in espansione (a somma zero, quindi), ma evidentemente per i tedeschi questi sono dettagli.</p>
<p>Al di là delle campagne dei giornali popolari, <strong>Berlino resta il crocevia dei destini dell&#8217;Unione monetaria europea, oltre che della sua evoluzione politica</strong>. Spetta ai tedeschi scegliere se continuare a spremere esportazioni dal Sud di Eurolandia (se e quando ciò potrà tornare ad accadere), salvo poi salire in cattedra nel momento in cui gli squilibri diventano insostenibili, oppure se puntare ad un vero coordinamento delle politiche economiche. Sperando che a Berlino riescano a comprendere che gli squilibri macroeconomici sono come il tango (cioè che occorre essere in due per ballare), e che un deficit non è altro che un surplus visto allo specchio.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>Update</strong></span>: questi stessi concetti li ritrovate (ovviamente espressi meglio) in <a href="http://www.nakedcapitalism.com/2010/03/spain%E2%80%99s-woes-and-germany%E2%80%99s-export-model-could-mean-double-dip.html">questo post</a> di <strong>Edward Harrison</strong> per <em>Naked Capitalism</em>, che riprende lo schema dei saldi tra settore pubblico, privato e conto capitale, frequentemente utilizzato da <strong>Martin Wolf</strong>. La morale è che l&#8217;Europa, applicando la ricetta tedesca, va dritta ad infilarsi in un <em>double dip</em>.</p>
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		<title>Ma la colpa non è dei CDS</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[*Avvertenza: post irrimediabilmente tecnico
Cosa c&#8217;è di meglio, per la classe politica, che trovare un capro espiatorio eclatante come la speculazione? E&#8217; perfetta, si porta in tutte le stagioni, crea un discreto ricompattamento del campo domestico, anche in caso di adozione di misure impopolari. Ecco spiegato il motivo della caccia alle streghe nei confronti dei Credit [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><em>*Avvertenza: post irrimediabilmente tecnico</em></p>
<p>Cosa c&#8217;è di meglio, per la classe politica, che trovare un capro espiatorio eclatante come la speculazione? E&#8217; perfetta, si porta in tutte le stagioni, crea un discreto ricompattamento del campo domestico, anche in caso di adozione di misure impopolari. Ecco spiegato il motivo della caccia alle streghe nei confronti dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Credit_default_swap"><em>Credit Default Swap</em></a> (CDS), lo strumento più citato (e meno capito) da media ed eletti, in questo periodo.</p>
<p><span id="more-4564"></span>Nei giorni scorsi vi è stata una vasta <strong>chiamata alle armi contro i CDS</strong>, responsabili (secondo alcuni) dell&#8217;aggravamento della crisi greca, in termini di maggiori oneri di servizio del debito, tali da soffocare nella culla ogni tentativo di risanamento fiscale. Il grido di battaglia di <strong>George Papandreou</strong> e del governo di Atene è &#8220;<em>la Grecia deve indebitarsi sui mercati allo stesso costo degli altri paesi europei</em>&#8220;. Proposito lodevole, che tuttavia prescinde dal fatto che il costo del debito è legato alle prospettive di rimborso, cioè al rischio di credito. Quest&#8217;ultimo ha fatto irruzione in Eurolandia come un elefante nella cristalleria, ed è destinato a restarvi. Papandreou ha finito col credere, non è dato sapere se in buona fede o meno, che ogni differenziale nel costo del debito greco rispetto al resto della zona Euro sia imputabile all&#8217;attività degli &#8220;speculatori&#8221;, segnatamente di quelli in CDS. Per qualche giorno anche gli altri governi europei hanno fatto mostra di credergli, ed hanno minacciato neppure troppo velatamente di bandire il trading sui CDS.</p>
<p><strong>L&#8217;operazione, che fosse studiata a tavolino o meno, è servita nel breve termine</strong> perché molti &#8220;speculatori&#8221; hanno deciso di chiudere le posizioni ribassiste sul rischio sovrano greco, vendendo cioè la protezione che avevano in precedenza acquistato. In parallelo a ciò (vedremo tra poco il flusso causale), anche il cosiddetto mercato <em>cash</em>, cioè i titoli di stato greci, sono stati interessati da correnti di acquisto e riacquisto, ed hanno visto stringere significativamente (pur se ancora su livelli molto elevati) il differenziale con i Bund tedeschi. Negli stessi giorni in cui in Eurolandia si discuteva del divieto di trading sui CDS &#8220;<em>naked</em>&#8221; (&#8220;nudi&#8221;,cioè quelle situazioni in cui si compra protezione su una entità creditizia senza possedere i titoli sottostanti), il Dipartimento della Giustizia statunitense si è messo ad investigare sulla possibilità che &#8220;alcuni hedge funds&#8221; (pare non più di quattro o cinque) abbiano &#8220;cospirato&#8221; per provocare un indebolimento dell&#8217;euro.</p>
<p><strong>Questa tesi è quasi surreale</strong>: quanto può &#8220;muovere&#8221; un hedge fund, inclusa la propria leva finanziaria? Diciamo cinquanta miliardi di euro? Cento? Duecento? Moltiplicate per cinque, e riflettete sul fatto che ogni giorno, sui mercati valutari, vengono movimentate alcune migliaia di miliardi di euro. E&#8217; realistico pensare che sia possibile &#8220;attaccare l&#8217;euro&#8221; orchestrando vendite per una frazione trascurabile dell&#8217;interscambio giornaliero del mercato valutario? E peraltro, indebolire la moneta unica avrebbe fatto solo un favore ai governi di Eurolandia, desiderosi di far respirare il proprio export. Forse non è un caso che l&#8217;indagine sia partita dagli Stati Uniti, che dall&#8217;indebolimento dell&#8217;euro hanno solo da perdere. Ma qui scadremmo nel cospirazionismo.</p>
<p>Tornando all&#8217;epica lotta dei greci contro i CDS, la criminalizzazione dei derivati creditizi deriverebbe dal fatto che gli stessi sono visti come <em>driver</em> delle discese di prezzo dei titoli di stato. Le cose non stanno così, spesso anzi accade il contrario: si inizia con correnti di vendita sul <em>cash</em> che innescano acquisti di protezione sul CDS, che a loro volta frenano la tendenza principale. <strong>E&#8217; necessario, a questo punto, introdurre una tecnicalità</strong>: si dice <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;source=web&amp;ct=res&amp;cd=1&amp;ved=0CAsQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.yieldcurve.com%2FMktresearch%2Ffiles%2FChoudhry_BasisTrade_Jul06_Logo.pdf&amp;ei=NH6VS5boL8jFsgakwrGUAw&amp;usg=AFQjCNEpnRAHqcBQmxc7khKvJBS-hallDA&amp;sig2=VbI87O6xM2kjYFCeRUhAsQ">base</a> (<em>basis</em>, in inglese) la differenza tra il livello del CDS e quello del bond fisico. Quando la base è negativa (cioè lo spread del bond è più ampio di quello del CDS), gli arbitraggisti comprano il titolo e si coprono comprando protezione. Così facendo si blocca un profitto pari all&#8217;ampiezza della base. <strong>In natura le basi negative non durano molto, vengono cioè molto rapidamente arbitraggiate. Ciò che può durare indefinitamente sono invece le basi positive</strong>, cioè situazioni in cui il CDS è più largo dello spread sul bond sottostante. In questi casi per eseguire l&#8217;arbitraggio servirebbe vendere allo scoperto il titolo fisico e vendere protezione sul CDS. Ciò difficilmente avviene, perché non sempre è possibile vendere allo scoperto l&#8217;obbligazione sottostante: spesso la richiesta di prestito del titolo è talmente elevata che il medesimo diventa &#8220;<em>special</em>&#8221; sul mercato <em>repo</em>, ed il canale di arbitraggio salta.</p>
<p>Da un grafico pubblicato nei giorni scorsi da <em>FT-Alphaville</em>, si evince che i principali debitori europei hanno tutti <a href="http://ftalphaville.ft.com/blog/2010/03/02/162001/on-the-non-existent-basis-of-a-greek-cds-ban/">la base positiva</a>, in modo più o meno accentuato, in particolare <strong>Italia</strong> e <strong>Spagna</strong>, mentre la <strong>Grecia</strong> ha (o aveva, la scorsa settimana) una base nulla. In concreto, che significa? Che mentre è possibile guidare al rialzo il prezzo di un titolo in presenza di base negativa, <strong>la presenza di una base positiva non trasmette direttamente il movimento ribassista ai titoli sottostanti</strong>. In altri termini, nel caso greco il mercato ha cominciato a vendere i bond fisici, creando così una base negativa che è stata arbitraggiata dai trader, che hanno comprato protezione sui CDS. Senza questa operazione, la corrente di vendita dei titoli di stato greci non avrebbe trovato alcun elemento frenante. <strong>Detto in altri ed ulteriori termini, la magnitudine di una base positiva ha relativamente poco effetto sul livello dei bond sottostanti. Ciò significa che incolpare i CDS per la discesa di prezzo di titoli di stato di un paese con ampi e crescenti deficit e debito pubblico ha assai poco senso</strong>.</p>
<p>Ora anche il regolatore finanziario tedesco, <em>BaFin</em>, è giunto a concludere che i CDS non sono stati usati per condurre un attacco speculativo contro la Grecia (qualsiasi cosa significhi l&#8217;espressione &#8220;attacco speculativo&#8221;), ma George Papandreou non si arrende ed è tornato a chiedere al mondo un intervento di <a href="http://www.nytimes.com/2010/03/09/business/global/09drachma.html">repressione contro il trading speculativo</a>. Programma mediamente impegnativo<strong></strong>. E&#8217; possibile che si giunga a vietare l&#8217;operatività &#8220;nuda&#8221; sui CDS, cioè l&#8217;acquisto di protezione senza possedere i titoli sottostanti da proteggere. Lo stesso <strong>Mario Draghi</strong>, in sede di <em>Financial Stability Board</em>, ha detto che i CDS suscitano &#8220;disagio&#8221; (<em>uneasiness</em>); ma anche in questo caso non si eviterà l&#8217;allargamento degli spread su entità il cui merito di credito sta deteriorandosi.</p>
<p>Il governo greco, ed i politici di ogni latitudine, farebbero meglio ad acquisire questo concetto. Solo il risanamento e il ritorno alla crescita tengono lontana la &#8220;speculazione&#8221;. E mai come in questa circostanza le virgolette sono state più appropriate.</p>
<ul>
<li>Lettura complementare consigliata: le <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/03/09/sui-cds-aggiungo-che/">considerazioni </a>di <strong>Oscar Giannino</strong>;</li>
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		<title>Giorgio Bernanke</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 09:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E così, abbiamo appena appreso che il Pdl è too big to fail. Può essere, a noi da tempi non sospetti pare l&#8217;opposto. A noi pare che il Pdl si sia inesorabilmente posto su un piano inclinato, e con sé vi abbia posto l&#8217;intero paese. Il Pdl non è too big to fail, per molti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>E così, abbiamo appena appreso che <a href="http://www.corriere.it/politica/speciali/2010/elezioni/">il Pdl è <em>too big to fail</em></a>. Può essere, a noi da tempi non sospetti <a href="http://phastidio.net/2009/09/22/e-dopo-il-menu-il-programma/">pare l&#8217;opposto</a>. A noi pare che il Pdl si sia inesorabilmente posto su un piano inclinato, e con sé vi abbia posto l&#8217;intero paese. Il Pdl non è <em>too big to fail</em>, per molti aspetti è già un partito fallito. La tragedia è che, come ogni <em>incumbent</em> dedito ad abuso di posizione dominante, il Pdl promette di portare a fondo con sé il paese ed il suo sistema istituzionale. Continua l&#8217;equivoco di un premier convinto che il consenso di cui gode <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=27117&amp;sez=ELEZIONI2010&amp;npl=&amp;desc_sez=">lo legittimi a disinteressarsi delle regole</a>.</p>
<p><span id="more-4557"></span><strong>Conta solo l&#8217;unzione popolare, poco importa che per il paese questo modo di stare al mondo equivalga sempre più ad una estrema unzione</strong>. Di incertezza del diritto, cioè di arbitrio, si muore, anche in un paese da sempre assai poco avvezzo al <a href="http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2010/03/07/le-finestre-rotte-della-democrazia/">rispetto delle regole</a>, quale è il nostro. Soprattutto quando si tratta di regole sostanziali e non formali, quali  quelle <em>violate in senso assoluto e inescusabile nel Lazio</em>. Il Pdl oggi è diventato un partito imperiale, meglio sarebbe dire un partito nordcoreano, più che <a href="http://www.corriere.it/editoriali/10_marzo_07/comunisti-involontari-editoriale-ernesto-galli-della-loggia_66123518-29c1-11df-8fa3-00144f02aabe.shtml">semplicemente comunista</a>: guidato da un <em>dominus</em>, densamente popolato di fedeli esecutori dediti al culto della personalità del Leader, che hanno da tempo spento la fiamma del dibattito interno, temendo l&#8217;emarginazione e con essa di perdere le piccole e grandi prebende che la partecipazione al sistema di potere implica.</p>
<p><strong>E come in ogni partito nordcoreano che si rispetti, il legame con la realtà è stato reciso da tempo</strong>. C&#8217;è ad esempio questo continuo sciacquarsi la bocca con la &#8220;tolleranza zero&#8221; verso tutto e tutti, salvo che verso i propri errori. Perché in quel caso c&#8217;è sempre un nemico esterno, contro cui stringersi a coorte, al momento dell&#8217;esito del &#8220;giudizio divino&#8221; delle urne. La legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali di altri: dopo il massiccio ricorso alla <a href="http://phastidio.net/2010/03/06/il-settimanale-632010/">neolingua</a> ed al <a href="http://phastidio.net/2010/03/03/bispensiero-padano/">bispensiero</a>, il processo di orwellizzazione del Pdl e della maggioranza (visto che la Lega il suo &#8220;Caro Leader&#8221; lo ha da sempre) prosegue a tappe forzate. Dio lo vuole, il Popolo lo vuole. L&#8217;esito pressoché scontato è che, alla prima occasione utile, la dialettica interna assume le forme più imprevedibili, incluso l&#8217;arrivare fuori tempo massimo a depositare le liste di una consultazione elettorale. Ogni ingranaggio incontra sempre il suo granello di sabbia, prima o poi.</p>
<p><strong>La seconda tragedia italiana è la condizione dell&#8217;opposizione</strong>: buona a nulla, indecisa a tutto. Incapace di elaborare un progetto per il paese, <strong>talmente screditata da mantenere ancora nel campo avverso quella parte molto mobile di elettorato centrista che potrebbe fare la differenza</strong>. Un&#8217;opposizione capace solo di riflessi condizionati, anche di fronte a situazioni che tali riflessi non richiederebbero, stante la loro <a href="http://www.corriere.it/politica/10_marzo_03/arbitrato-norma-statuto_d06947c6-26f6-11df-b168-00144f02aabe.shtml">irrilevanza ai fini pratici</a>.</p>
<p>No, il Pdl non è <em>too big to fail</em>, caro presidente Napolitano. Certo, lo si può puntellare come sono state puntellate le grandi ed interconnesse banche americane, violando regole di ogni tipo. Ma il conto lo pagherà comunque quel simulacro che è la democrazia italiana, è solo questione di tempo.</p>
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		<title>Requiem per un paese</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 23:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; uscito ieri l&#8217;editoriale di Ernesto Galli Della Loggia, che aveva fatto capolino nella rassegna stampa di martedì di SkyTg24. Il direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli, spiega i motivi del disguido, assumendosene la responsabilità. Noi abbiamo poco da aggiungere a questo pezzo, che esprime plasticamente l&#8217;irritazione che Galli Della Loggia prova verso questo centrodestra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>E&#8217; uscito ieri <a href="http://www.corriere.it/editoriali/10_marzo_03/ernesto_galli_della_loggia_il_fantasma_di_un_partito_6bbaa0bc-2689-11df-b168-00144f02aabe.shtml">l&#8217;editoriale di <strong>Ernesto Galli Della Loggia</strong></a>, che aveva fatto capolino nella rassegna stampa di martedì di <em>SkyTg24</em>. Il direttore del Corriere, <strong>Ferruccio De Bortoli</strong>, spiega i motivi del disguido, assumendosene la responsabilità. Noi abbiamo poco da aggiungere a questo pezzo, che esprime plasticamente l&#8217;irritazione che Galli Della Loggia prova verso <em>questo</em> centrodestra, una collezione di rissosi cacicchi immersi nell&#8217;inconcludenza (per tacer d&#8217;altro), oltre alla desolante e disarmante conclusione che questo paese ha una classe politica priva di un disegno e di un progetto per il futuro. Sono praticamente gli stessi termini e le stesse espressioni che noi usiamo da anni.</p>
<p><span id="more-4541"></span>Oggi ci ritroviamo con un Pdl sempre più erede &#8220;agli steroidi&#8221; di quel <em>milieu</em> di nani e ballerine che intossicò questo paese negli anni Ottanta. Agli steroidi, perché oggi quella entità si è trasformata nel primo partito d&#8217;Italia, ed è guidato da un uomo che, smarrito il disegno ed il progetto (o forse mai avuto, era solo una tecnica di marketing), oggi &#8220;guida&#8221; il paese in una deriva che terminerà contro enormi scogli. Un uomo la cui cultura politica Galli Della Loggia stronca inappellabilmente:</p>
<blockquote><p>Il comando berlusconiano, infatti,  corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era  tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio  incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e  tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la  sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica  modernamente inteso. E dunque anche alla costruzione di un partito. La  politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come  sembra credere il nostro presidente del Consiglio; è prima avere  un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un  paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a  cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le  quali, forse, un partito non è inutile.</p></blockquote>
<p>Non sappiamo se il ritardo nella pubblicazione di questo editoriale sia imputabile a mal di pancia entro il castello della Rcs, poi ricomposti; né sappiamo se si tratti di un &#8220;preavviso di licenziamento&#8221; che i presunti poteri forti (debolissimi, in realtà, fuori dai patri confini) hanno mandato a Berlusconi, come fecero a suo tempo con <strong>Romano Prodi</strong>. Quello che a noi appare evidente è l&#8217;imminente esaurimento della sabbia nella clessidra.</p>
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		<title>La patria del rovescio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 14:59:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo viene scaricato dai colleghi, torna d&#8217;attualità quell&#8217;obbrobrio noto come voto degli italiani all&#8217;estero. E&#8217; di oggi un esaustivo articolo di Paolo Balduzzi e Massimo Bordignon, su lavoce.info, che illustra tutti i cervellotici meccanismi attuati per riconoscere l&#8217;elettorato attivo e (soprattutto) passivo anche a gente che non parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Mentre il senatore del Pdl <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Di_Girolamo"><strong>Nicola Di Girolamo</strong></a> viene scaricato dai colleghi, torna d&#8217;attualità quell&#8217;obbrobrio noto come voto degli italiani all&#8217;estero. E&#8217; di oggi un esaustivo <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001581.html">articolo</a> di <strong>Paolo Balduzzi</strong> e <strong>Massimo Bordignon</strong>, su <em>lavoce.info</em>, che illustra tutti i cervellotici meccanismi attuati per riconoscere l&#8217;elettorato attivo e (soprattutto) passivo anche a gente che non parla italiano e mai ha vissuto entro i patri confini.</p>
<p><span id="more-4535"></span>Questa legge (lo sappiamo da sempre, ma giova ribadirlo) rappresenta l&#8217;immagine speculare dell&#8217;assenza di possibilità di voto concessa a stranieri che vivono nel nostro paese, magari da molto tempo: qui pagano le tasse, parlano la nostra lingua, hanno figli che frequentano le nostre scuole. Solo in un paese come l&#8217;Italia, che da sempre fa dell&#8217;illiberalismo la propria stella polare, si poteva giungere non solo a negare in radice il basilare principio liberale e democratico di &#8220;<em>no taxation without representation</em>&#8220;, ma addirittura ad affermarne la simmetrica aberrazione di &#8220;<em>representation without taxation</em>&#8220;.</p>
<p>E&#8217; opportuno lasciare la parola a Balduzzi e Bordignon, trattenendo per l&#8217;ennesima volta la nausea:</p>
<blockquote><p>Il problema fondamentale è che il diritto di voto per gli italiani  all’estero garantisce loro una effettiva <em>“representation without  taxation”</em>: cittadini che <strong>non pagano tasse</strong> in  Italia e non usufruiscono dei servizi influenzano, con il loro voto, le  tasse che gli italiani residenti pagano e i servizi che ricevono. Questo  è ancor più vero con la Circoscrizione estero, i cui rappresentanti  parlamentari sono essi stessi cittadini non residenti in Italia. La  rappresentanza senza tassazione contrasta con un principio fondamentale  della democrazia, e se è in qualche modo accettabile per cittadini  italiani che sono solo temporaneamente al di fuori dei confini  nazionali, lo è di meno per chi ha deciso di vivere <strong>stabilmente  all’estero</strong> e che in qualche caso, non conosce né le istituzioni  né la lingua del paese di origine. La cosa è ancora più impressionante  se si pensa che viceversa, in Italia vivono e lavorano individui che  soffrono di una <em>“</em>tassazione senza rappresentanza<em>”</em>,  vale a dire gli <strong>stranieri regolari</strong>. Secondo il Rapporto  Caritas-Migrantes, nel 2007 gli immigrati hanno contribuito al 6,1 per  cento del Pil e assicurato un gettito fiscale al nostro paese pari a 3  miliardi e 749 milioni di euro, dei quali 3,1 miliardi per i soli  versamenti Irpef.<br />
Curiosamente, il numero degli stranieri residenti  in Italia, regolari e maggiorenni, è anch’esso di poco superiore ai tre  milioni (dati Istat, 2009). Appare quanto meno singolare che una  popolazione così ampia, che vive e lavora onestamente nel nostro paese,  non possa esprimere alcun voto, neppure a livello amministrativo, pur  essendo soggetta al fisco e usufruendo dei servizi offerti. Si noti che  oltretutto vivono in Italia circa mezzo milione di stranieri solo di  nome: sono i <strong>figli di immigrati</strong>, nati o arrivati in  tenera età nel nostro paese, che hanno studiato in Italia, ne parlano  perfettamente la lingua, e che sono in effetti indistinguibili dai  connazionali della stessa età, eccetto che non godono degli stessi  diritti. È opportuno che questa asimmetria venga risolta al più presto,  accelerando il percorso per l’ottenimento della <strong>cittadinanza</strong> e dei diritti collegati.</p></blockquote>
<p>Sfortunatamente il nostro dibattito politico e culturale sull&#8217;immigrazione resta pervicacemente bloccato sulla &#8220;minaccia islamica&#8221;. Difficile progredire, da una simile base. Ora possiamo solo sperare che il parlamento rifletta approfonditamente su questa ennesima porcata, mandando definitivamente in archivio le mal riposte lacrime patriottiche di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mirko_Tremaglia"><strong>Mirko Tremaglia</strong></a>.</p>
<p><strong>P.S.</strong> Sul tema del voto degli italiani all&#8217;estero, e sul demenziale criterio di voto postale, <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1753">leggi anche nFA</a>.</p>
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