Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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André Glucksmann: un anno migliore

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Il 2003 si è chiuso gradevolmente. Le persone oneste hanno potuto festeggiare la caduta di un tiranno abominevole, preso per la collottola -una volta tanto- acquattato tra la spazzatura.

Non male l’inizio del 2004. Gheddafi sembra disposto a rinunciare a far esplodere in volo aerei carichi di passeggeri. L’Iran annuncia concessioni in ordine alle sue ambizioni nucleari. Il governo pachistano si riavvicina all’India, prende le distanze dal terrorismo islamista, esita a perpetuare i propri commerci di armi di distruzione di massa. La Corea del Nord sembra meno vogliosa di aggiungere provocazione a provocazione, e più disposta ad annacquare il suo vino atomico. In Afghanistan una costituzione proclama l’uguaglianza tra uomini e donne. Charles Taylor ha smesso di insanguinare a tutto spiano la Liberia. E Milosevic dovrà rendere conto dei suoi crimini contro l’umanità, benché sia stato eletto deputato dai suoi concittadini nichilisti. In generale i dittatori del Ventesimo secolo, come Stalin, Mao o Franco, sono deceduti nei loro letti; e anche dopo aver perso il potere, come nel caso di Duvalier o Bokassa, hanno potuto trascorrere giorni tranquilli in qualche ritiro dorato. Fanno eccezione Hitler e il suo gregario Mussolini, periti nell’incendio mondiale dopo averlo spinto al parossismo. Nel 2003 il vento è cambiato, l’assassinio politico di massa non beneficia più automaticamente dell’immunità internazionale. L’esempio iracheno ha cambiato il corso delle cose.

Solo un ingenuo potrebbe credere alla sincerità di famigerati serial killer improvvisamente convertiti alle omelie umanitarie. Sembra però che i torturatori milionari scoprano oggi di non essere più tanto favoriti dalle circostanze. La saggezza comincia dalla paura: quando gli assassini curvano la schiena, ecco che il vizio rende omaggio alla virtù.

A costo di deludere gli innumerevoli pronostici apocalittici degli avversari dell’intervento militare in Iraq, bisogna constatare che la situazione mondiale oggi non è affatto peggiore di ieri; è vero anzi il contrario.

Spiacente per i milioni di manifestanti che hanno ricamato sul tema “Make tea, and not war”: la catastrofe annunciata non c’è stata. I pacifisti hanno riposto i loro striscioni e non si preoccupano minimamente delle guerre in atto. Non li tocca neppure per un attimo la sorte dei ceceni schiacciati sotto lo stivale russo, il calvario delle donne musulmane prigioniere del velo politico, quello dei civili massacrati su tutto il continente africano o dei tibetani e contestatori “trattati” dai servizi cinesi. Le nostre buone coscienze non si sgolano contro i poteri forti, ma solo contro Bush quando lo ritengono in una posizione di debolezza. Oggi le coorti anti, extra o alterglobaliste tornano alle loro teiere. Kadyriov e i suoi massacratori a Grozny? Aristide e le sue milizie a Port-Au-Prince? La giunta militare in Birmania? I guardiani della rivoluzione islamica a Teheran? Un terzo del pianeta sotto il tallone comunista? Nel dicembre 2003, alla vigilia di Natale, una famiglia tutsi, donne e bambini già miracolati dal genocidio, crocefissi da alcuni cattolicissimi hutu, agonizzano per tutta una notte a Butare (Ruanda)… tre righe sulla stampa. Neppure una parola dal papa. Nulla di tutto questo può turbare il sonno dei valorosi militanti della pace, già pronti senza fare una piega che il macellaio di Baghdad rimanesse intonso e intoccabile. Tutti perseguono le loro speculazioni ossessive sul futuro Armageddon fomentato dal satanico Busharon. L’entità malefica, Israele-Usa, non ha forse riportato la palma europei dei paesi più pericolosi del mondo? A loro volta, i leader antibellicisti di Parigi e di Berlino tentano di far dimenticare il loro triste bilancio. Sono riusciti a dividere durevolmente la comunità europea, a paralizzare la nato, a mettere fuori gioco l’Onu. E si ritrovano isolati quando il loro alleato Putin limita il danno, disponendo si a cedere sulla Georgia per qualche sorriso a Washington.

Tra meno di sei mesi sarà festeggiato in pompa magna il sessantesimo anniversario dello sbarco alleato in Normandia. Il cancelliere tedesco – prima assoluta – è invitato alla cerimonia. Finalmente! Evviva! La sua presenza rende definitiva una verità fondamentale: il 6 giugno 1944 le truppe americane, inglesi e canadesi non hanno “invaso”, bensì “liberato” l’Europa. Retrospettivamente, il popolo tedesco ammette di essere stato non già “occupato”, ma “emancipato” da una dittatura totalitaria.

A buon rendere. la Germania e la Francia, sull’esempio dell’Italia e della Polonia, sono tenute ad aiutare il popolo iracheno a uscire dalle rovine materiali e morali di una tirannia fortunatamente abbattuta dai liberatori, appena nove mesi fa.

André Glucksmann

Cervelli in fuga

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Il presidente Ciampi è diventato ormai, come i suoi predecessori e per ruolo costituzionale e istituzionale, un classico e frusto esempio di “macchina da auspici”: uno di questi è relativo alla lotta contro la “fuga dei cervelli”, altrettanto frusta espressione che indica l’emigrazione di molti dei nostri migliori talenti in tutti i campi, e non solo in quello della ricerca biomedica. Ecco un interessantissimo articolo-commento, largamente condivisibile aldilà degli usuali riflessi pavloviani antiberlusconiani della testata, dell’inviato sulla West Coast di Repubblica, Federico Rampini.

Cervelli in fuga, tornare si può
solo gli italiani restano in Usa
Settanta giovani ricercatori emigrati spiegano al ministro Stanca che cosa li trattiene ancora sulla West Coast

SAN FRANCISCO – Eccome se è possibile, il “ritorno a casa” dei cervelli emigrati all’estero. Ne sa qualcosa la Silicon Valley californiana, il centro mondiale delle tecnologie avanzate, alle prese con un problema nuovo: gli ingegneri indiani, i matematici cinesi che hanno fatto la sua fortuna, stanno davvero tornando a casa. Attirati dal boom delle due potenze emergenti – la Cina con un Pil che cresce dell’8% all’anno, l’India del 7% – migliaia di imprenditori, scienziati e manager di origine asiatica subiscono il fascino di Shanghai e di Bangalore, le Silicon Valley d’oltre-Pacifico. E poi, anche se la capacità di attrazione degli Stati Uniti resta comunque forte, l’11 settembre ha avuto una conseguenza pesante. Le nuove leggi antiterrorismo hanno imposto controlli minuziosi sul rilascio dei visti agli stranieri. La rete dei consolati americani all’estero è ingolfata dalle procedure di sicurezza. Il rilascio dei famosi H1-B – i permessi di lavoro su chiamata nominativa concessi su richiesta dell’industria per consentirle di reclutare tecnici e ricercatori dal resto del mondo – ora procede col contagocce. Lo stesso per docenti e studenti.

E’ un problema serio per l’America, visto che il 40% dei suoi scienziati di elettronica sono stranieri, un terzo dei premi Nobel che fanno ricerca nelle sue università hanno passaporto estero, e nella Silicon Valley il 30% delle imprese tecnologiche sono state fondate da immigrati asiatici.

E’ un problema per l’America, dovrebbe trasformarsi in un’opportunità per noi. La lentezza nel concedere visti per motivi di studio potrebbe arginare la fuga dei cervelli italiani. Purtroppo non è così. In Cina e in India il flusso non è più a senso unico, alcuni talenti scientifici cominciano anche a ritornare a casa, in Italia invece la direzione di marcia è una sola: continuano a scappare. Come il celebre professor Ignazio Marino che ha abbandonato il centro trapianti Ismett di Palermo, afflitto da troppi problemi burocratici e di finanziamento, ed è tornato negli Stati Uniti.

Perché l’Italia non riesce a creare un flusso di ritorni – anche solo parziale – lo spiegano in una lettera aperta settanta giovani ricercatori italiani che lavorano qui per la Microsoft di Redmond-Seattle. Questi settanta sono “stati cercati”. Li ha reclutati uno per uno la Microsoft, se li è andati a selezionare tra l’élite dei migliori laureati delle nostre università. In visita al quartier generale di Bill Gates (che si chiama campus, come un college universitario), il ministro italiano dell’Innovazione Lucio Stanca se li è trovati tutti davanti, quei settanta giovani connazionali. Gli hanno messo nero su bianco i motivi per cui se ne sono andati.

Eccone uno: perché la Microsoft da sola “investe 6 miliardi di dollari in ricerca ogni anno”, cioè il 60% di quel che spende (male) l’Italia intera, lo Stato più le università più tutte le nostre imprese messe assieme. Quindi la soddisfazione di lavorare per creare “innovazioni che hanno un impatto su un enorme numero di utenti”. E poi il vantaggio di “un ambiente di lavoro multi-culturale, dove l’interazione con persone provenienti da culture differenti obbliga a ragionare in termini globali e costituisce territorio fertile per la creazione di nuove idee”.

“Alcuni di loro tornerebbero anche volentieri in Italia – ha ammesso Stanca – ma dove? A fare che cosa?” Grande industria tecnologica non ne abbiamo più.
I settori tradizionali del made in Italy sono avari di investimenti in ricerca. In quanto all’università, assomiglia sempre di più a un buco nero, che inghiotte e distrugge ogni speranza di richiamo dei cervelli italiani fuggiti all’estero. Nonostante gli omaggi retorici del governo Berlusconi al modello americano, la sua politica di lesina dei finanziamenti e blocco delle assunzioni è quanto di più lontano dal vigoroso dinamismo delle facoltà americane. L’Italia sta producendo una università di vecchi, dove per il mancato ricambio generazione l’età media dei docenti sfiora ormai i 60 anni.

E chi mai dovrebbe abbandonare i centri di ricerca della Microsoft, i laboratori di Berkeley o Stanford o del Mit per rientrare in una università presidiata da cariatidi avvinghiate alle loro poltrone? In quanto agli investimenti del sistema paese per la ricerca, con l’1,07% del Pil l’Italia è molto staccata dall’Europa (dove la media è 1,9%), essa stessa in grave ritardo sugli Stati Uniti che dedicano alla scienza il 2,8% del loro reddito nazionale.

Il privato è colpevole quanto il pubblico, il capitalismo modello “Viale dell’Astronomia” (sede della Confindustria) è il più arretrato e miope di tutta l’area del G7. Le imprese italiane non credono alla ricerca, il loro contributo è appena il 43% dell’investimento nazionale – già basso – contro il 56% nell’Ue e il 66% negli Usa. I nostri settanta giovani alla Microsoft nella loro lettera aperta invocano “maggiore integrazione tra università e mondo del lavoro”. Se questo rapporto da noi non funziona, le responsabilità sono equamente ripartite. Stanca ricorda che perfino alla Bocconi – che si vorrebbe la più cosmopolita delle università italiane – solo l’1% dei finanziamenti viene dall’industria, contro il 30% di fondi privati che affluiscono alla sua concorrente francese, l’Insead di Paris-Fontainebleau.

E’ sconcertante che una nazione di antica industrializzazione perda colpi anche in questo campo rispetto a Cina e India. Loro già riescono a far tornare una parte dei loro cervelli che hanno studiato in America, l’Italia al contrario vede aggravarsi la sua patologia: l’emigrazione dei talenti è quadruplicata negli ultimi dieci anni, si è passati dall’1% al 4% dei laureati (possono sembrare pochi, ma non lo sono perché è l’élite, il vertice della piramide che sparisce all’estero).

Con la Spagna, siamo l’unico paese europeo ad avere più partenze che arrivi di stranieri. E i nostri trovano un ambiente talmente più ricco di opportunità oltre il confine, che se ne vanno davvero per sempre. La prova: il Censis ha calcolato che il 76% di tutti i cervelli italiani emigrati vive all’estero da più di dieci anni. Le cause dell’esodo? Al primo posto la burocrazia della ricerca, poi la mancanza di laboratori adeguati, gli stipendi troppo bassi. Tutti mali che difficilmente saranno curati con iniziative d’immagine come la creazione dell’Iit, prima ancora di nascere battezzato pomposamente “il Mit italiano”. Senza sapere, forse, che il miliardo di euro di stanziamento previsto dal governo italiano per questa superfacoltà, è la ventesima parte del fondo di dotazione di una grande università come Harvard o Stanford.

Scimmiottare l’America nelle sigle, fare il contrario dell’America nella sostanza: sembra la regola italiana. Prima di Stanca, decine di delegazioni governative sono venute in pellegrinaggio a studiare il “miracolo” della Silicon Valley. Incontrano Federico Faggin, padre dei microprocessori Intel; i top manager della Cisco Mario Mazzola e della Logitech Guerrino De Luca; i venture capitalist Enzo Torresi, Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini, Gianluca Rattazzi; il pioniere della biogenetica Cavalli Sforza, il co-fondatore della Genentech Roberto Crea. Non uno di questi talenti è stato mai convinto a fare i bagagli e tornare in Italia.

I problemi strutturali del nostro paese sono conosciuti: l’assenza di un vero sistema-paese, il peso eccessivo del capitalismo da debito, che a sua volta ha provocato la patologia della presenza della politica nell’imprenditoria privata. Vedasi il caso delle banche, con la sopravvivenza di vecchi schemi di padrinaggio e consorterie ultra-localistiche, sotto l’ideologia ipocrita della tradizione e del radicamento territoriale. La “adverse selection” delle capacità professionali che ciò implica, gli ampi e persistenti baronaggi accademici, l’assenza di vero senso dello stato a pressoché tutti i livelli della società italiana (fate un giro in Veneto, non solo nel Mezzogiorno, ma forse lì è autodifesa…). Una classe imprenditoriale miope e ottusa, molto bene incarnata dal proprio attuale massimo rappresentante. Come è possibile pensare che sia possibile invertire questa tendenza senza interventi “strutturali” nella coscienza del paese, presidente Ciampi? Le giaculatorie non servono a nulla, l’interventismo, anche spinto, sì. La nostra Costituzione ha in sé delle risorse insospettate ed insospettabili, che permettono al presidente un ruolo di indirizzo, non solo morale ma anche “operativo”, dell’agenda politica, con buona pace di quanti si ostinano a vedere nel ruolo presidenziale quello di un grigio notaio, le usi per favore, almeno in questo ambito…

Indro Montanelli, storia di un altro italiano

Riletture

Sul Risorgimento, lo Stato e il federalismo – “La Repubblica (…) si presentava come depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era stata affatto, come pretendeva di essere, la lotta di un popolo in armi contro l’invasore, bensì una lotta fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l’80 per cento si batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere di un partito a sua volta al servizio di una potenza straniera.” (…) “Il Risorgimento come epopea dello spirito unitario e patriottico è un falso storico. Il Risorgimento fu un fatto elitario, passato sopra le teste del popolo che se lo ritrovò scodellato insieme all’unità del Paese. L’Italia, insomma, nacque da una montagna di patacche su cui campiamo da oltre 150 anni a prezzo, si capisce, d’altre patacche, come quella di uno stato centralistico garantito solo dalla sua inefficienza. Lo Stato italiano è prepotente, vessatorio, talvolta anche persecutorio. Ma non perché sia forte, anzi proprio perché è debole. Il federalismo ha bisogno invece di un radicato sentimento d’identità nazionale che faccia da diga alle spinte centrifughe che il federalismo stesso scatena. E se l’Italia ne infila la china, non ha in mano i freni per poter regolare la corsa, e si sfascia.”

Sul sistema cultural-propagandistico togliattiano – “I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, si impadronirono degli archivi della polizia segreta, del Ministero dell’Interno e del Minculpop. Comincio così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta nemmeno quello. (…) quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto quello che dicevano o facevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui “Candido” costituì, assieme al “Borghese”, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l’opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva.” Leggi tutto

Esportare la democrazia?

Discussioni/Stati-Uniti

La guerra in Iraq ha sollevato il dibattito (a dire il vero, lo ha riproposto) circa la possibilità di favorire l’instaurarsi di modelli di organizzazione politica di tipo democratico anche nei paesi islamici, cioè essenzialmente sull’universalità del modello di democrazia liberale.

Molti leader politici e culturali del mondo islamico (con la significativa aggiunta della Cina) ritengono che l’enfasi posta su temi quali i diritti umani, l’eguaglianza tra i sessi, il rispetto delle minoranze etniche e delle diversità di costumi sessuali, rappresentino esclusivamente una nuova forma di imperialismo del mondo occidentale. Il punto cruciale della questione resta quindi se accettare o meno il concetto di centralità dei valori occidentali, o se ritenere gli stessi solo come un “accidente della storia”, ovvero come una contingenza sviluppatasi da circa un secolo, che non può essere considerata definitiva, né applicabile a tutte le civiltà sulla terra (per usare la classificazione di Samuel Huntington, la cristiano-ortodossa, la sinica, la indica, la latino-americana).

Di seguito riproduciamo un articolo di R.Inglehart e P.Norris, comparso sul numero di marzo-aprile di Foreign Policy:

La promozione della democrazia nei paesi islamici è ora uno dei più popolari argomenti di discussione dell’Amministrazione Bush (…). Il Segretario di Stato, Powell, afferma “dobbiamo rigettare la nozione condiscendente che la libertà non possa crescere nel Medio Oriente”, mentre il Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, ha promesso, lo scorso settembre che “Gli Stati Uniti sono impegnati nella marcia per la libertà nel mondo musulmano.”

La controversa tesi del saggio del 1993 di Samuel Huntington – che la divisione culturale tra la “cristianità occidentale” da un lato e la “cristianità ortodossa e l’Islam” dall’altra è la nuova linea di faglia per il conflitto- risuona più alta che mai dopo l’11 settembre (…)

La risposta di Huntington (sul perché la democrazia non riesca ad attecchire nei paesi arabi) sarebbe che il mondo musulmano manca dei valori politici centrali che hanno dato origine alla democrazia rappresentativa nei paesi di civiltà occidentale: separazione di autorità religiosa e secolare, dominio della legge, pluralismo sociale, istituzioni parlamentari di governo rappresentativo, e protezione di diritti individuali e libertà civili come “cuscinetto” tra i cittadini e il potere dello Stato.(…) Secondo le ultime classifiche Freedom House, quasi due terzi dei 192 paesi del mondo sono ora democrazie elettorali. Ma tra i 47 paesi con maggioranza musulmana, solo un quarto sono democrazie elettorali, e nessuna delle società centrali arabiche ricade in questa categoria. (…)

Secondo un sondaggio sul cambiamento politico e socioculturale compiuto nei periodi 1995-96 e 2000-2002 dal World Values Survey (WVS) e che comprende oltre l’80% della popolazione mondiale, lo scontro culturale tra Occidente e Islam non è sui valori politici, bensì sull’eguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale.

Commentando la situazione delle donne nel Medio Oriente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha osservato la scorsa estate che “Nessuna società può raggiungere il livello desiderato di benessere e sviluppo umano, o competere in un mondo globalizzato, se metà della propria popolazione resta marginalizzata e priva di potere”.

Per testare le tesi di Huntington, secondo le quali ogni sforzo di promuovere le idee di libertà civili, di genere, separazione di Chiesa e Stato, libero mercato, costituzionalismo, individualismo, diritti umani viene bollato come “imperialismo dei diritti umani”, è stata condotta una survey in 22 paesi rappresentanti la cristianità occidentale, 10 nazioni centro-europee, 11 società a maggioranza musulmana, 12 società tradizionalmente ortodosse (come Russia e Grecia), 11 paesi latino-americani predominantemente cattolici, 4 società est-asiatiche plasmate da valori Sino-Confuciani, 5 paesi dell’Africa Sub-sahariana, più Giappone e India. In tutti i paesi, una chiara maggioranza descrive l'”avere un sistema politico democratico” come una cosa “buona” o “ottima”. Ciò rappresenta un drammatico cambiamento dagli anni Trenta e Quaranta, quando regimi fascisti ottenevano plebisciti in molte società, e per molti decenni, i regimi comunisti ebbero un sostegno diffuso. In Albania, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Azerbaijan e Turchia, tra il 92 e il 99 per cento dell’opinione pubblica approva il concetto di istituzioni democratiche, mentre gli Stati Uniti si fermano a 89 per cento. Tuttavia, esprimere sostegno sul piano declamatorio non è abbastanza: si pensi al caso della Cina, dove il concetto di libero mercato è incoraggiato e diffuso, o all’Iran, dove i riformisti alle ultime elezioni hanno ottenuto i tre quarti dei seggi, ma l’elite teocratica mantiene salde le redini del potere.

Una solida maggioranza di popolazione vivente in Occidente e nei paesi Musulmani assegna un punteggio elevato alla democrazia come forma più efficiente di governo, con il 68% in disaccordo che “le democrazie non decidono”, e “le democrazie sono incapaci a mantenere l’ordine”. Le società islamiche mostrano un maggiore supporto per le figure di leader religiosi che giocano un ruolo di leadership attiva nella vita pubblica rispetto ai paesi occidentali, ma questa preferenza è comune anche ad altre società meno secolari non islamiche in giro per il mondo, come l’Africa Sub-sahariana e l’America Latina. Tuttavia, quando si testano gli atteggiamenti verso l’uguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale, il gap culturale tra Islam e Occidente raggiunge l’apice. Misurato attraverso il livello di dissenso a domande quali quelle relative al fatto che gli uomini siano migliori leader politici rispetto alle donne, oppure che l’educazione di livello universitario sia adatta e opportuna per i maschi e non per le femmine, i paesi occidentali e quelli islamici totalizzano un punteggio, rispettivamente, di 82 e 55 per cento. E i paesi musulmani sono inequivocabilmente riguardo a omosessualità, aborto e divorzio. In ogni democrazia che sia realmente tale, una vasta maggioranza dell’opinione pubblica dissente dall’affermazione “gli uomini sono migliori leader politici delle donne”. Nessuna delle società dove meno del 30 per cento rigetta questa proposizione (Giordania, Nigeria e Bielorussia) è una vera democrazia. Ci sono poi casi borderline, dove la parità è formalmente assicurata, ma nei fatti le cose vanno diversamente. In Cina, dove Mao definiva le donne “l’altra metà del cielo”, esiste un’ampia discriminazione sui luoghi di lavoro, e le donne che occupano posizioni di responsabilità politica sono pochissime. Discorso analogo per l’India, spesso definita come “la più grande democrazia del mondo”, ma dove persistono forti contraddizioni. Una donna-leader che ha guidato il paese per 15 anni, e la violenza domestica ai danni delle donne e prostituzione forzata. I diritti delle donne sono garantiti dalla costituzione indiana.

Discorso analogo, e più accentuato, riguardo l’accettazione dell’omosessualità. Anche qui, il livello di accettazione appare correlato alla struttura democratica sostanziale del paese

La conclusione degli autori afferma che l’introduzione dell’industrializzazione può essere un elemento di partenza per l’affermazione dei cosiddetti valori di self-expression, con l’aumentata partecipazione femminile alla forza-lavoro e la caduta dei tassi di fertilità, e lo studio cita il caso della Turchia, paese di cultura islamica (sebbene istituzionalmente laico), dove lo sviluppo economico ha aumentato il livello di adesione della popolazione ai valori “occidentali”, non senza contraddizioni anche rilevanti.

Anche nelle democrazie consolidate, il cambiamento negli atteggiamenti culturali – e in ultima istanza negli atteggiamenti verso la democrazia – sembra essere strettamente legato alla modernizzazione.
(Nostra traduzione e adattamento)

Robert Kagan, “Paradiso e potere – America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”

Riletture/Stati-Uniti

Spesso si dice che gli Stati Uniti sono imprigionati in una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell’homo homini lupus, un mondo anarchico in cui leggi e regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dei valori liberali dipendono ancora dall’uso della forza, mentre l’Europa, anche grazie alla costruzione unitaria, è entrata in un paradiso post-storico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono le divergenze profonde di oggi tra le due sponde dell’Atlantico, che stanno facendo venir meno, o perlomeno ridefinire, il concetto tradizionale di “Occidente”. Ma è davvero così? Gli Americani sono un popolo di bruti e aggressori, sempre pronti a prendere il fucile ed applicare la pena di morte, in patria e fuori, mentre gli europei rappresentano il trionfo della logica, del negoziato, dei legami commerciali ed economici per cementare le nazioni? A questa domanda tenta di rispondere Robert Kagan, col suo saggio “Paradiso e Potere”. I risultati a cui giunge sono ampiamente condivisibili. Leggi tutto

La sinistra e le sue “fonti di ispirazione”

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Qualche anno fa mi è capitato di leggere un commento di un esponente dei Ds (allora Pds). Si era nel pieno della trasformazione culturale del partito, cambiavano i modelli di riferimento, occorreva rielaborare la propria tradizione per rispondere a nuove sfide, all’accresciuta complessità di una società occidentale dove le categorizzazioni marxiste stavano perdendo significato, con la comparsa di un nuovo centro e di nuovi lavori. Questo esponente Ds diceva: “Non diventeremo mica un partito radicale di massa?”, quasi inorridendo di fronte a tale ipotesi. Questa considerazione mi ha molto colpito, e ancora oggi, a distanza di anni, continuo a rifletterci, soprattutto ora, che la guerra, e in definitiva il post-11 settembre, stanno così profondamente modificando le nostre visioni del mondo, e ci spingono a riflettere per costruirci un “nuovo ordine mentale”, prima che mondiale. Leggi tutto

Informazione: provincialismo, forma e sostanza

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Questo articolo è apparso in esclusiva sul sito Il Barbiere della Sera. E’ un esempio da manuale di denuncia di tutti i vizi, le miserie, le pochezze, le astuzie del giornalismo televisivo italiano, quello che sta diventando una vera emergenza nazionale in un paese lungi dall’essere normale, e che ha ormai eretto la scappatoia a canone etico. In fondo, lo specchio di un paese privo di futuro, e felice di esserlo…

Questa è la cronaca di una grande occasione perduta.

Presentando il nuovo canale all-news della televisione satellitare Sky Italia, il direttore Emilio Carelli aveva promesso: “Puntiamo ad un’informazione di qualità, obiettiva, credibile, ben fatta professionalmente e soprattutto documentata”.
Dopo quanto s’è visto nelle prime giornate di trasmissioni della tanta attesa Sky Tg24, chi si augurava di vedere una versione italiana dell’ottima informazione televisiva prodotta dalla Sky News britannica, sarà sicuramente rimasto deluso.
Probabilmente, lo sarebbe stato meno se avesse fatto attenzione ad un’altra dichiarazione di Carelli, che aveva escluso di puntare a fare “un giornalismo all’americana, che poi non vuol dire nulla”, precisando che: “Porto nei miei cromosomi il modo di fare informazione del Tg5″.
Infatti, il Tg24 è indistinguibile dai soliti tg all’italiana: scarso per quanto riguarda il contenuto giornalistico e pessimo per quanto riguarda il livello tecnico dei servizi.
Anche se si restringe il confronto ai soli telegiornali italiani, il giudizio sullo Sky Tg24 non può che essere negativo.
Questa rete non offre nulla di nuovo – eccettuato il fatto che, in coda a ciascuna notizia, i giornalisti “firmano” i servizi – e l’impressione generale che resta dopo una visione attenta dei telegiornali di Sky Tg24 è che il prodotto informativo è superficiale e dilettantistico.
Inoltre, pure volendo mettere nel conto il fatto che numerosi piccoli problemi collegati alla trasmissione dei programmi, tra cui difficoltà perduranti con il livello audio dei servizi l’audio o il nervosismo e la rigidità di alcuni conduttori, sono assolutamente fisiologici e facilmente migliorabili, i principali difetti rilevati in seguito all’osservazione continuata dello Sky Tg24 nelle giornate di domenica, 31 agosto, e lunedì, 1 settembre 2003, rivelano gravi carenze alle quali sarà difficile porre rimedio in tempi brevi.
L’impostazione dei telegiornali, come la scelta di effettuare un telegiornale della durata di un’ora al mattino e la scelta dei servizi in scaletta, evidenziano una scarsa conoscenza dell’uso che i telespettatori fanno del mezzo televisivo.
In generale, il formato di un’ora andrebbe bene solo se i tg fossero “ricchi” di contenuti, cioè di servizi originali ed interessanti. L’idea di “povertà” viene rinforzato dal fatto che fino a tre servizi sono fatti dalla stessa persona.
La stragrande maggioranza dei servizi sono il risultato di un lavoro frettoloso e superficiale di “taglia e cuci”: il contenuto informativo è minimo, le immagini sono generiche e senza sonoro, per cui pochi secondi dopo la messa in onda del servizio al telespettatore difficilmente resta in mente un solo particolare.
Sfugge la logica in base alla quale si è deciso di far condurre un’edizione serale del telegiornale da 4 conduttrici, per cui diventa inevitabile pensare che questo artificio abbia l’unico scopo di attirare l’attenzione dei media.
Sin dalla prima edizione alle 06.00 è stato mandato in onda un servizio in cui Piero Fassino accusava Silvio Berlusconi di essere il mandante del caso Telekom Serbia, eppure le immagini di del segretario generale dei DS (Democratici di Sinistra), ripreso mentre effettuava queste dichiarazioni al Festival dell’Unità, sono state adoperate soltanto a partire dal pomeriggio.
Nonostante il fatto che il telegiornale ha due redazioni a Padova e Milano, nella giornata di domenica, non è stato mandato un inviato a coprire gli effetti del maltempo nel Friuli; non sarebbe stato difficile effettuare un servizio in un luogo particolare e aggiornarlo con collegamenti in diretta video o perlomeno telefonici.
A questo proposito, non si capisce come mai non è stato effettuato almeno un collegamento telefonico con il governatore della regione Friuli – Venezia Giulia, o con un responsabile della protezione civile per l’edizione principale delle 20:00.
Parimenti, non si capisce la scelta di effettuare nella stessa edizione, un collegamento telefonico dalla Costa Smeralda, dato che l’inviata aveva effettuato diversi collegamenti in diretta video nel corso della giornata.
Da notare anche il fatto che questa stessa inviata ha definito “un segnale politico di fondamentale importanza” un colloquio telefonico – tra Berlusconi e Putin, ad un capo del telefono e George W. Bush dall’altro – di cui ha ammesso di ignorare il contenuto.
E ancora, il servizio trasmesso alle 06.00 dell’inviata in Sardegna conteneva uno stand up, l’inserto in cui l’inviato appare in video mentre parla dal luogo in cui sta effettuando il servizio, che era stato ripreso, in pieno giorno, il pomeriggio precedente.
Adoperandolo in un servizio che veniva trasmesso il giorno successivo, nel momento dell’esordio del nuovo tg, aveva l’effetto di un prodotto alimentare venduto dopo la dato di scadenza.
Servirebbe un maggiore distacco nel confronto dei personaggi politici. Il conduttore che ha effettuato un collegamento telefonico in diretta con il Ministro del Welfare, Roberto Maroni, era ossequioso al punto da creare imbarazzo a chi guardava.
L’edizione principale delle ore 20.00 non aveva un solo servizio che non fosse già andato in onda più volte nel corso della giornata.
Il cosiddetto crawl, la striscia continua di notizie brevi che appare in basso sul teleschermo, è fastidioso e controproducente.
Ricerche effettuate negli Stati Uniti hanno scoperto che i telespettatori che tentano di leggere la striscia non riescono più a seguire il servizio che stanno guardando. Dato che un telegiornale spende tanti soldi per inviare sul campo i giornalisti e ottenere buone riprese, l’uso continuato di questo tipo di strisce o di grafiche troppo ingombranti che invadono lo schermo è un controsenso.
C’è un eccesso di happy talk, il chiacchiericcio tra i conduttori, che vorrebbe ispirare simpatia, ma risulta banale e fastidioso.
E’ altrettanto insopportabile la conduttrice che svolazza spensierata tra le opere d’arte alla Biennale di Venezia, nel corso di “FAD”, il programma di “approfondimento” di arte, costume e spettacolo.
Il formato scanzonato e trendy di questo programma è banale e già visto un infinità di volte, su tutte le reti. In Italia, il programma originale che ha ispirato migliaia di imitazioni è stato “Target” di Gregorio Paolini. Perlomeno, a differenza di tutto il resto, questo programma ha riprese decenti.
Sfugge il nesso tra informazione e “C’è Diaco”. Di sicuro la tv italiana sarebbe sopravvissuta benissimo anche senza questo programma, che sarebbe più appropriato rinominare “L’adulatore”.
La sensazione di vedere un prodotto dilettantistico è stata rinforzata dall’editoriale dello stesso Carelli, nel quale diceva: “Questo non è ancora il telegiornale che vorrei”. Veniva da rispondergli: “Invece di farci vedere le prove generali, chiamaci quando sei pronto a fare sul serio”.

Premesso che i telegiornali italiani si distinguono da quelli americani e di quasi tutti gli altri paesi europei per la faziosità e la scarsa credibilità, l’altro elemento caratteristico è dato dal fatto che la maggioranza dei servizi che vanno in onda nei telegiornali della Rai, di Mediaset e de La7 – e ora su Sky Tg24 – sono prodotti scopiazzando frettolosamente il testo di un lancio ANSA e “sporcandolo” con una spruzzatina di immagini video, aggiunte a caso e, solitamente, mute; cioè senza sonoro ambientale.
Per questo motivo, i servizi dei tg italiani non si possono considerare veri servizi “televisivi”, ma piuttosto servizi “radio illustrati in video”.
Queste carenze tecniche sono dovute al fatto che la stragrande maggioranza dei giornalisti televisivi italiani, compresi i direttori dei telegiornali, ignora l’abc del giornalismo televisivo: ignorano che gli elementi necessari per un servizio includono gli elementi visivi e audio – cioè le sequenze di inquadrature necessarie a confezionare un servizio televisivo e il sonoro ambientale – e gli elementi giornalistici.
Quest’ultimi, sono i “fatti – ciascuna delle quali deve essere attribuita ad una fonte – che si ricavano dalle risposte alle domande: “Cosa?” “Chi?” “Dove?” “Quando?” “Come?” e “Perché?”.
Per confezionare in maniera corretta un servizio televisivo, occorre incorporare tutti questi elementi e scrivere il testo in modo da abbinarlo alle immagini, per ottenere un prodotto finale che assomigli ad un mini-film, con un inizio, una parte centrale e una conclusione.
Anche se purtroppo è vero che lo standard giornalistico-tecnico dei telegiornali italiani è molto inferiore a quello dei migliori tg stranieri, non vorrei che qualcuno pensasse che i giornalisti/tecnici italiani abbiano delle deficienze genetiche che li rendono incapaci di lavorare in modo corretto; la realtà che ho più volte denunciato è il risultato di vari fattori, tra cui:

a)In Italia, è pressoché impossibile imparare a lavorare in modo corretto.

b)La qualità non interessa per cui ai giornalisti/tecnici non viene dato il tempo necessario ad effettuare tutte le riprese/interviste necessarie e neanche il tempo necessario per il montaggio.

c)Ci sono alcuni ottimi giornalisti/tecnici italiani, ma di solito lavorano per telegiornali stranieri, come per esempio la CNN, dove la qualità del lavoro conta.

A ciò bisogna aggiungere il fatto che, nei telegiornali italiani, di solito, i tecnici e i giornalisti vengono assunti per motivi che hanno poco o nulla a che fare con le loro effettive capacità; per i secondi, l’accesso alla professione avviene dopo una selezione che esclude i migliori e l’assunzione in un telegiornale viene decisa in base all’appartenenza politica (la tessera di partito) e/o familiare (conta molto essere figli di giornalisti, di presidenti di banche, mogli e/o amanti di importanti politici o uomini d’affari, ecc.).
La delusione diventa ancora più grande se si pensa che il nuovo telegiornale della Sky è stato realizzato dotandolo di tutte le strutture e le attrezzature occorrenti per fare un telegiornale importante.
A Roma, oltre alla redazione e agli studi situati nel quartier generale in Via Salaria, il nuovo Sky Tg24 dispone di una redazione dotata di tre postazioni di montaggio e uno studio televisivo in centro, a Via della Cordonata, a poche centinaia di metri dalla sede del governo, del Parlamento e dal Quirinale.
Per agevolare la copertura di tutto il territorio nazionale, sono state aperte delle piccole redazioni a Milano (dotata anch’essa di uno studio televisivo), Bologna, Padova, Napoli, Bari e Palermo e, per la copertura delle notizie dall’estero, il telegiornale può contare, oltre che sui servizi che arrivano dalle agenzie video internazionali, sui servizi della rete americana Fox News e della britannica Sky News.
Emilio Carelli descrive così la sua squadra di 80 giornalisti: “Molti trentenni con voglia di scattare e qualche fiore all’occhiello”, ed è giusto dire che l’idea di creare un nuovo telegiornale affidandosi ad un gruppo di giovani volenterosi affiancati da un nucleo di giornalisti esperti sul campo e in redazione non è sbagliata. Vent’anni fa, la mitica CNN, partì proprio in questo modo.
I problemi della Sky Tg24, sono dovuti al fatto che manca (quasi) del tutto il nucleo trainante, indispensabile, di giornalisti esperti, per cui i “giovani” sono mandati allo sbaraglio senza una preparazione adatta e con scarse probabilità di miglioramento.
Oltre a Carelli, che proviene da Mediaset, e che ha molta esperienza come conduttore e giornalista di redazione ma poca esperienza sul campo, gli “anziani” includono l’ex direttore di Telemontecarlo, Ivano Santovincenzo, che riveste i gradi di caporedattore centrale, l’ex vicedirettore del Tg1, Romano Tamberlich, e Nicola Lombardo, già caporedattore della Web Tv della Banca Intesa.
Nella conferenza di presentazione del nuovo canale all news, Carelli aveva promesso di offrire “un nuovo genere di giornalismo televisivo in Italia”, dichiarando che il Tg24 punterà sulle notizie di “prima mano”.
In realtà, non si è visto nulla di nuovo e durante la prima ora di trasmissione la stragrande maggioranza dei servizi erano costituiti da un testo “illustrato” da immagini generiche, senza sonoro ambientale.
Soltanto 2 servizi di “news”, di cui uno dalla Sardegna e uno da Lampedusa – rispettivamente sull’incontro tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e sulle polemiche nate in seguite all’apertura di un centro d’accoglienza per immigrati – e altri due di sport sulle attese dei tifosi romani e bolognesi nella giornata d’apertura del Campionato di calcio di Serie A, erano servizi originali, cioè appositamente prodotti.
Durante tutta la giornata di domenica, i servizi “originali” sono stati veramente pochi e di infima qualità, per cui è inevitabile pensare che l’obiettivo manifestato da Carelli di produrre servizi di “prima mano” e di buona qualità sarà molto ostico da raggiungere.
Infatti, allo Sky Tg24 non c’è nessun dirigente con il know-how necessario, cioè le competenze specifiche giornalistiche e televisive indispensabili per addestrare il personale giornalistico e tecnico che deve coprire le news sul campo, e saper impostare la scelta delle notizie basata sulla produzione di servizi originali.
Sono proprio queste le competenze che Carelli dovrà cercare semmai desiderasse permettere al suo Tg24 di fare un salto di qualità e volesse produrre un telegiornale conforme allo standard giornalistico-tecnico delle più importanti reti giornalistiche mondiali.
Carelli ha detto anche che il suo telegiornale intende puntare sulla copertura delle breaking news, cioè gli eventi imprevisti, contando sul fatto che, per un canale interamente dedicato all’informazione, dovrebbe essere più facile interrompere velocemente la programmazione e modificare i palinsesti per seguire l’evoluzione delle notizie.
Resta da vedere come si comporterà la sua squadra quando sarà chiamata a misurarsi sul campo con il telegiornale de La7, che proprio sulla copertura delle notizie in diretta ha costruito la sua immagine di piccola tv obiettiva e grintosa.
Nel suo editoriale di presentazione, Emilio Carelli ha ribadito che l’obiettivo primario del Tg24 della Sky è di conquistare la credibilità, promettendo ai telespettatori un’informazione puntuale, corretta e equilibrata. Carelli farebbe bene a ricordare che la credibilità di una rete è una qualità che dovrà essergli riconosciuto dal pubblico e – come la reputazione del singolo giornalista – è un attributo che si conquista col tempo, con fatica e molta attenzione, senza poter commettere il minimo errore.
A questo proposito, va detto che l’ obiettività di una telegiornale va giudicata non solo in base a come vengono coperte e presentate le notizie, ma anche in base a ciò che si sceglie di non coprire.
Proprio per rispetto verso i colleghi di Sky Tg24, ho ritenuto doveroso giudicarli con lo stesso metro adoperato con chiunque altro faccia davvero informazione televisiva; a questo proposito, suggerisco un confronto con i telegiornali delle consociate Fox News o Sky News.
In questo spirito, allo stato delle cose, la conclusione inevitabile è che non c’è nessun motivo valido per guardare questo nuovo canale all news.
Volendo fare un’analogia con le competizioni della Formula Uno, Sky Tg24 è una squadra che possiede una macchina potente, ma un pilota che non ha mai guidato un’automobile da corsa e una squadra di meccanici che non sa effettuare i rifornimenti o cambiare le gomme durante la corsa.
Non resta che augurarsi che, superata l’euforia dell’esordio, Emilio Carelli e l’amministratore delegato di Sky Italia, Tom Mockridge, si rendano conto in fretta della gravità della situazione, altrimenti sarà molto improbabile che le cose possano migliorare.

Wolfgang Achtner

Wolfgang Achtner e` docente universitario e l’autore de “Il Reporter televisivo”, l’unico testo italiano sul giornalismo televisivo. La sua esperienza televisiva è il frutto di oltre vent’anni di lavoro con alcuni dei più importanti telegiornali americani, tra cui la CNN e la ABC News.

P.S. A distanza di tempo dalla pubblicazione, questo articolo resta di stretta attualità. Di fatto, Sky Tg24 resta semplicemente l’evoluzione esteriorizzante di tutti gli altri telegiornali italiani, senza reale innovazione di contenuti. Una redazione composta in prevalenza di ragazzotti e ragazzotte con scarsa dimestichezza con i fondamenti del giornalismo, e per ciò stesso profondamente omogenei a gran parte dei loro colleghi italiani. Soprattutto, i giornalisti di Sky appaiono desolatamente sprovvisti di quel bagaglio culturale minimo che è lo spartiacque tra pettegolezzo e analisi della realtà fattuale.

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