Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Economia & Mercato

Cercasi scudo contro la stupidità

Nella giornata di ieri si sono diffuse, ed in seguito sono state confermate, voci sulla concessione da parte della Commissione europea all’Italia della possibilità di concedere una garanzia pubblica a tutela della liquidità di banche solvibili, per importo massimo di 150 miliardi di euro e sino alla fine del 2016, ovviamente prorogabile. Intervento subordinato a condizioni di particolare turbolenza sui mercati. Questo è il minimo sindacale, previsto dalle norme europee, che il governo Renzi ha portato a casa. Non a caso non c’è stata grancassa italiana, e la notizia è stata fatta filtrare dalla Commissione ai media globali, essendo vecchia di alcuni giorni. L’occasione è stata propizia per alcuni epici svarioni della nostra vigile stampa. L’entusiasmo a volte è come la fretta: cattivo consigliere. Soprattutto quando si ha fretta di compiacere “qualcuno”.

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L’interesse generale a non farneticare

Anche oggi non ci facciamo mancare l’accrocchio risolutivo per “aiutare” le nostre solidissime banche a divenire ancora più solide. Dobbiamo confessare che siamo ammirati dalla fantasia con cui i nostri leader, spalleggiati da una generazione di tecnici di prim’ordine, stanno spulciando nelle pieghe e negli anfratti delle normative comunitarie per riuscire a poter mettere le sofferenze sulle spalle dei contribuenti, a valore di bilancio corrente. Noi cerchiamo di restare al passo con questo florilegio di ingegneria finanziaria istituzionale per disperati, ma è sempre più difficile.

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Siamo solidi, aiutateci

Da un paio di giorni in Italia la stampa non parla d’altro che dell’intervento pubblico a sostegno delle nostre banche. Sbucato dal nulla, sulla scorta del trauma indotto sui mercati dalla Brexit, respinto dai banchieri, che non vogliono ingressi dello stato nel capitale delle banche (Patuelli dixit), il piano che non c’era continua a fare onde nello stagno. Abbiamo letto di tutto: sospensione del bail-in “per sei  mesi”, garanzie pubbliche, Cassa Depositi e Prestiti in una notte di luna piena, “Padoan Bond”, che poi sarebbero Monti Bond con la marmitta bucata, ed altre meravigliose idee che stanno prendendo forma. Come nella nostra migliore tradizione, il risveglio sarà ruvido.

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Per i miracoli ci stiamo attrezzando

Prosegue la corrispondenza di assai poco amorosi sensi tra il dominus di Atlante, Alessandro Penati, ed il suo maggiore azionista, Carlo Messina (ceo di Intesa Sanpaolo). Oggi Messina ha tenuto a puntualizzare chi è il “padrone” e cosa si attende dal gestore, e lo ha fatto in maniera piuttosto ruvida:

«Il fondo Atlante deve essere in grado di valorizzare Veneto Banca e Vicenza. Alessandro Penati si deve concentrare a fare quello che gli è stato assegnato dagli azionisti, non è autoreferenziato. La prossima sfida che ha, quindi, è quella di lavorare sulle sofferenze che devono essere lavorate a valori prossimi a quelli di carico, viceversa mi prendevo BlackRock» (Radiocor, 28 giugno 2016)

Vaste programme. Considerato che sulle sofferenze Intesa è in grado di muoversi da sola, e che ha partecipato ad Atlante per spirito di servizio “sistemico”, abbiamo un nome nella short list di gestori per il prossimo Atlante. Attendendo il Padreterno, Messina chiude il portafoglio.

Niente bail-in, siamo italiani. Sappiamo fallire da soli

Sui giornali italiani oggi ci sono tracce di quello che dovrebbe essere il “piano B” del governo italiano per mettere in sicurezza le nostre banche, pesantemente colpite dall’esplosione di avversione al rischio causata dalla Brexit. A dirla tutta, dagli articoli non emergono dettagli operativi ma solo proclami e buone intenzioni, in quella che sembra un “whatever it takes” coi fichi secchi, visto che le risorse non sembrano esserci. Ma l’occasione è propizia per indurre alcuni nostri esponenti politici a reiterare quello che dallo scorso 22 novembre chiedono a gran voce, in quello che sembra il remake del claim di Alien: “è inutile chiedere di sospendere il bail-in, nello spazio nessuno può sentirvi”.

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La lunga linea marrone

In corso il fallout radioattivo del referendum sulla Brexit. A conferma che siamo nell’Era della Grande Inadeguatezza Globale, in reazione alla complessità indotta dalla globalizzazione, ma anche a conferma che gli italiani restano sempre uguali: una miopia che si approssima alla cecità. A questo giro siamo in ottima compagnia, ma è una assai esile consolazione.

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Brexit, e ora?

Ora che il popolo britannico si è pronunciato a favore del divorzio dall’Unione europea, tentiamo qualche considerazione in ordine sparso e senza pretesa di esaustività, per cercare di immaginare cosa ci attende, scusandoci sin d’ora per le banalità che leggerete di seguito.

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Il mutuo pensionistico del paese che ipotecò il proprio futuro

Economia & Mercato/Italia

Su Repubblica, un articolo di Valentina Conte indica quanto è accidentata la strada della flessibilità pensionistica che il governo Renzi sta cercando di attuare, per dare un contentino ai sindacati. Un’autentica quadratura del cerchio, tra oneri potenziali per le casse pubbliche che rischiano di sfondare i preventivi e la falcidie della rendita pensionistica, con un debito che pende sul capo del pensionato per il resto della sua speranza di vita, ed oltre. Su tutto, il puntello dell’intervento del sistema bancario che sul piano estetico non è il massimo della vita. Ma a questo giro, al netto di una qualche faciloneria di troppo, il governo non pare avere troppe colpe.

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Un paese da fiaba

Forse non molti tra voi, nel logorante turbinio della logorroica dichiarazia italiana, ricorderanno che Matteo Renzi, nella sua “scalata” al Pd ed al paese, aveva tra i propri punti fermi l’erogazione di cento euro mensili al popolo sofferente. Ancor meno numerosi quelli tra voi che ricorderanno che quei cento euro sarebbero dovuti andare a dipendenti e pensionati. Si sarebbe dovuto trattare di una forma di “riduzione del cuneo fiscale”, ed il costo di 20 miliardi di euro sarebbe stato finanziato attraverso un epico taglio ad una non meglio identificata “spesa intermediata” dalle amministrazioni pubbliche, per usare le parole di Renzi. Forse era la spesa per consumi intermedi, chi può dirlo.

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Alle radici della debole ripresa olandese

Su Ft Alpahville, nei giorni scorsi è stato pubblicato un tentativo di analisi dei motivi alla base dell’esangue ripresa dell’economia olandese. Malgrado fondamentali tedeschi in termini di surplus commerciale e posizioni di testa nelle classifiche internazionali di competitività, in questi anni il recupero del paese è apparso molto più simile a quello di paesi della periferia dell’Eurozona, con consumi reali pro capite delle famiglie depressi, oggi di circa il 5% inferiori al livello ante-crisi del 2007. Questa interessante condizione, quella di un’economia “tedesca” che tuttavia produce esiti di ripresa mediterranea, cioè debole, fornisce spunti di riflessione ed analisi, visto che ovviamente è improponibile accusare l’Olanda di non aver fatto “i compiti a casa”, cioè le leggendarie riforme strutturali.

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