Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Economia & Mercato - page 417

Leggere, scrivere e far di conto

Economia & Mercato/Italia

Luciano Violante, ieri sera ospite di Ballaro’ su Raitre, commentando il rimpatrio di capitali indotto dallo “scudo fiscale”, si lancia in alcuni commenti arditi e in uno spettacolare svarione. Afferma infatti l’esponente diessino che “la mafia ricicla al 25 per cento, lo Stato con lo scudo fiscale ha riciclato al 2.5 per cento, mettendo fuori causa la mafia”. Il riferimento è all’imposta sostitutiva del 2.5 per cento, in titoli di stato o contanti, pagata da chi ha aderito al rimpatrio di fondi depositati all’estero negli scorsi anni in violazione dell’allora vigente normativa valutaria. Certo il parallelo tra mafia e stato concorrenti nel riciclaggio è piuttosto ruvido, ma il realismo ha suggerito che per far rientrare in Italia dei capitali (certo non tutti di origine criminale) usciti per sottrarsi ad una legislazione fiscale perlomeno vessatoria questa fosse l’unica via. Ma Violante si supera subito dopo. “Chi ha illecitamente esportato un miliardo di lire, ora li rimpatria e se ne ritrova 975 milioni. Chi ha lasciato i propri soldi in Italia, dopo le tasse se ne ritrova 600”. Ora, è palese che Violante confonde l’imposta sui redditi (che colloca spannometricamente al 40 per cento, peraltro annuo), e l’imposta sullo stock di ricchezza finanziaria fatta rientrare, che e’ tutt’altra cosa, e che certo non è reddito. Chiedere un’oncia di competenza incastonata in un mare di demagogia è troppo?

Ombre rosse

Economia & Mercato/Italia

Come ogni autunno, e’ ricominciata la saga nazional-popolare della legge finanziaria, quest’anno con la “novità” delle tanto strombazzate riduzioni alle aliquote sui redditi personali. In attesa di vedere come finirà, ci colpisce molto l’urlo di dolore del centrosinistra, e la cosa merita qualche approfondimento. L’Ulivo dice che tutta l’operazione è un gigantesco inganno, molto peggio di una partita di giro, perché gli enti locali saranno costretti ad applicare nuove tasse, mentre governo e maggioranza ritengono che il taglio delle aliquote servirà a rimettere in movimento un’economia asfittica come quella italiana. Crediamo che nessuna delle due cose sia vera: non è vero che gli sgravi fiscali serviranno a far ripartire l’economia italiana, che sta progressivamente deindustrializzandosi, non potendo più contare sulle svalutazioni competitive del cambio. Stiamo vivendo la fine di un sistema-paese, e solo un profondo trauma, simile all’uscita della lira dallo Sme nel ’92, potrà produrre un cambiamento durevole. Ma allo stesso tempo, abbiamo la netta, sgradevole impressione che in questo paese esista un blocco sociale che ha costruito le proprie fortune sulle tasse, e continua a non realizzare che le risorse sono finite. I comuni fingono di voler una qualche forma di “federalismo”, purché preservi la loro irresponsabilità fiscale, i sindacati vogliono la “concertazione”, cioè la sistematica sottrazione di valore aggiunto al lavoro dipendente e a favore dell’impresa purché continuino ad ottenere in cambio delle forme di sussidio pubblico alle proprie attività, vedi i patronati e non solo, i politici continuano a fare l’unica cosa che sanno fare, per natura: annusare l’aria e giocare di sponda. In Europa in questo momento stiamo affrontando la concreta minaccia del declino economico, che porta con sé inevitabilmente anche quello sociale, con buona pace del solito chiacchiericcio sulla multietnicità ineluttabile, meglio se islamica. Ci sono due modi per reagire al declino: quello di aumentare la dose di stato e regolamentazioni pubbliche, e quella di aumentare la flessibilità dell’economia, a tutti i livelli, anche se questo può (inizialmente) risultare doloroso. In Italia, siamo riusciti a trovare l’ennesima “terza via”: un nucleo di soggetti “protetti”, ed uno esterno di soggetti “flessibilizzati”, che vivono in una condizione di permanente precarietà. Ora attendiamo dal governo Berlusconi la riforma delle libere professioni, ultimo bastione medievale di una società sclerotizzata, dove alberga ancora il germe della rendita parassitaria, e che un governo sedicente “liberale” come questo non può non avere in agenda. Un bel tema “progressista”, sempre che qualcuno a sinistra riesca ad accorgersene, ma ne dubitiamo, visti i tradizionali riflessi pavloviani che questo schieramento sviluppa nei confronti dei poteri forti, in una permanente ansia da legittimazione che li fa apparire come i veri conservatori. Alla Grande Alleanza Democratica (perché, lo schieramento avversario è forse fascista? O forse “democratico” è qui inteso nello stile un po’ demodè ma sempre irresistibile del patto di Varsavia e del Comintern?) vorremmo suggerire di essere più “operativi” nella critica, magari ricostituendo un bel governo-ombra che presenti una legge finanziaria anch’essa ombra, ma che abbia proposte concrete per la finanza pubblica, senza limitarsi alla solita fraseologia millenaristica dei lutti e devastazioni prodotti dalla “destra” di Berlusconi.

No blood for oil

Economia & Mercato/Esteri

L’Onu alfine delibera: dapprima il Consiglio di Sicurezza approva, con 11 voti a favore e 4 astenuti (Cina, Russia, Pakistan e Algeria), una risoluzione presentata dagli Stati Uniti, che “minaccia di considerare” (sic) sanzioni petrolifere a carico del governo sudanese, se lo stesso non si impegnerà per porre fine alla pulizia etnica ed ai massacri perpetrati da milizie arabe filogovernative nella regione del Darfur, e che hanno finora prodotto oltre 50.000 morti e 1,2 milioni di profughi. La risoluzione è stata fortemente annacquata nella formulazione a causa della minaccia della Cina di porre il veto ad una versione più “aggressiva” e desiderosa di porre fine al più presto possibile a quello che è stato definito dalla stessa Onu “il peggior disastro umanitario del mondo”. Quello che non è stato evidenziato a sufficienza, soprattutto dai moralisti-progressisti-pacifisti di casa nostra, è il fatto che la Cina, nella propria inestinguibile sete di petrolio per sostenere il proprio tumultuoso decollo economico, ha stretto delle forti relazioni commerciali con il Sudan proprio finalizzate all’approvvigionamento di petrolio. Quasi nelle stesse ore l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (watchdog dell’Onu) approva una risoluzione che chiede all’Iran di sospendere immediatamente ogni attività di arricchimento e centrifugazione dell’uranio, considerate potenzialmente strumentali a produrre armi atomiche. L’Iran respinge la richiesta, affermando che l’arricchimento dell’uranio manca dello stadio finale, quello utile per produrre bombe, e serve unicamente a scopi civili. Ci siamo sempre chiesti perché un paese che galleggia sul greggio voglia costruire delle centrali nucleari a scopi civili. Qualche indigeno verde-rosso probabilmente ci direbbe che si tratta di una utile e lungimirante diversificazione delle fonti energetiche ma, battute a parte, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, oltre ai tempi biblico-liturgici dell’Onu, la cui efficacia è prossima allo zero, è il fatto che l’adozione di sanzioni contro l’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza finirebbe nuovamente ostaggio della voracità petrolifera cinese. Attendiamo fiduciosi le manifestazioni di piazza dei pacifisti di tutto il mondo sulle vicende di Darfur e Iran, e sul tragico legame che esse hanno con il petrolio. Una Halliburton cinese non sfigurerebbe nell’agenda investigativa dei media occidentali.

Coerenza

Economia & Mercato/Italia

Sull’Unità Online un mirabile esempio di cerchiobottismo ideologico. Dapprima un articolo sull’immigrazione clandestina e le questioni poste dalla sua gestione. L’incipit è già di alto profilo: “Intanto in Italia e in Spagna il dibattito si accende su come liberalizzare l’ingresso dei lavoratori immigrati nell’Europa in recessione.” Per nulla impressionato dalla lieve incoerenza dell’enunciato, l’articolista prosegue: “C’è il ministro Castelli che con la Lega continua a invocare la linea dura: i cannoni a presidiare le coste. C’è però il nuovo presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che chiede a nome degli industriali di aprire maggiormente le maglie degli ingressi per consentire l’arrivo di manodopera e riavviare la produzione di beni e servizi, magari contenendo i costi, dall’agricoltura al tessile, dal cuoio al legno”. Addirittura, viene citata ad esempio l’odiata America:

“Forse c’è bisogno di passare dalla delocalizzazione delle fabbriche e dei capitali che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni di economia globalizzata, ad un nuovo impulso produttivo più europeo se non nazionale, per vincere la recessione e la concorrenza con l’America, e rifinanziare il Welfare del Vecchio Continente”.

Quindi l’articolo si legge così: la Lega, degna erede dei teorici dell’arianesimo e della pulizia etnica, vuole cannoneggiare le imbarcazioni dei “migranti”, definiti così, con un termine di ampia suggestione biblica, secondo il canone del politicamente e vaticanamente corretto,mentre il nuovo idolo della sinistra, LCdM, l’esponente charmant dei poteri forti, vuole nuovi ingressi “per riavviare la produzione” (sic), “magari contenendo i costi” (ri-sic). Dunque, secondo i Colombo-boys, la produzione di beni e servizi è in correlazione diretta con la quantità di manodopera utilizzata, concetto old fashion di stretta osservanza marxista, peraltro non più valido neppure in India o Cina. Quindi occorre cambiare la globalizzazione, non più delocalizzare e creare le condizioni di sviluppo nei paesi del terzo mondo, ma portarsi direttamente a casa il terzo mondo, in un bizzarro movimento tolemaico. Ma dove l’ipocrisia raggiunge l’apice è nella frase successiva, sussurrata a mezza voce. L’aumento dell’offerta di lavoro provocata dall’inserimento di manodopera extracomunitaria visto come auspicabile calmiere del costo del lavoro. Ma perché ciò dovrebbe avvenire? Forse perché gli extracomunitari si “accontentano” di vivere in tuguri fatiscenti, e le loro spese per la produzione del reddito sono infime? Non è questa una nuova forma di razzismo? E come reagirebbero gli italiani, di fronte ad un “dumping sociale” di tale portata? Ma questi sono dettagli. In un altro articolo, l’Unità si sofferma sulla nuova tendenza europea (tedesca, in particolare) all’allungamento dell’orario di lavoro a retribuzione invariata, visto come tentativo di conservare i livelli occupazionali a fronte della pressione alla delocalizzazione, soprattutto all’est, dove il costo del lavoro è una frazione di quello dell’Europa dell’ovest. L’Unità freme di sdegno, parla di “restaurazione” sul lavoro, di diritti negati, dimenticando che l’indiscriminata immissione di forza lavoro dall’esterno produrrebbe più o meno lo stesso effetto, con l’aggravante di una verosimile esplosione del sommerso, con buona pace dei diritti tanto strombazzati. La coerenza non è di casa, a sinistra, in questo momento. Speriamo in una pronta guarigione da questa malattia infantile dell’antiberlusconismo ossessivo, che dovrebbe trovare spazio nel ricchissimo manuale sulle psicopatologie ideologiche.

Psicodrammi

Economia & Mercato/Italia

Dietro la spettacolare implosione del governo Berlusconi (perché di questo si tratta), si possono intravedere alcuni tratti caratteristici di questo paese. Prima di tutto, la tendenza genetica a trasformare in farsa situazioni e istituzioni che altrove funzionano egregiamente. Basti per tutti l’esempio del presunto sistema elettorale maggioritario, il “mattarellum”, che tutto è fuorché maggioritario,con la sua robusta correzione proporzionale nell’assegnazione dei seggi. Questo sistema elettorale favorisce la creazione di coalizioni eterogenee, basate sulla desistenza, a destra come a sinistra. I governi sono ostaggi del potere di veto e ricatto di singole componenti minoritarie della maggioranza, come si nota durante le estenuanti negoziazioni del più importante rito nazional-popolare dopo il festival di Sanremo, la legge finanziaria. Qui assalti alla diligenza, tutele di singoli collegi elettorali, mercimoni di ogni genere partoriscono ogni anno un documento svuotato di qualsivoglia significato di politica economica. Come giudicare una maggioranza ormai arrivata al capolinea, che sulla carta può contare su un vantaggio di oltre cento seggi alla Camera? Certo, Silvio Berlusconi è quello che è: terrorizzato dalla possibilità di non piacere, più incline alla logica parolaia che all’azione politica, passa più tempo a fare la ruota come i pavoni che a tenere ben salde le redini di una maggioranza di cui egli è stato il demiurgo. Ma sull’altro piatto della bilancia abbiamo istituzioni, riti e meccanismi operativi del processo politico che hanno una inerzia che nessuno finora è riuscito neppure a scalfire. Per questo non si può che sorridere quando, da sinistra, si sente dire che Berlusconi è il crudele tiranno che attenta alle nostre libertà fondamentali. Berlusconi controlla i mezzi di informazione, ma non controlla i contenuti dei medesimi. Controlla una vastissima maggioranza parlamentare, ma viene quotidianamente bloccato nei suoi goffi tentativi di modificare riti e miti di un paese fuori dal tempo e dal proprio tempo. Non sappiamo come finirà questa vicenda, abbiamo l’impressione che il governo resterà sotto la tenda a ossigeno fino alla data delle prossime elezioni politiche, siano esse anticipate al prossimo anno o tenute alla scadenza naturale della legislatura, nel 2006. Poi, in omaggio alla caricatura dell’alternanza, Berlusconi sarà sostituito dal guru dell’Appennino, il professor Romano Prodi, con le sue Tavole della Legge ed il suo moralismo da poteri forti, in attesa che il medesimo venga nuovamente abbattuto dalle manovre del Parolaio Rosso Bertinotti.

P.S. vorremmo rimarcare l’atteggiamento di buona parte della stampa rispetto al presunto ultimatum rappresentato dalla presentazione all’Ecofin della manovra correttiva italiana sui conti pubblici. La stampa più schierata con l’opposizione ha presentato la scadenza di lunedì 5 luglio come il giorno del Walhalla, sproloquiando di early warning come si trattasse di una verifica divina, con l’Italia che rischiava la cacciata dalla valle dell’Eden. Proviamo a fare ordine. Sarebbe interessante, in primis, che i giornali facessero un rapido sondaggio per verificare quanta parte dei propri lettori sanno esattamente cos’è l’early warning e cosa implica l’eventuale emissione del giudizio medesimo, magari ricordando che Germania e Francia sono nel quinto anno di sforamento della soglia del tre per cento del rapporto deficit/prodotto interno lordo senza che schiere di angeli sterminatori siano calate sui due sciagurati paesi reclamando i loro figli primogeniti. In secondo luogo, vorremmo che i giornali medesimi ricordassero che l’Ecofin è una istituzione politica, dove i giudizi sono il risultato di mediazioni e negoziati, e non vi è nulla di automatico. In terzo luogo, che la volontà politica europea sta decisamente evolvendo verso la diluizione del criterio di valutazione del rapporto deficit/pil, lasciando alla Commissione europea il compito, prevalentemente statistico, di segnalare gli sforamenti, senza lanciare nessuna fatwa o anatema. Solo Romano Prodi, dall’alto del suo permanente stato confusionale, ha prima definito “stupido” il patto di stabilità e poi fatto ricorso agli organi giurisdizionali europei contro il sostanziale annacquamento del criterio di bilancio, dimenticando (come già fatto per la vicenda irachena) che le leggi seguono l’iniziativa politica ma non possono precederla e vincolarla come un cilicio.

Concertando

Economia & Mercato/Italia

Luca Cordero di Montezemolo gode certamente di ottima stampa. I successi ottenuti da numero uno della Ferrari lo hanno reso molto popolare in Italia ed all’estero. Il suo legame con la famiglia Agnelli esiste da sempre, ed il suo arrivo alla guida della Fiat rappresenta un grande colpo di teatro ed un altrettanto eclatante evento mediatico, sperando ovviamente che egli riesca a togliere definitivamente Corso Marconi dalle secche. Il suo arrivo alla guida di Confindustria, se da un lato alimenta esercizi teorici sulla conferma del supporto elettorale degli imprenditori dopo l’arrivo alla guida dell’ingombrante Fiat, dall’altro ha scatenato l’entusiasmo di giornalisti e centro-sinistra, che vedono in lui, per motivi diversi, una sorta di nuova icona nazional-popolare. Certo, dopo il quadriennio parolaio e inetto di Antonio D’Amato, quello del neo-collateralismo governativo, dei proclami di guerra sociale e delle altrettanto precipitose “ritirate tattiche”, Montezemolo appare come una salutare boccata d’aria fresca. Ma che messaggio arriva dal super-presidente? Alcune considerazioni di buonsenso in primis, col rischio di scadere nel luogo comune, e di cercare di resuscitare il passato. Il richiamo alla concertazione, ad esempio, che ha suscitato le proteste leghiste. Cosa è stata la concertazione? Lanciata durante il governo Ciampi nel 1993, propedeutica al grande sforzo nazionale di risanamento e convergenza verso i parametri di Maastricht, dopo lo shock dell’uscita della lira dallo SME, nel 1992, e la mega-manovra fiscale del governo Amato (quella del prelievo straordinario su conti correnti ed immobili), la concertazione rappresentò un originale esperimento, la via tutta italiana al risanamento di conti pubblici dissestati, e alla disinflazione in un paese privo di fatto di economia di mercato e da sempre abituato ad assolvere i propri peccati capitali in economia attraverso robuste svalutazioni del cambio. In essenza, concertazione significava chiedere ai lavoratori una forte moderazione salariale, ottenendo in cambio alcune misure di controllo dei fattori inflazionistici, quali prezzi e tariffe amministrate. Ciò permise, come detto, di ridurre l’inflazione verso livelli “europei”, senza dover passare attraverso le forche caudine della ristrutturazione dell’economia e il rispetto dei dettami di una vera economia di mercato, prima vera fonte di disinflazione attraverso la competizione. A distanza di oltre dieci anni, il quadro macroeconomico è profondamente cambiato. Oggi l’ambito delle tariffe pubbliche è certamente più ristretto di allora, i margini di manovra sono ristretti, la moderazione salariale è imposta dal mercato nei settori esposti alla concorrenza internazionale, e nella pubblica amministrazione dall’avversione ideologica alla burocrazia di soggetti come la Lega, avversione peraltro in parte condivisibile, date le patologiche condizioni di partenza del sistema-Italia. Il combinato disposto di queste situazioni ha determinato la fortissima riduzione della quota di valore aggiunto acquisita dal lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. I lavoratori avrebbero titolo per rispondere “grazie, abbiamo già dato”, e non sarebbe uno scandalo. L’Italia resta un paese trasformatore di materie prime, a basso valore aggiunto, salvo nicchie d’eccellenza, a incipiente rischio d’estinzione. Ma allora, in cosa consisterebbe la concertazione invocata da Montezemolo? Abbiamo il sospetto che si tratti del tentativo di abbattere il differenziale d’inflazione italiano rispetto agli altri partner europei, ultimo treno per evitare l’inesorabile declino di un paese privato della leva delle svalutazioni competitive. Strategia legittima, nulla da dire, ma ci risulterebbe piuttosto bizzarro vedere il centrosinistra entusiasmarsi per l’ennesimo ridimensionamento dei redditi reali dei lavoratori. Ma forse basterebbe invocare il demonio Berlusconi per indorare anche questa pillola, sull’altare dei poteri forti.

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