Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Esteri

Niente bail-in, siamo italiani. Sappiamo fallire da soli

Sui giornali italiani oggi ci sono tracce di quello che dovrebbe essere il “piano B” del governo italiano per mettere in sicurezza le nostre banche, pesantemente colpite dall’esplosione di avversione al rischio causata dalla Brexit. A dirla tutta, dagli articoli non emergono dettagli operativi ma solo proclami e buone intenzioni, in quella che sembra un “whatever it takes” coi fichi secchi, visto che le risorse non sembrano esserci. Ma l’occasione è propizia per indurre alcuni nostri esponenti politici a reiterare quello che dallo scorso 22 novembre chiedono a gran voce, in quello che sembra il remake del claim di Alien: “è inutile chiedere di sospendere il bail-in, nello spazio nessuno può sentirvi”.

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La lunga linea marrone

In corso il fallout radioattivo del referendum sulla Brexit. A conferma che siamo nell’Era della Grande Inadeguatezza Globale, in reazione alla complessità indotta dalla globalizzazione, ma anche a conferma che gli italiani restano sempre uguali: una miopia che si approssima alla cecità. A questo giro siamo in ottima compagnia, ma è una assai esile consolazione.

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Brexit, e ora?

Ora che il popolo britannico si è pronunciato a favore del divorzio dall’Unione europea, tentiamo qualche considerazione in ordine sparso e senza pretesa di esaustività, per cercare di immaginare cosa ci attende, scusandoci sin d’ora per le banalità che leggerete di seguito.

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Alle radici della debole ripresa olandese

Su Ft Alpahville, nei giorni scorsi è stato pubblicato un tentativo di analisi dei motivi alla base dell’esangue ripresa dell’economia olandese. Malgrado fondamentali tedeschi in termini di surplus commerciale e posizioni di testa nelle classifiche internazionali di competitività, in questi anni il recupero del paese è apparso molto più simile a quello di paesi della periferia dell’Eurozona, con consumi reali pro capite delle famiglie depressi, oggi di circa il 5% inferiori al livello ante-crisi del 2007. Questa interessante condizione, quella di un’economia “tedesca” che tuttavia produce esiti di ripresa mediterranea, cioè debole, fornisce spunti di riflessione ed analisi, visto che ovviamente è improponibile accusare l’Olanda di non aver fatto “i compiti a casa”, cioè le leggendarie riforme strutturali.

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Venezuela, perché il debito estero va ripagato ad ogni costo

Economia & Mercato/Esteri

In caso i numeri dell’incredibile distruzione dell’economia del Venezuela non fossero sufficienti a dare la misura, segnaliamo le dichiarazioni dello zar economico del clown che siede a Miraflores. Che si fa, quando le riserve valutarie sono pressoché esaurite? Si potrebbe dichiarare il ripudio del debito estero ma pare che il Venezuela consideri il pagamento di tale debito un irrinunciabile punto d’onore o di altro, in questo mostrandosi assai poco rivoluzionario. E quindi?

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Venezuela, un paese a rotoli. Che mancano

Economia & Mercato/Esteri

Vi segnaliamo un commento sulla tragica ma farsesca situazione del Venezuela, quello che doveva essere uno dei paesi più ricchi al mondo e sta invece disintegrandosi sotto il peso della gestione criminale di Nicolas Maduro, figlio politico di Hugo Chavez. L’articolo, comparso giorni addietro su The Atlantic, è una galleria degli orrori di quello che può accadere quando follia ideologica, corruzione e criminalità si autoalimentano. L’esito è una catastrofe economica ed umanitaria. Attendendo la guerra civile, quando molti, dalle nostre parti, saranno sorpresi e cercheranno di dare la colpa al denaro sterco del demonio e che “rende tristi”, come ama dire un signore vestito di bianco che guida una monarchia assoluta al centro della Penisola italiana, e che tuttavia proviene egli stesso “dalla fine del mondo”, cioè da quella parte del mondo dove discese agli inferi di questo tipo si susseguono con impressionante regolarità, nei decenni, malgrado la “benedizione” di una ricca dotazione di materie prime. E chissà che la colpa non resti del kapitalismo.

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Brasile, l’inevitabile resa dei conti dopo il disastro Dilma

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Lo scorso 12 maggio, la presidente brasiliana Dilma Rousseff è stata sospesa dalle proprie funzioni per un periodo massimo di 180 giorni, dopo il primo voto del senato che ha dato avvio al processo di destituzione, che ad oggi appare certa, per manipolazione dei conti pubblici. Le è subentrato, per ora in qualità di facente funzioni, il vice presidente Michel Temer, un anziano notabile di centrodestra che ha assemblato una coalizione governativa di ben nove partiti, con l’obiettivo di risollevare il paese dalla peggiore recessione dagli anni Trenta, con il Pil visto in contrazione di quasi l’8% nel biennio 2015-16, inflazione intorno al 10% malgrado tassi ufficiali ripetutamente alzati dalla banca centrale sino all’attuale livello di 14,25%, disoccupazione in forte ascesa ed anch’essa oltre il 10%, conti pubblici fuori controllo.

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Una Germania un po’ meno tedesca

Economia & Mercato/Esteri

La non-notizia del giorno non è il fatto che l’Italia nel primo trimestre del 2016 sia cresciuta alla metà del passo dell’Eurozona. A questo siamo ormai abituati da tempo, anche se ora verrete rimbecilliti dal frastuono di trombe e fischietti governativi. La non-notizia del giorno è che la Germania continua a crescere per spinta della domanda interna. Scriviamo continua perché la tendenza è in atto da tempo anche se qui da noi, nell’altro frastuono nazional-popolare del “piove, governo tedesco ladro”, non ci si era accorti del dettaglio.

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Orgoglio e dipendenza

Puntata di Omnibus La7 di venerdì 6 maggio, condotta da Alessandra Sardoni con Vincenzo Amendola (sottosegretario Esteri), Federico Rampini (la Repubblica), Massimiliano Fedriga (Lega Nord), Angela Mauro (l’Huffington Post), Lorenzo Pregliasco (YouTrend.it) ed il vostro titolare. Qui sotto una pillola: la leggenda dell'”austerità” che non c’è più da un paio d’anni, uno sguardo al parametro fondamentale della nostra economia, il rapporto debito-Pil, che è cartina di tornasole della forza della nostra crescita, o della mancanza di essa; il significato ultimo del termine “flessibilità” di bilancio (spoiler: più deficit e debito) e l’inopinata tendenza degli italiani a mescolare patrio orgoglio e reiterata domanda di “solidarietà”, che significa che “altri” devono partecipare al finanziamento delle nostre decisioni di spesa. Che tuttavia sono solo nostre, sia chiaro.

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Diventa anche tu un piccolo McKinsey, con i nostri editoriali

Oggi sul Corriere un commento del vicedirettore Federico Fubini sui destini incrociati dei sistemi bancari italiano e tedesco, davanti alla Commissione Ue. È ormai divenuta un’ossessione, quella degli editorialisti italiani, per questa HSH Nordbank vista come prova provata dei “favoritismi” di cui godrebbe la Germania. Se poi si scava nemmeno troppo in profondità, si scopre che le cose non stanno in questi termini, che il contesto è radicalmente differente, e che alla fine gli editoriali finiscono spiaggiati a constatare amaramente le debolezze e vulnerabilità italiane, dopo essersi abbeverati alla fonte dell’invidia per i guai altrui, la celeberrima Schadenfreude. Ma, ehi!, restano sempre imprescindibili fonti di precetti e ricette.

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