Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Esteri - page 210

Odio satellitare

Esteri

Il Consiglio di Stato francese renderà nota lunedì la propria decisione riguardo l’oscuramento della ricezione in Francia della emittente satellitare Al-Manar, che trasmette dal Libano e rappresenta la voce del movimento integralista sciita Hamas. Il Conseil Superieur de l’Audiovisuel francese ha chiesto l’oscuramento dell’emittente per il contenuto delle trasmissioni, che rappresenterebbero un’incitazione all’odio e all’antisemitismo. Per tutta risposta, l’omologo organo libanese di controllo ha minacciato ritorsioni sulle catene televisive francesi ricevute in Libano, in caso di oscuramento di Al-Manar. Questa situazione richiama una vicenda simile, che interessa il Canada, e di cui Daniel Pipes ha dato ampio conto. La tecnologia e gli strumenti della comunicazione globale sono ormai diventati l’avamposto della guerra che si combatte ormai in modo esplicito tra integralismo islamico e liberalismo occidentale. E’ ormai noto ed evidente che il fanatismo ed il fondamentalismo padroneggiano le più evolute tecniche di comunicazione di massa, basti pensare al “codice deontologico” usato dai giornalisti di Al-Jazeera: uso massiccio di domande retoriche finalizzate a far passare concetti a senso unico. Solo qualche sprovveduto (o in malafede) pseudo-liberal di casa nostra può mettere sullo stesso piano gli inviati di guerra “embedded” della Cnn e la trasmissione “selettiva” di filmati che mostrano decapitazioni ed altre amenità con l’evidente finalità di orientare e rafforzare l’orientamento ideologico prevalente dei 50 milioni di persone che seguono quotidianamente Al-Jazeera nei paesi arabi. Ma le domande che si pongono a noi occidentali sono altre: è lecito opporre una sorta di censura al libero flusso d’informazioni, comprese quelle provenienti dal fanatismo religioso, oppure così facendo il liberalismo occidentale sta dannando se stesso come afferma, tra gli altri, Noam Chomsky? A nostro avviso, la domanda è mal posta: il liberalismo non può e non deve essere il cavallo di Troia usato dal fanatismo per contaminare i nostri valori occidentali. Valori che qualcuno, dalla solita parte politico-culturale, sta cercando di rimettere in discussione. Naturalmente, non è un crimine criticare le innumerevoli imperfezioni del nostro sistema socio-culturale: ma lo diventa se, per promuovere queste critiche, si utilizzano argomenti aberranti e mutuati da culture che ci sono aliene ed ostili. Il mondo occidentale è oggi impegnato in quella che, al tempo della guerra fredda, si sarebbe definita “confrontation”. All’epoca l’avversario era l’Unione Sovietica, oggi sono i nuovi fascismi e totalitarismi religiosi. In quest’ottica andrebbero inquadrati interventi come quelli di Marcello Pera (che dubitiamo sia improvvisamente diventato un clericale reazionario), che denuncia il declino della spiritualità in Europa come il maggior rischio per il nostro futuro, e che al solito sono invece additati al pubblico ludibrio con il solito armamentario linguistico-culturale di demonizzazione del nemico. Non si tratta di violentare le culture di provenienza di chi giunge in Occidente. Ma, allo stesso tempo, occorre che tali culture debbano essere sottoposte ad un “test” di compatibilità con i valori che l’Occidente esprime, dopo secoli di guerre, lutti e devastazioni, per affermare il rispetto dei diritti dell’uomo. E se tale test dovesse fallire, non si deve fingere che nulla sia accaduto ed alimentare così l’autosegregazione carica di odio e risentimento che alligna nel cuore delle nostre città.

Polifonia

Italia/Unione Europea

Romano Prodi afferma che tutta la Gad (o Fed, o come diavolo si chiama ora) è unita nel sostenere la ratifica del Trattato costituzionale europeo sull’allargamento. Contrordine pressoché immediato di Fausto Bertinotti, che dichiara:

”Il presidente Romano Prodi si e’ sbagliato, come lui stesso può testimoniare. Forse facendosi prendere dal proprio entusiasmo di protagonista, come presidente della Commissione europea, ha esteso alla Grande alleanza democratica la sua scelta politica riguardo il Trattato costituzionale europeo e la sua ratifica”. Lo afferma il leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti. ”Viceversa – aggiunge Bertinotti – Rifondazione comunista è impegnata insieme a tutti i partiti della Sinistra europea ad opporsi ad un Trattato costituzionale che da’ forza giuridica al primato del mercato in Europa e che risulta lontano dalle aspirazioni dei popoli di pace e di un’altra Europa”.

Ancora una volta, il cartello di centrosinistra, unito programmaticamente dall’avversione a Berlusconi (e a Bush), trova modo di dividersi appena si esce dal campo della negatività e si entra in quello della positività, cioè della costruzione di posizioni politiche che non siano il semplice rigetto di quelle altrui.

Ma c’è dell’altro. Esiste, in questo momento, un diffuso malessere riguardo la costruzione europea. Questo malessere viene da destra (scusate la banalizzazione), ad esempio con i timori sulla perdita dell’identità nazionale, travolta dalla “diluizione” della tecnocrazia comunitaria; o dalla frustrazione contro un patto di stabilità e crescita che “privilegia” la prima e annichilisce la seconda. Ma il malessere viene anche da sinistra, dalle posizioni di Bertinotti e di parte della sinistra, più o meno antagonista, contro l’Europa (vera o presunta) delle banche e del grande capitale. Sono tutte posizioni rispettabili, perché ciò che è rispettabile e da difendere è la dinamica democratica del dibattito e la cultura del dubbio. Eppure…eppure, soprattutto in Italia, e dalle posizioni del centrosinistra, esiste un vero e proprio monolite culturale, quello in base al quale ogni critica nei confronti della costruzione europea è un’eresia, da mettere all’indice ed esecrare come sovversiva. Berlusconi vorrebbe rivedere il patto di stabilità per renderlo più flessibile e meno avverso alla crescita economica? Giammai, “il patto non si tocca”, slogan che ricorda quelli di anni più o meno vicini a noi: “Giù le mani dalla scala mobile”, “Giù le mani dalla legge 194”, “La Costituzione non si tocca”, questo non si fa, quello non si tocca. La lunga marcia verso la cultura del dubbio, del dibattito e in definitiva della democrazia è sempre particolarmente accidentata…

Ci avevano detto

Discussioni/Italia/Stati-Uniti

Ci avevano detto che la forte affluenza alle urne avrebbe premiato Kerry: invece ci sono stati 10 milioni di votanti in più, Bush ha raggiunto il massimo storico di voti popolari e ha distanziato di 3,7 milioni di preferenze il candidato democratico.

Per mesi ci hanno dipinto un GWB alle corde, privo di un progetto politico, un pugile suonato: invece GWB ha vinto, secondo le analisi dei flussi elettorali perché percepito come portatore di una visione, mentre Kerry appariva come il candidato che diceva ciò che parte dell’elettorato “voleva sentirsi dire”.

Per mesi ci hanno presentato le distorsioni ideologiche di un cineasta che sarebbe apparso di estrema sinistra anche al teatro Ambra Jovinelli di Roma, dove notoriamente si respira “aria di progresso”, come se si trattasse dell’ultimo profeta della democrazia e della libertà in un mondo minacciato da una cupola mafiosa di fondamentalismi giudaico-cristiani, riempiendoci la testa di teorie cospirative; ora Massimo D’Alema dice che Kerry ha perso perché “Questo radicalismo (di quelli come Moore, ndr) che una volta avremmo definito piccolo-borghese, di cui conosciamo le versioni nostrane, non aiuta a vincere».

Oggi è il momento delle analisi e delle “ricette”. Si, proprio così, le ricette e i consigli per gli Stati Uniti, che evidentemente si sono allontanati a tal punto dall’Europa, questo ancoraggio della civiltà occidentale, con la sua “costituzione” fatta di 450 articoli e il tentativo di regolamentare attraverso trattati solenni anche la percentuale di acidi grassi insaturi nella crema di nocciole, che occorre “riflettere” sulla situazione, il classico “che fare” dell’indimenticato compagno Lenin, questo psicodramma collettivo, questo lavacro delle proprie insipienze e della propria incapacità a capire la realtà.

Dunque, abbiamo così tutta una gamma di “analisi”. Da quella tradizionale dei brogli, che entra di diritto nel mainstream delle teorie cospirative, con il corollario di un sistema americano di rilevazione del voto assolutamente involuto e barocco, a quella che auspica per la sinistra italiana la rincorsa al centro per irrobustire la propria legittimazione politica (ma continuando ad affermare che Bush ha vinto per il voto dei tradizionalisti cattolici), dando l’ennesima prova di strabismo politico. Alle teorie di quanti si aggrappano all’Unione Europea, per “rafforzarne l’autonomia da Washington”, cioè si cerca di calare in mare la scialuppa dello zapaterismo onirico, ultima ricetta per i mali del mondo, e si cerca di fare dell’ircocervo Ue un’isola di progresso (e quindi di estremismo, inazione e terzomondismo d’accatto). Ecco quindi le vocazioni “pedagogiche” alla Fassino, con l’Unione europea che deve “aiutare” gli Stati Uniti ad uscire dall’isolamento in cui sono finiti in questi anni, una posizione che ricorda molto (vista da sinistra) quella dello “splendido isolamento” britannico di molti anni fa: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.

Oppure si butta il tutto sul razzismo di matrice intellettuale, un must della sinistra europea ed italiana: assieme alle elezioni per il presidente, in molti stati si è votato sulle “proposition”: in particolare è stato detto no in 11 stati ai matrimoni gay. Scandalo e riprovazione delle nostre “armate del progresso”, contro questi americani rozzi e bacchettoni, salvo poi accorgersi che da noi la Gad (??) è contraria alle unioni gay. O ancora, si elogia la California per aver consentito l’utilizzo di fondi pubblici per la ricerca sulle cellule staminali, salvo poi accorgersi che qui da noi il clericalismo e le furbizie del fu-Ulivo hanno finora impedito questo esito.

Che dire? Un sentito grazie alla nostra sinistra, senza di loro il mondo sarebbe così monotono e coerentemente prevedibile…

Il convitato di pietra

Esteri/Stati-Uniti

A chi giova il messaggio televisivo di Bin Laden? A Bush o a Kerry? Mentre gli “analisti” sono al lavoro per prendere l’ennesima cantonata scientificamente corretta, vorremmo sommessamente ricordare che non pochi, soprattutto nel solito schieramento aduso alle teorie cospirative, avevano preconizzato che Bin Laden sarebbe stato mostrato in catene pochi giorni o poche ore prima delle elezioni del 2 novembre, per permettere a Bush di tornare trionfalmente alla Casa Bianca. Ora che ciò non è successo, qualcuno cercherà di dirci (sospettiamo sarà sempre Naomi Klein, la super esperta in teorie cospirative imperialistico-giudaiche) che il super-latitante è in realtà a libro paga della Cia. Nell’attesa, è sempre l’esilarante Unità (vera miniera per antropologi dilettanti e aspiranti comici) che sostiene che Bush avrebbe “approfittato” dell’apparizione televisiva di Bin Laden per farsi uno spot “gratuito”. Ma soprattutto, il tenente Colombo afferma che la Casa Bianca non avrebbe mosso un dito per impedire la messa in onda del filmato. Curioso, visto che nella giornata di ieri tutti i principali organi di stampa avevano detto esattamente l’opposto. Ad ogni buon conto, attendiamo l’esito della consultazione del 2 novembre. Se vincerà Bush, ci diranno che brogli terzomondisti hanno sconvolto la ex-democrazia statunitense, e Michael Moore avrà altri quattro anni durante i quali potrà affinare la propria expertise di ghost writer di Al Qaeda. Se vincerà Kerry, dopo l’iniziale festeggiamento “democratico”,che spingerà Prodi, Fassino e Rutelli a dire che le truppe italiane devono restare in Iraq, subentrerà la disillusione di fronte a comportamenti di Kerry simili a quelli di Bush, e inizierà la ricerca di altri idoli progressisti in giro per il mondo, per rispondere “alla profonda crisi” della democrazia americana.

Punti di vista

Esteri/Italia/Stati-Uniti

Il senatore Kerry esprime così la propria riconoscenza nei confronti dell’Italia: “Le condizioni dell’esercito iracheno erano così patetiche che persino l’esercito italiano avrebbe potuto prenderli a calci nel sedere“. Affermazione certamente infelice, ma che la dice lunga sull’approssimativa conoscenza della vicenda irachena da parte del candidato democratico, che finora non ha brillato per coerenza. La posizione di Kerry è abbastanza trasparente, e oseremmo dire cinica: costringere gli alleati degli Stati Uniti ad un “riequilibrio” dei costi, finanziari e soprattutto umani della missione irachena. Uno dei temi forti della dialettica del senatore del Massachusetts è quello di ricordare che non è possibile parlare di “coalizione” quando gli Stati Uniti sopportano il 90 per cento dei costi e delle vittime militari. Aspettiamo la “interpretazione autentica” di questa frase da parte della nostra sinistra, che ormai vede in Kerry il nuovo uomo della provvidenza (forse per un riflesso condizionato alla Furio Colombo nei confronti di miliardari politically correct), e nel frattempo proponiamo l’ultima chicca del nostro impareggiabile flip-flopper, direttamente tratta dall’ultimo dibattito televisivo contro Bush, quelli amati dalla nostra stampa, sempre così ansiosa di emettere biscardiani giudizi su chi ha vinto e chi ha perso:

Nello stesso dibattito di ieri ha detto:

“Well, let me tell you straight up: I’ve never changed my mind about Iraq. I do believe Saddam Hussein was a threat. I always believed he was a threat. Believed it in 1998 when Clinton was president. I wanted to give Clinton the power to use force if necessary.”

Poi, più in là, rispondendo a una domanda sull’Iran:

“It’s a threat that has grown while the president has been preoccupied with Iraq, where there wasn’t a threat”.

Nel frattempo segnaliamo la quarta vittoria dei conservatori di John Howard alle elezioni politiche australiane. Un risultato storico per quel paese, soprattutto in considerazione del fatto che, se si fossero ascoltati i giudizi dei media, il governo Howard avrebbe dovuto essere spazzato via da un’insurrezione di australiani inferociti per l’avventura irachena, le menzogne sulle armi di distruzione di massa, le “deportazioni” di “migranti” indonesiani, approdati illegalmente sulle coste australiane per ingrassare organizzazioni criminali internazionali. Nulla di tutto ciò. Vengono a mente i commenti sul povero Tony Blair, dipinto ad intervalli regolari come un usurpatore privo di seguito nel paese e nel proprio partito, sempre “nei guai”, sempre prossimo “al minimo storico” nei sondaggi (nuovo feticcio della società post-industriale), ma sempre regolarmente vincitore al momento della conta, quella vera, non quella degli umori mediatici, mai disinteressati.

Nuovo moto di sdegno della sinistra davanti alla notizia che il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso dei permessi premio “per buona condotta” a Giovanni Brusca, l’uomo che premette il bottone a Capaci, l’uomo che sciolse un bambino nell’acido, dopo averlo strangolato. Un moto di sdegno condivisibile, ma vagamente farisaico: la legislazione “premiale” sui pentiti non è mai cambiata, è ancora quella utilizzata per istruire i processi contro Andreotti, e per dire che Berlusconi è un mammasantissima. Se l’utilizzo dei pentiti andava bene allora, perché non dovrebbe andar bene ora?

Bussole

Esteri

Aperta a New York la Cinquantanovesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’invito del segretario generale Kofi Annan alla legalità internazionale e la tetragona replica di Bush sulla legittimità dell’intervento armato in Iraq. Annan si è distinto negli ultimi giorni per quello che ha tutta l’aria di essere un attacco frontale pre-elettorale a Bush, con l’affermazione, piuttosto sconcertante, secondo cui l’intervento in Iraq sarebbe stato illegale, forse pensando che le “serie conseguenze” previste dalla risoluzione 1441, non fossero una sufficiente legittimazione per l’intervento. Che dire? Certo l’Onu non può rivendicare un magistero morale: lo testimoniano Srebrenica, il Rwanda, oggi il Darfur, e ancora la colossale malversazione del programma iracheno “oil for food” (leggi qui). L’Onu è semplicemente la somma di una molteplicità di paesi, la maggioranza dei quali rappresentativa di regimi autoritari, totalitari, illiberali. L’Onu come tentativo di aggregare culture e “sensibilità” diverse, come tentativo di disinnescare il conflitto di civiltà, quello vero, ancestrale, strisciante, non quello di cui discettano nei nostri decadenti salotti occidentali degli intellettuali saccenti e queruli. Ma l’Onu è anche altro: è la commissione sui diritti umani, dove il gruppo dei paesi illiberali e totalitari con i quali amiamo dialogare e fare business ha la maggioranza, e riesce ad estromettere per un anno gli Stati Uniti. Consigliamo la lettura dell’illuminante articolo di Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice statunitense all’Onu. Surreale e straniante,il capovolgimento del senso comune, così come lo abbiamo noi deprecati occidentali, che tanto amiamo fare del relativismo culturale. Possiamo fare a meno dell’Onu? Forse no, se abbiamo bisogno di elaborare un denominatore comune, un simulacro di dialogo contro il conflitto di civiltà; forse si, se ci attardiamo a cercare un’interpretazione “legalistica” e non legalitaria, che certifica e cristallizza le stragi di massa, le pulizie etniche e la cultura di morte che ci sta lentamente sommergendo. Ha scritto l’intellettuale statunitense di sinistra Paul Berman, nel suo bellissimo libro “Terrore e liberalismo”:

“Bush senior lavorò seriamente per formare la coalizione, e lo fece con una notevole abilità, finché, quando ebbe finito, la sua alleanza arrivò ad estendersi ideologicamente fino alla dittatura del Baath in Siria, non molto diversa dalla dittatura del Baath in Iraq. I despoti medievali dell’Arabia Saudita presero posto nella grandiosa coalizione. L’alleanza si rivelò una banda pirata di terroristi, dittatori, re, antisionisti, magnati del petrolio e criminali da strapazzo. Era terribile da guardare. Era l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

Robert Kagan, “Il diritto di fare la guerra”

Riletture/Stati-Uniti

Nell’Occidente si è prodotto un grande scisma filosofico: al posto dell’indifferenza reciproca, fra America ed Europa si è instaurato un forte antagonismo che minaccia d’indebolire entrambi i partner della comunità atlantica. La maggioranza degli europei ha messo in dubbio la legittimità del potere americano e della supremazia mondiale degli Stati Uniti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’America si trova quindi a soffrire di una crisi di legittimità internazionale. Leggi tutto

No blood for oil

Economia & Mercato/Esteri

L’Onu alfine delibera: dapprima il Consiglio di Sicurezza approva, con 11 voti a favore e 4 astenuti (Cina, Russia, Pakistan e Algeria), una risoluzione presentata dagli Stati Uniti, che “minaccia di considerare” (sic) sanzioni petrolifere a carico del governo sudanese, se lo stesso non si impegnerà per porre fine alla pulizia etnica ed ai massacri perpetrati da milizie arabe filogovernative nella regione del Darfur, e che hanno finora prodotto oltre 50.000 morti e 1,2 milioni di profughi. La risoluzione è stata fortemente annacquata nella formulazione a causa della minaccia della Cina di porre il veto ad una versione più “aggressiva” e desiderosa di porre fine al più presto possibile a quello che è stato definito dalla stessa Onu “il peggior disastro umanitario del mondo”. Quello che non è stato evidenziato a sufficienza, soprattutto dai moralisti-progressisti-pacifisti di casa nostra, è il fatto che la Cina, nella propria inestinguibile sete di petrolio per sostenere il proprio tumultuoso decollo economico, ha stretto delle forti relazioni commerciali con il Sudan proprio finalizzate all’approvvigionamento di petrolio. Quasi nelle stesse ore l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (watchdog dell’Onu) approva una risoluzione che chiede all’Iran di sospendere immediatamente ogni attività di arricchimento e centrifugazione dell’uranio, considerate potenzialmente strumentali a produrre armi atomiche. L’Iran respinge la richiesta, affermando che l’arricchimento dell’uranio manca dello stadio finale, quello utile per produrre bombe, e serve unicamente a scopi civili. Ci siamo sempre chiesti perché un paese che galleggia sul greggio voglia costruire delle centrali nucleari a scopi civili. Qualche indigeno verde-rosso probabilmente ci direbbe che si tratta di una utile e lungimirante diversificazione delle fonti energetiche ma, battute a parte, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, oltre ai tempi biblico-liturgici dell’Onu, la cui efficacia è prossima allo zero, è il fatto che l’adozione di sanzioni contro l’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza finirebbe nuovamente ostaggio della voracità petrolifera cinese. Attendiamo fiduciosi le manifestazioni di piazza dei pacifisti di tutto il mondo sulle vicende di Darfur e Iran, e sul tragico legame che esse hanno con il petrolio. Una Halliburton cinese non sfigurerebbe nell’agenda investigativa dei media occidentali.

Maggioranze

Esteri/Stati-Uniti

Aperta al Madison Square Garden di New York la Convenzione Nazionale Repubblicana, che dovrà ratificare la candidatura di George W. Bush ad un secondo mandato presidenziale. La copertura mediatica dell’evento, da parte della stampa italiana, è perlomeno bizzarra. Grande risalto al dispositivo di sicurezza, presentato come liberticida e vagamente paranoide, ed alle manifestazioni di dissenso contro Bush. Si tenta di far passare un concetto di differenza “antropologica” tra i repubblicani ed i democratici, con i primi ormai rappresentati esclusivamente da texani con grandi cappelli stetson, rubizzi e in sovrappeso, tutti rigorosamente egoisti, incolti, ottusi e reazionari, ed i secondi colti, belli, liberal, dalla sensibilità molto “europea”. Sullo sfondo una città ostile e cocciutamente democratica, che cerca di espellere dal proprio organismo i corpi estranei repubblicani. Poi si accendono le luci della ribalta, ed arrivano i primi oratori. Si scopre che questa classificazione non regge al duro scontro con la realtà. John McCain è un eroe di guerra del Vietnam (5 anni di prigione vietcong durante il conflitto, torturato); Rudi Giuliani non è esattamente un texano addetto al barbecue di bistecche stile-Flintstones, e soprattutto New York non sembra esattamente una città che vota a senso unico per i democratici. L’attuale sindaco, Mike Bloomberg, è repubblicano, il precedente, Rudi Giuliani, è repubblicano, ed il governatore dello stato di New York, George Pataki, anche. Ma forse vale anche in politica il famoso principio di Enrico Cuccia: alcuni voti non si contano, si pesano…

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Esteri

Estratto di un articolo apparso sul Corriere di oggi:

L’uomo più coraggioso dell’ultima sessione del Parlamento palestinese si chiama Abdel Jawwad Saleh. Alla riapertura, mercoledì mattina, del Consiglio legislativo, aveva avuto l’ardire di interrompere davanti a deputati, diplomatici e giornalisti il discorso di Arafat e di gridargli: «Tu proteggi i corrotti». Coraggioso e lungimirante anche, Saleh, che al termine della riunione aveva detto al Corriere : «Gli abbiamo sottoposto un programma specifico di riforme e non vi ha fatto nessun cenno. Non le ha applicate finora e non le applicherà. Le sue sono solo parole, teoria, fumo. Niente di pratico». E così è stato: in una burrascosa seduta notturna, conclusa alle prime ore di ieri, il presidente Yasser Arafat non ha firmato neanche uno dei progetti che gli ha sottoposto la Commissione parlamentare sulle riforme. Tra i cambiamenti promessi e non mantenuti, il più importante riguardava il controllo delle forze di polizia che avrebbe dovuto passare dalla presidenza al premier e al ministro degli Interni (come indica anche la Costituzione). Ancora una volta, nulla di fatto.(…)«Abbiamo sentito le stesse parole per anni – ci ha detto il deputato Muawya Al Masri -. Stesse promesse, stessi slogan, niente di nuovo. Quel discorso non valeva nulla». Nei fatti Arafat resta arroccato nella sua Mukata, saldo sui due pilastri che gli garantiscono il potere: il controllo dei servizi di sicurezza e la gestione della cassa.(…)

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