Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Esteri - page 214

Il test

Esteri/Unione Europea

Il governo sudanese, dopo aver rifiutato il termine di trenta giorni fissato il 30 luglio dall’Onu per disarmare le milizie arabe da esso create allo scopo di realizzare la pulizia etnica nella regione del Darfur, e dopo aver rifiutato la proposta dell’Unione Africana di inviare nella regione un contingente di peace-keeping di almeno 2000 soldati, incassa il sostegno della Lega Araba. Questa organizzazione, composta da 22 paesi, nessuno dei quali possiede un governo democraticamente eletto, sostiene che un mese di tempo per disarmare le milizie è troppo poco, e accusa l’Onu di “ingerenza” negli affari interni sudanesi. Nel frattempo, l’inviato dell’Onu nella regione si dichiara pessimista, e denuncia la prosecuzione degli attacchi con elicotteri militari ad opera dell’esercito regolare e delle milizie arabe janjaweed. Nel frattempo, la grassa e bottegaia Europa, guidata dall’intramontabile spirito etico francese, quello che ha assistito ad oltre un milione di morti in Ruanda dieci anni fa, prima del risolutivo intervento americano, quello che in Liberia si è fatto travolgere dal conflitto tra sostenitori e oppositori del presidente Taylor, prima del risolutivo intervento americano, discetta dottamente se in Darfur sia in corso un genocidio o meno, essendo peraltro propensa a negare la prima ipotesi. In Italia, il cuore della sinistra sanguina sempre copiosamente contro il cattivo uomo bianco, parlando di “indifferenza dell’Occidente” di fronte alla tragedia del Darfur, ma tacendo rigorosamente sulle vere cause della pulizia etnica, nel timore di portare acqua al mulino dell’odiata tesi della “guerra di civiltà”, che mal si concilia con il grande affresco dello sfruttamento neocoloniale americano, che verrà denunciato più avanti, quando i nostri combattenti della pace, avvolti nelle loro bandiere iridate, avranno avuto modo di leggere qualcosa di più su quella regione. Questa vicenda rappresenta un eccellente banco di prova per la mitologica Onu, e la sua capacità di risolvere devastanti crisi umanitarie. Non rappresenterà invece nulla per la nostra sinistra, se non l’ennesima occasione perduta per ripulire la propria malafede ideologica.

Equivoci

Esteri/Stati-Uniti

John Kerry e John Edwards vengono nominati ufficialmente sfidanti nella corsa alla Casa Bianca da parte della Convenzione Nazionale Democratica di Boston. Chiunque vincerà a novembre, siamo certi che i valori di libertà e democrazia che da sempre appartengono agli Stati Uniti verranno preservati. Vorremmo tuttavia segnalare l’ennesima, avvilente dimostrazione di italico provincialismo. Una delegazione politico-sindacale del centrosinistra è a Boston, per assistere alla Convenzione. Da tempo l’opposizione si caratterizza per l'”ossessione parallela”, quella verso Berlusconi e Bush, visti come soggetti perfettamente intercambiabili, frutto della stessa cultura politica (magari!, ci verrebbe da dire…). Ecco quindi, nel più puro moto pavloviano, che tutto quello che dice Kerry diviene bandiera ulivista. Al punto che Francesco Rutelli, padre nobile dell’aberrante legge sulla fecondazione assistita (che direbbe Kerry?), inebriato dall’atmosfera liberal bostoniana, arriva a dire che l’Italia potrebbe mantenere proprie truppe in Iraq sotto una presidenza Kerry, provocando aspre reazioni in buon parte del resto della propria coalizione. Il nostro sospetto è che, in caso di vittoria del ticket Kerry-Edwards, all’immancabile riaffermazione dei valori americani, il centrosinistra italiano sarebbe nuovamente colto da forti dolori di pancia, e finirebbe col cercare disperatamente nuove icone indeterminate cui dedicare processioni ed accendere ceri. Cari amici dell’Ulivo, non guardate lontano per trovare modelli, studiatene uno che resiste da dieci anni, e sta a Londra, al 10 di Downing Street, scoprirete che diventare politicamente adulti è maledettamente faticoso..

P.S. sul piano dell’analisi dei contenuti della stampa, segnaliamo volentieri l’articolo apparso su l’Unità online, che cita alcuni passi del discorso di John Edwards, il trial lawyer fattosi da sé, che piace tanto in questi giorni alla sinistra nostrana. Eccone alcuni passi:

«Manderemo un chiaro messaggio, senza nessuna ambiguità ad Al Qaeda e a tutti quei terroristi. Non potere correre. Non potete nascondervi, e vi distruggeremo», ha detto Edwards, rivolgendosi direttamente alla multinazionale del terrore del miliardario saudita Osama bin Laden, cui sono stati attribuiti gli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono.

Quando John Kerry “sarà presidente – ha aggiunto – prenderemo in considerazione tutti i suggerimenti della commissione d’inchiesta sull’11 settembre. Costruiremo e guideremo alleanze, sorveglieremo e smantelleremo le armi di distruzione di massa… Comunque, utilizzeremo sempre il nostro potere militare per rendere il popolo americano sicuro”.

Esilarante la precisazione de l’Unità circa il “presunto” coinvolgimento di Al Qaeda nell’attacco alle Twin Towers, presumibilmente qualcuno in redazione è ancora convinto che sia stato il Mossad, e che quel giorno non vi fossero ebrei al WTC… Parlando seriamente, quindi fuori dalla portata degli uomini di Furio Colombo, colpisce come nessuno abbia notato la durezza del messaggio di Edwards, le cui parole riecheggiano quelle di Bush e della sua amministrazione, non propriamente un modello di multilateralismo indecisionista stile Onu… Nelle parole di Edwards non c’è traccia della analisi pseudosociologica tanto cara alla sinistra italiana ed europea, ed al “corpaccione estraneo” Michael Moore: l’11 settembre non è stata la rivincita della parte dell’umanità che cercava riscatto dal giogo ebraico-americano. Basta leggere questo passaggio per capire che la sinistra italiana è di nuovo innamorata, ma continuerà a restare zitella, e felice di esserlo…

Sudan

Esteri

Quanto sappiamo, realmente, di ciò che sta accadendo in Sudan? Molto poco, anche grazie a cronache come quella che il Tg3 ha fatto nell’edizione delle 19 di oggi. Il servizio è un’unica apologia della figura e del ruolo del Segretario Generale dell’Onu, giunto tra i popoli sofferenti per portare la buona novella della Pace prossima ventura, possibilmente quella Eterna. Ci viene detto che in Sudan, segnatamente nella regione meridionale del Darfur, è in corso una guerra civile (??), che non meglio precisate “bande di guerriglieri” compiono stragi, razzie, stupri di massa. Ci viene detto che l’arrivo di Kofi Annan strappa al governo di Khartoum la promessa di disarmare le bande armate responsabili di questi crimini, ci viene detto che si, l’azione dell’Onu riprende vigore e allevia le sofferenze del mondo, se solo potessimo “lasciarlo lavorare” (un po’ come il celeberrimo concetto berlusconiano..). Quello che NON ci viene detto è: che il governo bianco e arabo, musulmano, del Sudan settentrionale, ha iniziato da anni una sistematica opera di pulizia etnica contro la minoranza nera, musulmana, cristiana e animista, del Sudan meridionale, pulizia etnica di cui lo strumento principale è rappresentato proprio dalle bande armate della milizia para-governativa. NON ci viene detto che il segretario di Stato statunitense, Powell, è arrivato in Sudan il giorno prima di Annan per cercare di esercitare influenza sul governo di Khartoum; NON ci viene detto che questo è un conflitto religioso, con la parte araba musulmana nel ruolo, ormai abituale, di aggressore; NON ci viene detto che gli Stati Uniti sono l’unico paese occidentale ad avere avviato un tentativo di mediazione e ricomposizione di quella che rappresenta la più grave catastrofe umanitaria da decenni, senza che sinora si sia sentito nessun paese dell'”Asse della Pace e del Progresso”, come Francia, Germania, Russia e Cina, proferire parola al riguardo; senza che sia stata organizzata alcuna marcia della pace in Europa, con bandiere iridate di ordinanza; senza che il presidente della Commissione Europea abbia invitato nessuno a mettere ai balconi le bandiere della pace e manifestare contro l’ennesimo genocidio africano. Come finirà? Forse come in Ruanda, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, la passività occidentale, l’iniziativa americana per porre fine al genocidio, le accuse di neo-imperialismo e neo-colonialismo a Washington da parte dei grandi marciatori e fiaccolatori di casa nostra, con complemento di qualche stagionato ed etilico editorialista.

Unione europea, vera democrazia?

Discussioni/Unione Europea

Il politologo John Fonte è uno dei principali esponenti del pensiero neoconservatore statunitense. A Washington dirige il Center For American Common Culture dell’Hudson Institute, occupandosi tra l’altro di immigrazione e assimilazione, relazioni internazionali, sovranità e democrazia costituzionale. In questo contesto, è interessante analizzare la critica che egli muove alla costruzione unitaria europea.

Secondo Fonte, è in atto uno scontro tra due Occidenti. Da una parte, l’Occidente che continua a credere nello stato nazionale e nei principi di democrazia liberale, che raccoglie i cittadini americani e gli europei che si battono contro lo strapotere della burocrazia di Bruxelles. Dall’altra parte, il modello della “democrazia transnazionale”, fondato su principi di “global governance” e sul ruolo di organismi sovranazionali come quelli comunitari, o su altri come la Corte di Giustizia internazionale. I “progressisti transnazionali” sono portatori di una sorta di pensiero post-democratico. Lo scontro tra queste due visioni è uno dei conflitti più importanti a cui assisteremo nel ventunesimo secolo.

In particolare, secondo Fonte, nel sistema autenticamente liberal-democratico esiste un sistema di leggi votate da rappresentanti liberamente eletti, che devono rispondere direttamente agli elettori. Al contrario, le organizzazioni sovrannazionali e transnazionali non hanno questo vincolo, e sono espressione di una presunta “cittadinanza globale” alternativa a quello che egli chiama il concetto di patriottismo, e non devono rispondere a rappresentanti eletti. Sulla base di questo assioma discende il rifiuto della Corte di Giustizia Internazionale: in alcuni paesi i giudici devono rispondere ai parlamenti e comunque operare sulla base delle leggi da essi decise, mentre tale organismo sarebbe autoreferenziale, traendo da sé la propria legittimazione, a parte la statuizione di pochi e generali principi di funzionamento.

Secondo Fonte, la democrazia liberale rischia di essere sconfitta dai regimi ibridi transnazionali, che sono creati sulla base di una sorta di gigantesco neo-consociativismo basato non sul patriottismo, ma sull’appartenenza a gruppi sociali di riferimento: neri, donne, poveri. In particolare, il padre spirituale di questa concezione della democrazia sarebbe Antonio Gramsci, che storicamente sottolineava l’importanza dell’essere coscienti di far parte di un gruppo. In Francia, ad esempio, esistono delle quote riservate alle donne per l’elezione dei consigli provinciali. Come si nota, tutto il pensiero di Fonte è radicalmente avverso alla politica della affirmative action, che tutela le minoranze e promuove la loro integrazione nel corpo sociale. Prevale quindi l’ideale, a dire il vero un po’ consunto e vieppiù disconfermato, del mito americano del melting power intorno ai valori di una patria unificante e di una land of opportunity, dove l’individualismo rappresenta l’unico motore della società. Occorre quindi dire con forza che ogni individuo conta per quello che fa e non per la sua origine o peggio per l’appartenenza a qualche minoranza etnica, sessuale, o religiosa che si crede oppressa. Secondo Fonte, di fronte all’immagine di un uomo di colore in Gran Bretagna, i laburisti lo chiamerebbero “black“, i conservatori “british“. Secondo l’ideologia neogramsciana, invece, un uomo che fa parte dei “black people” continua a riprodurre gli stereotipi afro-americani, mettendo in pericolo le basi stesse della democrazia liberale.

In sintesi, la nuova Europa nascerebbe come una enorme costruzione neo-consociativa, senza idealità forti, e avrebbe quindi in sé i germi dell’autodistruzione e, peggio, l’assenza di una vera impronta democratica. Peraltro, tutti siamo consapevoli (soprattutto noi italiani…) che i patti consociativi funzionano solo quando la “torta” ha dimensioni tali da poter essere redistribuita sotto forma di “fette”, e non di briciole, altrimenti il sistema è condannato all’involuzione e alla stagnazione. Si tratta, come si intuisce, di temi forti, non sempre condivisibili. Si pensi all’assenza di una politica scelta di pari opportunità, che tutti sentiamo idealmente dovrebbe esistere, ma che tutti o quasi sentiamo già condannata in partenza, schiacciata dalla burocratizzazione e dal prevalere di comportamenti opportunistici e parassitari che favoriscono la prevalenza dei mediocri irreggimentati sui “cani sciolti” di valore…

Esportare la democrazia?

Discussioni/Stati-Uniti

La guerra in Iraq ha sollevato il dibattito (a dire il vero, lo ha riproposto) circa la possibilità di favorire l’instaurarsi di modelli di organizzazione politica di tipo democratico anche nei paesi islamici, cioè essenzialmente sull’universalità del modello di democrazia liberale.

Molti leader politici e culturali del mondo islamico (con la significativa aggiunta della Cina) ritengono che l’enfasi posta su temi quali i diritti umani, l’eguaglianza tra i sessi, il rispetto delle minoranze etniche e delle diversità di costumi sessuali, rappresentino esclusivamente una nuova forma di imperialismo del mondo occidentale. Il punto cruciale della questione resta quindi se accettare o meno il concetto di centralità dei valori occidentali, o se ritenere gli stessi solo come un “accidente della storia”, ovvero come una contingenza sviluppatasi da circa un secolo, che non può essere considerata definitiva, né applicabile a tutte le civiltà sulla terra (per usare la classificazione di Samuel Huntington, la cristiano-ortodossa, la sinica, la indica, la latino-americana).

Di seguito riproduciamo un articolo di R.Inglehart e P.Norris, comparso sul numero di marzo-aprile di Foreign Policy:

La promozione della democrazia nei paesi islamici è ora uno dei più popolari argomenti di discussione dell’Amministrazione Bush (…). Il Segretario di Stato, Powell, afferma “dobbiamo rigettare la nozione condiscendente che la libertà non possa crescere nel Medio Oriente”, mentre il Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, ha promesso, lo scorso settembre che “Gli Stati Uniti sono impegnati nella marcia per la libertà nel mondo musulmano.”

La controversa tesi del saggio del 1993 di Samuel Huntington – che la divisione culturale tra la “cristianità occidentale” da un lato e la “cristianità ortodossa e l’Islam” dall’altra è la nuova linea di faglia per il conflitto- risuona più alta che mai dopo l’11 settembre (…)

La risposta di Huntington (sul perché la democrazia non riesca ad attecchire nei paesi arabi) sarebbe che il mondo musulmano manca dei valori politici centrali che hanno dato origine alla democrazia rappresentativa nei paesi di civiltà occidentale: separazione di autorità religiosa e secolare, dominio della legge, pluralismo sociale, istituzioni parlamentari di governo rappresentativo, e protezione di diritti individuali e libertà civili come “cuscinetto” tra i cittadini e il potere dello Stato.(…) Secondo le ultime classifiche Freedom House, quasi due terzi dei 192 paesi del mondo sono ora democrazie elettorali. Ma tra i 47 paesi con maggioranza musulmana, solo un quarto sono democrazie elettorali, e nessuna delle società centrali arabiche ricade in questa categoria. (…)

Secondo un sondaggio sul cambiamento politico e socioculturale compiuto nei periodi 1995-96 e 2000-2002 dal World Values Survey (WVS) e che comprende oltre l’80% della popolazione mondiale, lo scontro culturale tra Occidente e Islam non è sui valori politici, bensì sull’eguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale.

Commentando la situazione delle donne nel Medio Oriente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha osservato la scorsa estate che “Nessuna società può raggiungere il livello desiderato di benessere e sviluppo umano, o competere in un mondo globalizzato, se metà della propria popolazione resta marginalizzata e priva di potere”.

Per testare le tesi di Huntington, secondo le quali ogni sforzo di promuovere le idee di libertà civili, di genere, separazione di Chiesa e Stato, libero mercato, costituzionalismo, individualismo, diritti umani viene bollato come “imperialismo dei diritti umani”, è stata condotta una survey in 22 paesi rappresentanti la cristianità occidentale, 10 nazioni centro-europee, 11 società a maggioranza musulmana, 12 società tradizionalmente ortodosse (come Russia e Grecia), 11 paesi latino-americani predominantemente cattolici, 4 società est-asiatiche plasmate da valori Sino-Confuciani, 5 paesi dell’Africa Sub-sahariana, più Giappone e India. In tutti i paesi, una chiara maggioranza descrive l'”avere un sistema politico democratico” come una cosa “buona” o “ottima”. Ciò rappresenta un drammatico cambiamento dagli anni Trenta e Quaranta, quando regimi fascisti ottenevano plebisciti in molte società, e per molti decenni, i regimi comunisti ebbero un sostegno diffuso. In Albania, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Azerbaijan e Turchia, tra il 92 e il 99 per cento dell’opinione pubblica approva il concetto di istituzioni democratiche, mentre gli Stati Uniti si fermano a 89 per cento. Tuttavia, esprimere sostegno sul piano declamatorio non è abbastanza: si pensi al caso della Cina, dove il concetto di libero mercato è incoraggiato e diffuso, o all’Iran, dove i riformisti alle ultime elezioni hanno ottenuto i tre quarti dei seggi, ma l’elite teocratica mantiene salde le redini del potere.

Una solida maggioranza di popolazione vivente in Occidente e nei paesi Musulmani assegna un punteggio elevato alla democrazia come forma più efficiente di governo, con il 68% in disaccordo che “le democrazie non decidono”, e “le democrazie sono incapaci a mantenere l’ordine”. Le società islamiche mostrano un maggiore supporto per le figure di leader religiosi che giocano un ruolo di leadership attiva nella vita pubblica rispetto ai paesi occidentali, ma questa preferenza è comune anche ad altre società meno secolari non islamiche in giro per il mondo, come l’Africa Sub-sahariana e l’America Latina. Tuttavia, quando si testano gli atteggiamenti verso l’uguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale, il gap culturale tra Islam e Occidente raggiunge l’apice. Misurato attraverso il livello di dissenso a domande quali quelle relative al fatto che gli uomini siano migliori leader politici rispetto alle donne, oppure che l’educazione di livello universitario sia adatta e opportuna per i maschi e non per le femmine, i paesi occidentali e quelli islamici totalizzano un punteggio, rispettivamente, di 82 e 55 per cento. E i paesi musulmani sono inequivocabilmente riguardo a omosessualità, aborto e divorzio. In ogni democrazia che sia realmente tale, una vasta maggioranza dell’opinione pubblica dissente dall’affermazione “gli uomini sono migliori leader politici delle donne”. Nessuna delle società dove meno del 30 per cento rigetta questa proposizione (Giordania, Nigeria e Bielorussia) è una vera democrazia. Ci sono poi casi borderline, dove la parità è formalmente assicurata, ma nei fatti le cose vanno diversamente. In Cina, dove Mao definiva le donne “l’altra metà del cielo”, esiste un’ampia discriminazione sui luoghi di lavoro, e le donne che occupano posizioni di responsabilità politica sono pochissime. Discorso analogo per l’India, spesso definita come “la più grande democrazia del mondo”, ma dove persistono forti contraddizioni. Una donna-leader che ha guidato il paese per 15 anni, e la violenza domestica ai danni delle donne e prostituzione forzata. I diritti delle donne sono garantiti dalla costituzione indiana.

Discorso analogo, e più accentuato, riguardo l’accettazione dell’omosessualità. Anche qui, il livello di accettazione appare correlato alla struttura democratica sostanziale del paese

La conclusione degli autori afferma che l’introduzione dell’industrializzazione può essere un elemento di partenza per l’affermazione dei cosiddetti valori di self-expression, con l’aumentata partecipazione femminile alla forza-lavoro e la caduta dei tassi di fertilità, e lo studio cita il caso della Turchia, paese di cultura islamica (sebbene istituzionalmente laico), dove lo sviluppo economico ha aumentato il livello di adesione della popolazione ai valori “occidentali”, non senza contraddizioni anche rilevanti.

Anche nelle democrazie consolidate, il cambiamento negli atteggiamenti culturali – e in ultima istanza negli atteggiamenti verso la democrazia – sembra essere strettamente legato alla modernizzazione.
(Nostra traduzione e adattamento)

Robert Kagan, “Paradiso e potere – America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”

Riletture/Stati-Uniti

Spesso si dice che gli Stati Uniti sono imprigionati in una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell’homo homini lupus, un mondo anarchico in cui leggi e regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dei valori liberali dipendono ancora dall’uso della forza, mentre l’Europa, anche grazie alla costruzione unitaria, è entrata in un paradiso post-storico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono le divergenze profonde di oggi tra le due sponde dell’Atlantico, che stanno facendo venir meno, o perlomeno ridefinire, il concetto tradizionale di “Occidente”. Ma è davvero così? Gli Americani sono un popolo di bruti e aggressori, sempre pronti a prendere il fucile ed applicare la pena di morte, in patria e fuori, mentre gli europei rappresentano il trionfo della logica, del negoziato, dei legami commerciali ed economici per cementare le nazioni? A questa domanda tenta di rispondere Robert Kagan, col suo saggio “Paradiso e Potere”. I risultati a cui giunge sono ampiamente condivisibili. Leggi tutto

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