Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Stati-Uniti - page 64

Ci avevano detto

in Discussioni/Italia/Stati-Uniti

Ci avevano detto che la forte affluenza alle urne avrebbe premiato Kerry: invece ci sono stati 10 milioni di votanti in più, Bush ha raggiunto il massimo storico di voti popolari e ha distanziato di 3,7 milioni di preferenze il candidato democratico.

Per mesi ci hanno dipinto un GWB alle corde, privo di un progetto politico, un pugile suonato: invece GWB ha vinto, secondo le analisi dei flussi elettorali perché percepito come portatore di una visione, mentre Kerry appariva come il candidato che diceva ciò che parte dell’elettorato “voleva sentirsi dire”.

Per mesi ci hanno presentato le distorsioni ideologiche di un cineasta che sarebbe apparso di estrema sinistra anche al teatro Ambra Jovinelli di Roma, dove notoriamente si respira “aria di progresso”, come se si trattasse dell’ultimo profeta della democrazia e della libertà in un mondo minacciato da una cupola mafiosa di fondamentalismi giudaico-cristiani, riempiendoci la testa di teorie cospirative; ora Massimo D’Alema dice che Kerry ha perso perché “Questo radicalismo (di quelli come Moore, ndr) che una volta avremmo definito piccolo-borghese, di cui conosciamo le versioni nostrane, non aiuta a vincere».

Oggi è il momento delle analisi e delle “ricette”. Si, proprio così, le ricette e i consigli per gli Stati Uniti, che evidentemente si sono allontanati a tal punto dall’Europa, questo ancoraggio della civiltà occidentale, con la sua “costituzione” fatta di 450 articoli e il tentativo di regolamentare attraverso trattati solenni anche la percentuale di acidi grassi insaturi nella crema di nocciole, che occorre “riflettere” sulla situazione, il classico “che fare” dell’indimenticato compagno Lenin, questo psicodramma collettivo, questo lavacro delle proprie insipienze e della propria incapacità a capire la realtà.

Dunque, abbiamo così tutta una gamma di “analisi”. Da quella tradizionale dei brogli, che entra di diritto nel mainstream delle teorie cospirative, con il corollario di un sistema americano di rilevazione del voto assolutamente involuto e barocco, a quella che auspica per la sinistra italiana la rincorsa al centro per irrobustire la propria legittimazione politica (ma continuando ad affermare che Bush ha vinto per il voto dei tradizionalisti cattolici), dando l’ennesima prova di strabismo politico. Alle teorie di quanti si aggrappano all’Unione Europea, per “rafforzarne l’autonomia da Washington”, cioè si cerca di calare in mare la scialuppa dello zapaterismo onirico, ultima ricetta per i mali del mondo, e si cerca di fare dell’ircocervo Ue un’isola di progresso (e quindi di estremismo, inazione e terzomondismo d’accatto). Ecco quindi le vocazioni “pedagogiche” alla Fassino, con l’Unione europea che deve “aiutare” gli Stati Uniti ad uscire dall’isolamento in cui sono finiti in questi anni, una posizione che ricorda molto (vista da sinistra) quella dello “splendido isolamento” britannico di molti anni fa: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.

Oppure si butta il tutto sul razzismo di matrice intellettuale, un must della sinistra europea ed italiana: assieme alle elezioni per il presidente, in molti stati si è votato sulle “proposition”: in particolare è stato detto no in 11 stati ai matrimoni gay. Scandalo e riprovazione delle nostre “armate del progresso”, contro questi americani rozzi e bacchettoni, salvo poi accorgersi che da noi la Gad (??) è contraria alle unioni gay. O ancora, si elogia la California per aver consentito l’utilizzo di fondi pubblici per la ricerca sulle cellule staminali, salvo poi accorgersi che qui da noi il clericalismo e le furbizie del fu-Ulivo hanno finora impedito questo esito.

Che dire? Un sentito grazie alla nostra sinistra, senza di loro il mondo sarebbe così monotono e coerentemente prevedibile…

Il convitato di pietra

in Esteri/Stati-Uniti

A chi giova il messaggio televisivo di Bin Laden? A Bush o a Kerry? Mentre gli “analisti” sono al lavoro per prendere l’ennesima cantonata scientificamente corretta, vorremmo sommessamente ricordare che non pochi, soprattutto nel solito schieramento aduso alle teorie cospirative, avevano preconizzato che Bin Laden sarebbe stato mostrato in catene pochi giorni o poche ore prima delle elezioni del 2 novembre, per permettere a Bush di tornare trionfalmente alla Casa Bianca. Ora che ciò non è successo, qualcuno cercherà di dirci (sospettiamo sarà sempre Naomi Klein, la super esperta in teorie cospirative imperialistico-giudaiche) che il super-latitante è in realtà a libro paga della Cia. Nell’attesa, è sempre l’esilarante Unità (vera miniera per antropologi dilettanti e aspiranti comici) che sostiene che Bush avrebbe “approfittato” dell’apparizione televisiva di Bin Laden per farsi uno spot “gratuito”. Ma soprattutto, il tenente Colombo afferma che la Casa Bianca non avrebbe mosso un dito per impedire la messa in onda del filmato. Curioso, visto che nella giornata di ieri tutti i principali organi di stampa avevano detto esattamente l’opposto. Ad ogni buon conto, attendiamo l’esito della consultazione del 2 novembre. Se vincerà Bush, ci diranno che brogli terzomondisti hanno sconvolto la ex-democrazia statunitense, e Michael Moore avrà altri quattro anni durante i quali potrà affinare la propria expertise di ghost writer di Al Qaeda. Se vincerà Kerry, dopo l’iniziale festeggiamento “democratico”,che spingerà Prodi, Fassino e Rutelli a dire che le truppe italiane devono restare in Iraq, subentrerà la disillusione di fronte a comportamenti di Kerry simili a quelli di Bush, e inizierà la ricerca di altri idoli progressisti in giro per il mondo, per rispondere “alla profonda crisi” della democrazia americana.

Punti di vista

in Esteri/Italia/Stati-Uniti

Il senatore Kerry esprime così la propria riconoscenza nei confronti dell’Italia: “Le condizioni dell’esercito iracheno erano così patetiche che persino l’esercito italiano avrebbe potuto prenderli a calci nel sedere“. Affermazione certamente infelice, ma che la dice lunga sull’approssimativa conoscenza della vicenda irachena da parte del candidato democratico, che finora non ha brillato per coerenza. La posizione di Kerry è abbastanza trasparente, e oseremmo dire cinica: costringere gli alleati degli Stati Uniti ad un “riequilibrio” dei costi, finanziari e soprattutto umani della missione irachena. Uno dei temi forti della dialettica del senatore del Massachusetts è quello di ricordare che non è possibile parlare di “coalizione” quando gli Stati Uniti sopportano il 90 per cento dei costi e delle vittime militari. Aspettiamo la “interpretazione autentica” di questa frase da parte della nostra sinistra, che ormai vede in Kerry il nuovo uomo della provvidenza (forse per un riflesso condizionato alla Furio Colombo nei confronti di miliardari politically correct), e nel frattempo proponiamo l’ultima chicca del nostro impareggiabile flip-flopper, direttamente tratta dall’ultimo dibattito televisivo contro Bush, quelli amati dalla nostra stampa, sempre così ansiosa di emettere biscardiani giudizi su chi ha vinto e chi ha perso:

Nello stesso dibattito di ieri ha detto:

“Well, let me tell you straight up: I’ve never changed my mind about Iraq. I do believe Saddam Hussein was a threat. I always believed he was a threat. Believed it in 1998 when Clinton was president. I wanted to give Clinton the power to use force if necessary.”

Poi, più in là, rispondendo a una domanda sull’Iran:

“It’s a threat that has grown while the president has been preoccupied with Iraq, where there wasn’t a threat”.

Nel frattempo segnaliamo la quarta vittoria dei conservatori di John Howard alle elezioni politiche australiane. Un risultato storico per quel paese, soprattutto in considerazione del fatto che, se si fossero ascoltati i giudizi dei media, il governo Howard avrebbe dovuto essere spazzato via da un’insurrezione di australiani inferociti per l’avventura irachena, le menzogne sulle armi di distruzione di massa, le “deportazioni” di “migranti” indonesiani, approdati illegalmente sulle coste australiane per ingrassare organizzazioni criminali internazionali. Nulla di tutto ciò. Vengono a mente i commenti sul povero Tony Blair, dipinto ad intervalli regolari come un usurpatore privo di seguito nel paese e nel proprio partito, sempre “nei guai”, sempre prossimo “al minimo storico” nei sondaggi (nuovo feticcio della società post-industriale), ma sempre regolarmente vincitore al momento della conta, quella vera, non quella degli umori mediatici, mai disinteressati.

Nuovo moto di sdegno della sinistra davanti alla notizia che il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso dei permessi premio “per buona condotta” a Giovanni Brusca, l’uomo che premette il bottone a Capaci, l’uomo che sciolse un bambino nell’acido, dopo averlo strangolato. Un moto di sdegno condivisibile, ma vagamente farisaico: la legislazione “premiale” sui pentiti non è mai cambiata, è ancora quella utilizzata per istruire i processi contro Andreotti, e per dire che Berlusconi è un mammasantissima. Se l’utilizzo dei pentiti andava bene allora, perché non dovrebbe andar bene ora?

Robert Kagan, “Il diritto di fare la guerra”

in Riletture/Stati-Uniti

Nell’Occidente si è prodotto un grande scisma filosofico: al posto dell’indifferenza reciproca, fra America ed Europa si è instaurato un forte antagonismo che minaccia d’indebolire entrambi i partner della comunità atlantica. La maggioranza degli europei ha messo in dubbio la legittimità del potere americano e della supremazia mondiale degli Stati Uniti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’America si trova quindi a soffrire di una crisi di legittimità internazionale. Leggi tutto

Maggioranze

in Esteri/Stati-Uniti

Aperta al Madison Square Garden di New York la Convenzione Nazionale Repubblicana, che dovrà ratificare la candidatura di George W. Bush ad un secondo mandato presidenziale. La copertura mediatica dell’evento, da parte della stampa italiana, è perlomeno bizzarra. Grande risalto al dispositivo di sicurezza, presentato come liberticida e vagamente paranoide, ed alle manifestazioni di dissenso contro Bush. Si tenta di far passare un concetto di differenza “antropologica” tra i repubblicani ed i democratici, con i primi ormai rappresentati esclusivamente da texani con grandi cappelli stetson, rubizzi e in sovrappeso, tutti rigorosamente egoisti, incolti, ottusi e reazionari, ed i secondi colti, belli, liberal, dalla sensibilità molto “europea”. Sullo sfondo una città ostile e cocciutamente democratica, che cerca di espellere dal proprio organismo i corpi estranei repubblicani. Poi si accendono le luci della ribalta, ed arrivano i primi oratori. Si scopre che questa classificazione non regge al duro scontro con la realtà. John McCain è un eroe di guerra del Vietnam (5 anni di prigione vietcong durante il conflitto, torturato); Rudi Giuliani non è esattamente un texano addetto al barbecue di bistecche stile-Flintstones, e soprattutto New York non sembra esattamente una città che vota a senso unico per i democratici. L’attuale sindaco, Mike Bloomberg, è repubblicano, il precedente, Rudi Giuliani, è repubblicano, ed il governatore dello stato di New York, George Pataki, anche. Ma forse vale anche in politica il famoso principio di Enrico Cuccia: alcuni voti non si contano, si pesano…

Equivoci

in Esteri/Stati-Uniti

John Kerry e John Edwards vengono nominati ufficialmente sfidanti nella corsa alla Casa Bianca da parte della Convenzione Nazionale Democratica di Boston. Chiunque vincerà a novembre, siamo certi che i valori di libertà e democrazia che da sempre appartengono agli Stati Uniti verranno preservati. Vorremmo tuttavia segnalare l’ennesima, avvilente dimostrazione di italico provincialismo. Una delegazione politico-sindacale del centrosinistra è a Boston, per assistere alla Convenzione. Da tempo l’opposizione si caratterizza per l'”ossessione parallela”, quella verso Berlusconi e Bush, visti come soggetti perfettamente intercambiabili, frutto della stessa cultura politica (magari!, ci verrebbe da dire…). Ecco quindi, nel più puro moto pavloviano, che tutto quello che dice Kerry diviene bandiera ulivista. Al punto che Francesco Rutelli, padre nobile dell’aberrante legge sulla fecondazione assistita (che direbbe Kerry?), inebriato dall’atmosfera liberal bostoniana, arriva a dire che l’Italia potrebbe mantenere proprie truppe in Iraq sotto una presidenza Kerry, provocando aspre reazioni in buon parte del resto della propria coalizione. Il nostro sospetto è che, in caso di vittoria del ticket Kerry-Edwards, all’immancabile riaffermazione dei valori americani, il centrosinistra italiano sarebbe nuovamente colto da forti dolori di pancia, e finirebbe col cercare disperatamente nuove icone indeterminate cui dedicare processioni ed accendere ceri. Cari amici dell’Ulivo, non guardate lontano per trovare modelli, studiatene uno che resiste da dieci anni, e sta a Londra, al 10 di Downing Street, scoprirete che diventare politicamente adulti è maledettamente faticoso..

P.S. sul piano dell’analisi dei contenuti della stampa, segnaliamo volentieri l’articolo apparso su l’Unità online, che cita alcuni passi del discorso di John Edwards, il trial lawyer fattosi da sé, che piace tanto in questi giorni alla sinistra nostrana. Eccone alcuni passi:

«Manderemo un chiaro messaggio, senza nessuna ambiguità ad Al Qaeda e a tutti quei terroristi. Non potere correre. Non potete nascondervi, e vi distruggeremo», ha detto Edwards, rivolgendosi direttamente alla multinazionale del terrore del miliardario saudita Osama bin Laden, cui sono stati attribuiti gli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono.

Quando John Kerry “sarà presidente – ha aggiunto – prenderemo in considerazione tutti i suggerimenti della commissione d’inchiesta sull’11 settembre. Costruiremo e guideremo alleanze, sorveglieremo e smantelleremo le armi di distruzione di massa… Comunque, utilizzeremo sempre il nostro potere militare per rendere il popolo americano sicuro”.

Esilarante la precisazione de l’Unità circa il “presunto” coinvolgimento di Al Qaeda nell’attacco alle Twin Towers, presumibilmente qualcuno in redazione è ancora convinto che sia stato il Mossad, e che quel giorno non vi fossero ebrei al WTC… Parlando seriamente, quindi fuori dalla portata degli uomini di Furio Colombo, colpisce come nessuno abbia notato la durezza del messaggio di Edwards, le cui parole riecheggiano quelle di Bush e della sua amministrazione, non propriamente un modello di multilateralismo indecisionista stile Onu… Nelle parole di Edwards non c’è traccia della analisi pseudosociologica tanto cara alla sinistra italiana ed europea, ed al “corpaccione estraneo” Michael Moore: l’11 settembre non è stata la rivincita della parte dell’umanità che cercava riscatto dal giogo ebraico-americano. Basta leggere questo passaggio per capire che la sinistra italiana è di nuovo innamorata, ma continuerà a restare zitella, e felice di esserlo…

Esportare la democrazia?

in Discussioni/Stati-Uniti

La guerra in Iraq ha sollevato il dibattito (a dire il vero, lo ha riproposto) circa la possibilità di favorire l’instaurarsi di modelli di organizzazione politica di tipo democratico anche nei paesi islamici, cioè essenzialmente sull’universalità del modello di democrazia liberale.

Molti leader politici e culturali del mondo islamico (con la significativa aggiunta della Cina) ritengono che l’enfasi posta su temi quali i diritti umani, l’eguaglianza tra i sessi, il rispetto delle minoranze etniche e delle diversità di costumi sessuali, rappresentino esclusivamente una nuova forma di imperialismo del mondo occidentale. Il punto cruciale della questione resta quindi se accettare o meno il concetto di centralità dei valori occidentali, o se ritenere gli stessi solo come un “accidente della storia”, ovvero come una contingenza sviluppatasi da circa un secolo, che non può essere considerata definitiva, né applicabile a tutte le civiltà sulla terra (per usare la classificazione di Samuel Huntington, la cristiano-ortodossa, la sinica, la indica, la latino-americana).

Di seguito riproduciamo un articolo di R.Inglehart e P.Norris, comparso sul numero di marzo-aprile di Foreign Policy:

La promozione della democrazia nei paesi islamici è ora uno dei più popolari argomenti di discussione dell’Amministrazione Bush (…). Il Segretario di Stato, Powell, afferma “dobbiamo rigettare la nozione condiscendente che la libertà non possa crescere nel Medio Oriente”, mentre il Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, ha promesso, lo scorso settembre che “Gli Stati Uniti sono impegnati nella marcia per la libertà nel mondo musulmano.”

La controversa tesi del saggio del 1993 di Samuel Huntington – che la divisione culturale tra la “cristianità occidentale” da un lato e la “cristianità ortodossa e l’Islam” dall’altra è la nuova linea di faglia per il conflitto- risuona più alta che mai dopo l’11 settembre (…)

La risposta di Huntington (sul perché la democrazia non riesca ad attecchire nei paesi arabi) sarebbe che il mondo musulmano manca dei valori politici centrali che hanno dato origine alla democrazia rappresentativa nei paesi di civiltà occidentale: separazione di autorità religiosa e secolare, dominio della legge, pluralismo sociale, istituzioni parlamentari di governo rappresentativo, e protezione di diritti individuali e libertà civili come “cuscinetto” tra i cittadini e il potere dello Stato.(…) Secondo le ultime classifiche Freedom House, quasi due terzi dei 192 paesi del mondo sono ora democrazie elettorali. Ma tra i 47 paesi con maggioranza musulmana, solo un quarto sono democrazie elettorali, e nessuna delle società centrali arabiche ricade in questa categoria. (…)

Secondo un sondaggio sul cambiamento politico e socioculturale compiuto nei periodi 1995-96 e 2000-2002 dal World Values Survey (WVS) e che comprende oltre l’80% della popolazione mondiale, lo scontro culturale tra Occidente e Islam non è sui valori politici, bensì sull’eguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale.

Commentando la situazione delle donne nel Medio Oriente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha osservato la scorsa estate che “Nessuna società può raggiungere il livello desiderato di benessere e sviluppo umano, o competere in un mondo globalizzato, se metà della propria popolazione resta marginalizzata e priva di potere”.

Per testare le tesi di Huntington, secondo le quali ogni sforzo di promuovere le idee di libertà civili, di genere, separazione di Chiesa e Stato, libero mercato, costituzionalismo, individualismo, diritti umani viene bollato come “imperialismo dei diritti umani”, è stata condotta una survey in 22 paesi rappresentanti la cristianità occidentale, 10 nazioni centro-europee, 11 società a maggioranza musulmana, 12 società tradizionalmente ortodosse (come Russia e Grecia), 11 paesi latino-americani predominantemente cattolici, 4 società est-asiatiche plasmate da valori Sino-Confuciani, 5 paesi dell’Africa Sub-sahariana, più Giappone e India. In tutti i paesi, una chiara maggioranza descrive l'”avere un sistema politico democratico” come una cosa “buona” o “ottima”. Ciò rappresenta un drammatico cambiamento dagli anni Trenta e Quaranta, quando regimi fascisti ottenevano plebisciti in molte società, e per molti decenni, i regimi comunisti ebbero un sostegno diffuso. In Albania, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Azerbaijan e Turchia, tra il 92 e il 99 per cento dell’opinione pubblica approva il concetto di istituzioni democratiche, mentre gli Stati Uniti si fermano a 89 per cento. Tuttavia, esprimere sostegno sul piano declamatorio non è abbastanza: si pensi al caso della Cina, dove il concetto di libero mercato è incoraggiato e diffuso, o all’Iran, dove i riformisti alle ultime elezioni hanno ottenuto i tre quarti dei seggi, ma l’elite teocratica mantiene salde le redini del potere.

Una solida maggioranza di popolazione vivente in Occidente e nei paesi Musulmani assegna un punteggio elevato alla democrazia come forma più efficiente di governo, con il 68% in disaccordo che “le democrazie non decidono”, e “le democrazie sono incapaci a mantenere l’ordine”. Le società islamiche mostrano un maggiore supporto per le figure di leader religiosi che giocano un ruolo di leadership attiva nella vita pubblica rispetto ai paesi occidentali, ma questa preferenza è comune anche ad altre società meno secolari non islamiche in giro per il mondo, come l’Africa Sub-sahariana e l’America Latina. Tuttavia, quando si testano gli atteggiamenti verso l’uguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale, il gap culturale tra Islam e Occidente raggiunge l’apice. Misurato attraverso il livello di dissenso a domande quali quelle relative al fatto che gli uomini siano migliori leader politici rispetto alle donne, oppure che l’educazione di livello universitario sia adatta e opportuna per i maschi e non per le femmine, i paesi occidentali e quelli islamici totalizzano un punteggio, rispettivamente, di 82 e 55 per cento. E i paesi musulmani sono inequivocabilmente riguardo a omosessualità, aborto e divorzio. In ogni democrazia che sia realmente tale, una vasta maggioranza dell’opinione pubblica dissente dall’affermazione “gli uomini sono migliori leader politici delle donne”. Nessuna delle società dove meno del 30 per cento rigetta questa proposizione (Giordania, Nigeria e Bielorussia) è una vera democrazia. Ci sono poi casi borderline, dove la parità è formalmente assicurata, ma nei fatti le cose vanno diversamente. In Cina, dove Mao definiva le donne “l’altra metà del cielo”, esiste un’ampia discriminazione sui luoghi di lavoro, e le donne che occupano posizioni di responsabilità politica sono pochissime. Discorso analogo per l’India, spesso definita come “la più grande democrazia del mondo”, ma dove persistono forti contraddizioni. Una donna-leader che ha guidato il paese per 15 anni, e la violenza domestica ai danni delle donne e prostituzione forzata. I diritti delle donne sono garantiti dalla costituzione indiana.

Discorso analogo, e più accentuato, riguardo l’accettazione dell’omosessualità. Anche qui, il livello di accettazione appare correlato alla struttura democratica sostanziale del paese

La conclusione degli autori afferma che l’introduzione dell’industrializzazione può essere un elemento di partenza per l’affermazione dei cosiddetti valori di self-expression, con l’aumentata partecipazione femminile alla forza-lavoro e la caduta dei tassi di fertilità, e lo studio cita il caso della Turchia, paese di cultura islamica (sebbene istituzionalmente laico), dove lo sviluppo economico ha aumentato il livello di adesione della popolazione ai valori “occidentali”, non senza contraddizioni anche rilevanti.

Anche nelle democrazie consolidate, il cambiamento negli atteggiamenti culturali – e in ultima istanza negli atteggiamenti verso la democrazia – sembra essere strettamente legato alla modernizzazione.
(Nostra traduzione e adattamento)

Robert Kagan, “Paradiso e potere – America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”

in Riletture/Stati-Uniti

Spesso si dice che gli Stati Uniti sono imprigionati in una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell’homo homini lupus, un mondo anarchico in cui leggi e regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dei valori liberali dipendono ancora dall’uso della forza, mentre l’Europa, anche grazie alla costruzione unitaria, è entrata in un paradiso post-storico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono le divergenze profonde di oggi tra le due sponde dell’Atlantico, che stanno facendo venir meno, o perlomeno ridefinire, il concetto tradizionale di “Occidente”. Ma è davvero così? Gli Americani sono un popolo di bruti e aggressori, sempre pronti a prendere il fucile ed applicare la pena di morte, in patria e fuori, mentre gli europei rappresentano il trionfo della logica, del negoziato, dei legami commerciali ed economici per cementare le nazioni? A questa domanda tenta di rispondere Robert Kagan, col suo saggio “Paradiso e Potere”. I risultati a cui giunge sono ampiamente condivisibili. Leggi tutto

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