Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Unione Europea - page 2

Lo svantaggio competitivo del Tafazzi italiano

Mercoledì scorso, la plenaria del Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che chiede alla Vigilanza unica della Banca centrale europea l’inserimento negli stress test dei cosiddetti attivi di Livello 3 delle banche, cioè quelli che vengono prezzati secondo modelli interni e non a mezzo di prezzi di mercato, in quanto la complessità di questi investimenti li rende pesantemente illiquidi e soggetti ad arbitrio valutativo. Non sappiamo se e come il Single Supervisory Mechanism darà seguito alla richiesta del Parlamento europeo, ma il momento è propizio per qualche considerazione in merito.

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Cartoline dall’inverno italiano

Gaudeamus igitur: tutte le economie dell’Unione europea cresceranno nel 2016, 2017 e 2018, almeno secondo le previsioni contenute nel Winter Forecast della Commissione, pubblicato ieri. Non accadeva da quasi un decennio, mentre l’espansione in Eurozona prosegue da 15 trimestri. L’inflazione è vista in prossimità della soglia del 2%, almeno a livello di paniere complessivo, mentre quella di fondo, cioè al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia, è prevista in crescita solo graduale. Gli investimenti sono in crescita moderata ma l’occupazione aumenta e la disoccupazione flette, così come deficit e debito pubblico, anche a livello di saldi strutturali, cioè corretti per il ciclo economico. Questa è la media, però. Entro questo numero ci sono paesi che fanno peggio. Uno, in particolare.

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Brexit, l’economia britannica è molto meno solida di quello che appare

Dietro la tenuta c’è la combinazione di debito crescente delle famiglie e tassi d’interesse bassi. Quanto durerà?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La Bank of England ha alzato le previsioni di crescita per il Regno Unito per la seconda volta dopo il referendum sulla Brexit dello scorso giugno, portandole per quest’anno da 1,4% a 2%, tornando in prossimità delle stime precedenti la storica consultazione popolare, che a maggio dello scorso anno prevedevano per quest’anno una crescita di 2,3%, poi drammaticamente ridotta dalla banca centrale britannica a 0,8% nelle settimane successive all’esito referendario. Colpisce quindi la resilienza dell’economia di un paese che sta per fare uno dei maggiori salti nel buio della sua storia. Ma dietro questa ripresa non ci sono solo luci.

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Il cane si è mangiato la mia dignità

A molti appare del tutto surreale, soprattutto in questa temperie, che la Commissione Ue chieda all’Italia una correzione dei conti pubblici dello 0,2%. Ad altri appare per quello che è: irrilevante. Perché per una volta possiamo ben dire che i problemi stanno altrove.

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Io uscirei, non uscirei, ma se vuoi

Per chi ha un minimo di memoria, nel 2011 e dintorni nel nostro paese fiorì una lussureggiante letteratura fantafinanziaria e fantaeconomica, oltre che classificabile alla nota voce “ingegneria finanziaria per disperati” (qui e qui due preclari esempi), in cui si spiegava in che modo il nostro paese avrebbe potuto ridurre l’onere del proprio debito pubblico senza passare per l’unico canale razionale, la crescita. In questi giorni pare di essere tornati a quell’epoca, con geniali proposte per “uscire dall’euro guadagnandoci pure”, come avrebbe detto Wanna Marchi, e vecchi arnesi rispolverati alla bisogna.

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I falsi invalidi d’Europa

La richiesta di una correzione dei conti pubblici italiani per lo 0,2% di Pil ha suscitato l’immancabile reazione pavloviana di politica e caravanserraglio dei commentatori professionisti. Singolari, per non dire altro, le reazioni del tipo “ma come, una correzione proprio ora che è arrivato Trump e cambia tutto?”, che non è chiaro che diavolo significhi. O l’altra, non meno bizzarra: “ma come, chiederci una correzione con tutti i terremoti che abbiamo? Che mancanza di sensibilità!”. Come non essere d’accordo, epidermicamente, con questa narrazione del piccolo paese frustato dalla natura matrigna e percosso dagli ottusi eurocrati di Bruxelles? Ottimo, visto, si stampi.

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I dolori della non più giovane Theresa

Oggi la premier britannica Theresa May incontrerà il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ieri a Philadelphia, in un discorso tenuto alla delegazione Repubblicana al Congresso, May ha menato disperati colpi al cerchio ed alla botte. Come conciliare la nuova proiezione liberoscambista del Regno Unito che si accinge alla Brexit con una presidenza Usa che (almeno a parole) misura amici e nemici sulla base del saldo commerciale bilaterale, l’indicatore più inutile che esista in economia? Come restare “alfieri del mondo libero” in un contesto di nazionalismi montanti, primi fra tutti i propri? Ah, saperlo. Ed in effetti, May non lo sa.

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Spara più forte, non ti sento

Viviamo in un’era particolare: quella in cui i cittadini sono spaventati ed incazzati neri. In questa era, la politica non pare richiesta di fornire soluzioni, visto che è essa stessa parte del problema, bensì suggestioni. Vi sono paesi, come il nostro, in cui tali suggestioni sconfinano nel delirio conclamato.

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Theresa’s Wish List

Esteri/Unione Europea

Dopo lo “storico” discorso col quale la premier britannica Theresa May ha indicato i dodici punti che guideranno il percorso della Brexit, molti osservatori ed analisti si sono precipitati a sentenziare che “ora la situazione è più chiara”. In realtà non è chiaro perché dovrebbe esserlo, visto che gli obiettivi negoziali della May continuano ad essere un bel libro dei sogni.

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La realtà si è mangiata i miei compiti

Le previsioni economiche non sono una scienza esatta. I modelli econometrici spesso producono risultati simili o con bassa dispersione perché costruiti in modo simile. Ciò premesso, quello che servirebbe guardare è magnitudine e direzione della previsione. E se, in questa sede, quello che si ottiene è che un paese cresce meno degli altri, significa che è piuttosto probabile che quel paese abbia un problema. Di solito, questo è quanto accade all’Italia, e questo giro di previsioni conferma l’antica regola. A cui si aggiunge una probabile richiesta da parte della Commissione Ue di una mini correzione, più di facciata che sostanziale. Sarebbe quindi opportuno cercare di capire perché, dopo tre anni di vigoroso riformismo renziano, restiamo in questa condizione. Voi che dite?

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