Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Category archive

Unione Europea - page 89

Grandeur

Esteri/Unione Europea

Permetteteci di citare Christian Rocca, sul tema del “coordinamento” francese degli aiuti umanitari dell’Unione Europea alle popolazioni del sud-est asiatico:

(la Francia) fa circolare la notizia che Parigi guiderà l’intervento umanitario europeo in Asia meridionale, ma era un giochetto delle tre carte del solito Dominique de Villepin.

Nel frattempo, l’Unione europea compie una brillante giravolta linguistico-diplomatica per evitare ai francesi una figuraccia di pari grandeur:

(ANSA) – BRUXELLES, 3 GEN – La Francia non e’ stata incaricata dall’Ue di coordinare l’insieme degli aiuti europei nelle zone colpite dallo tsunami, ma e’ vero che a Parigi ”e’ stato chiesto dal Consiglio di guidare le attivita’ di valutazione in Sri Lanka nell’ambito della protezione civile”. Lo ha spiegato un portavoce della Commissione Ue Gregor Kreuzhuber durante un briefing a Bruxelles, in risposta alle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni di ieri del ministro degli Interni francese Dominique de Villepin, sottolineando che ”non e’ vero che ci sia confusione ed e’ anche naturale che i singoli paesi e le varie istituzioni agiscano in vari settori”.

Inoltre, apprendiamo per bocca dello stesso Kreuzhuber che, ad oggi, i venticinque paesi dell’Unione hanno messo a disposizione un totale di contribuzioni pubbliche dell’ordine di 240 milioni di euro il che, per l’area geopolitica col maggior prodotto interno lordo del pianeta, non e’ poi così impressionante, ma non importa, sono gli americani ad essere “stingy”… e da ultimo, una notizia “seria”: il viceministro italiano al commercio estero, Adolfo Urso, candida Emma Bonino al ruolo di coordinatore degli aiuti comunitari. Proposta troppo intelligente, non la sosterrà nessuno, in Italia e soprattutto a Bruxelles…

Cavalli di Troia

Discussioni/Esteri/Unione Europea

Leggiamo dall’Ansa un paio di notizie molto interessanti:

Il governo turco che, attraverso la Direzione generale affari religiosi (Diyanet), fissa i temi delle prediche del venerdì, ha ordinato quest’anno agli imam delle moschee di invitare i fedeli, nelle prediche di venerdì 31 dicembre, a non festeggiare l’anno nuovo, ma ad attenersi ai ”valori musulmani e nazionali”.

”Non possiamo assumere come nostri valori religiosi e nazionali le celebrazioni di fine anno e gli usuali comportamenti come l’eccessivo alcool, giochi d’azzardo e le spese eccessive”, e’ scritto nelle istruzioni governative agli imam predicatori, che in Turchia sono funzionari statali selezionati ed assunti dallo stesso Diyanet che controlla che non facciano propaganda politica e fondamentalista.

”Questi comportamenti possono causare il decadimento dei nostri valori nazionali ed allontanarci dalla nostra identità nazionale. Non imitiamo questi usi che non sono compatibili con i nostri valori e che ne’ Dio, ne’ il Profeta approverebbero”, continuano le istruzioni pubblicate sul sito web del Diyanet.

La Turchia, paese ufficialmente musulmano al 99,8% (in realtà in questa cifra vengono indebitamente inclusi gli aleviti che non si considerano musulmani), e’ dal 1926, per volontà del suo fondatore Kemal Ataturk, uno dei pochi paesi musulmani che adotta pienamente il calendario occidentale e che considera la domenica il giorno festivo della settimana.

La festa di fine anno si è da allora sempre più popolarizzata ed e’ segnata anche dall’albero illuminato che però in Turchia non ha valenze cristiane.

Da questa notizia apprendiamo quindi che: 1) in Turchia vi sono dei religiosi che svolgono mansioni di funzionari statali, a tutela della “purezza” religiosa degli atti della vita quotidiana; 2) tuttavia, a causa della secolarizzazione e occidentalizzazione forzosa imposta nel secolo scorso da Ataturk, e che ha mutuato anche alcune pratiche di matrice cristiana (in primo luogo, il calendario), questi funzionari utilizzano il ricorso ad espressioni quali “identità nazionale”, che in Occidente sono di solito a prevalente contenuto laico e secolare.

E’ più che mai lecito chiedersi come è possibile pensare di ammettere nell’Unione Europea un paese di 80 milioni di persone che presenta una tale diversità culturale dai valori da cui l’Unione è nata, un paese caratterizzato da una drammatica schizofrenia, dove coesistono tratti di modernità occidentale ad altri di commistione tra dio e cesare, pur non trattandosi di una teocrazia in senso stretto. Lo diciamo sommessamente, ad evitare che qualcuno dei soliti benpensanti di progresso, quelli che sostituirebbero il presepe con Cappuccetto Rosso (e perché non con “Pierino e il lupo”?) ci tacci di leghismo oscurantista. Un paese che ha appena eliminato (sospettiamo solo formalmente) dal proprio codice penale il reato d’adulterio. Probabilmente il problema dei rapporti con la Turchia si risolverebbe accentuando l’area di libero scambio con l’Unione Europea, ma senza arrivare all’integrazione politica, che promette di essere un’autentica iattura.

L’altra notizia viene dal Canada:

Il consiglio musulmano di Montreal, in Canada, ha presentato un’istanza al ministero della Giustizia canadese per ottenere un tribunale civile speciale che emetta decisioni in base alla Sharia, la legge islamica, in particolare per le dispute familiari.
Alcuni imam svolgono già funzioni di arbitraggio nelle cause civili, ma la comunità musulmana del Quebec vorrebbe rendere tali procedimenti legali. ”Vogliamo semplicemente regolarizzare una pratica già diffusa sul territorio”, ha spiegato al quotidiano ‘Le Devoir’, Salam Elmenyawi, presidente del Consiglio Musulmano di Montreal.

In questo caso, la comunità islamica di Montreal vuole utilizzare l’ordinamento liberale occidentale del Canada proprio come un taxi (o un cavallo di Troia) per accentuare il proprio carattere di autosegregazione culturale dal paese ospite: un dato, questo, comune alla prassi di gran parte delle comunità islamiche dell’Occidente, e sul quale non sono ancora state compiute riflessioni adeguate da parte di quasi tutte le elites politiche al potere nei nostri paesi…

Polifonia

Italia/Unione Europea

Romano Prodi afferma che tutta la Gad (o Fed, o come diavolo si chiama ora) è unita nel sostenere la ratifica del Trattato costituzionale europeo sull’allargamento. Contrordine pressoché immediato di Fausto Bertinotti, che dichiara:

”Il presidente Romano Prodi si e’ sbagliato, come lui stesso può testimoniare. Forse facendosi prendere dal proprio entusiasmo di protagonista, come presidente della Commissione europea, ha esteso alla Grande alleanza democratica la sua scelta politica riguardo il Trattato costituzionale europeo e la sua ratifica”. Lo afferma il leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti. ”Viceversa – aggiunge Bertinotti – Rifondazione comunista è impegnata insieme a tutti i partiti della Sinistra europea ad opporsi ad un Trattato costituzionale che da’ forza giuridica al primato del mercato in Europa e che risulta lontano dalle aspirazioni dei popoli di pace e di un’altra Europa”.

Ancora una volta, il cartello di centrosinistra, unito programmaticamente dall’avversione a Berlusconi (e a Bush), trova modo di dividersi appena si esce dal campo della negatività e si entra in quello della positività, cioè della costruzione di posizioni politiche che non siano il semplice rigetto di quelle altrui.

Ma c’è dell’altro. Esiste, in questo momento, un diffuso malessere riguardo la costruzione europea. Questo malessere viene da destra (scusate la banalizzazione), ad esempio con i timori sulla perdita dell’identità nazionale, travolta dalla “diluizione” della tecnocrazia comunitaria; o dalla frustrazione contro un patto di stabilità e crescita che “privilegia” la prima e annichilisce la seconda. Ma il malessere viene anche da sinistra, dalle posizioni di Bertinotti e di parte della sinistra, più o meno antagonista, contro l’Europa (vera o presunta) delle banche e del grande capitale. Sono tutte posizioni rispettabili, perché ciò che è rispettabile e da difendere è la dinamica democratica del dibattito e la cultura del dubbio. Eppure…eppure, soprattutto in Italia, e dalle posizioni del centrosinistra, esiste un vero e proprio monolite culturale, quello in base al quale ogni critica nei confronti della costruzione europea è un’eresia, da mettere all’indice ed esecrare come sovversiva. Berlusconi vorrebbe rivedere il patto di stabilità per renderlo più flessibile e meno avverso alla crescita economica? Giammai, “il patto non si tocca”, slogan che ricorda quelli di anni più o meno vicini a noi: “Giù le mani dalla scala mobile”, “Giù le mani dalla legge 194”, “La Costituzione non si tocca”, questo non si fa, quello non si tocca. La lunga marcia verso la cultura del dubbio, del dibattito e in definitiva della democrazia è sempre particolarmente accidentata…

Il test

Esteri/Unione Europea

Il governo sudanese, dopo aver rifiutato il termine di trenta giorni fissato il 30 luglio dall’Onu per disarmare le milizie arabe da esso create allo scopo di realizzare la pulizia etnica nella regione del Darfur, e dopo aver rifiutato la proposta dell’Unione Africana di inviare nella regione un contingente di peace-keeping di almeno 2000 soldati, incassa il sostegno della Lega Araba. Questa organizzazione, composta da 22 paesi, nessuno dei quali possiede un governo democraticamente eletto, sostiene che un mese di tempo per disarmare le milizie è troppo poco, e accusa l’Onu di “ingerenza” negli affari interni sudanesi. Nel frattempo, l’inviato dell’Onu nella regione si dichiara pessimista, e denuncia la prosecuzione degli attacchi con elicotteri militari ad opera dell’esercito regolare e delle milizie arabe janjaweed. Nel frattempo, la grassa e bottegaia Europa, guidata dall’intramontabile spirito etico francese, quello che ha assistito ad oltre un milione di morti in Ruanda dieci anni fa, prima del risolutivo intervento americano, quello che in Liberia si è fatto travolgere dal conflitto tra sostenitori e oppositori del presidente Taylor, prima del risolutivo intervento americano, discetta dottamente se in Darfur sia in corso un genocidio o meno, essendo peraltro propensa a negare la prima ipotesi. In Italia, il cuore della sinistra sanguina sempre copiosamente contro il cattivo uomo bianco, parlando di “indifferenza dell’Occidente” di fronte alla tragedia del Darfur, ma tacendo rigorosamente sulle vere cause della pulizia etnica, nel timore di portare acqua al mulino dell’odiata tesi della “guerra di civiltà”, che mal si concilia con il grande affresco dello sfruttamento neocoloniale americano, che verrà denunciato più avanti, quando i nostri combattenti della pace, avvolti nelle loro bandiere iridate, avranno avuto modo di leggere qualcosa di più su quella regione. Questa vicenda rappresenta un eccellente banco di prova per la mitologica Onu, e la sua capacità di risolvere devastanti crisi umanitarie. Non rappresenterà invece nulla per la nostra sinistra, se non l’ennesima occasione perduta per ripulire la propria malafede ideologica.

Unione europea, vera democrazia?

Discussioni/Unione Europea

Il politologo John Fonte è uno dei principali esponenti del pensiero neoconservatore statunitense. A Washington dirige il Center For American Common Culture dell’Hudson Institute, occupandosi tra l’altro di immigrazione e assimilazione, relazioni internazionali, sovranità e democrazia costituzionale. In questo contesto, è interessante analizzare la critica che egli muove alla costruzione unitaria europea.

Secondo Fonte, è in atto uno scontro tra due Occidenti. Da una parte, l’Occidente che continua a credere nello stato nazionale e nei principi di democrazia liberale, che raccoglie i cittadini americani e gli europei che si battono contro lo strapotere della burocrazia di Bruxelles. Dall’altra parte, il modello della “democrazia transnazionale”, fondato su principi di “global governance” e sul ruolo di organismi sovranazionali come quelli comunitari, o su altri come la Corte di Giustizia internazionale. I “progressisti transnazionali” sono portatori di una sorta di pensiero post-democratico. Lo scontro tra queste due visioni è uno dei conflitti più importanti a cui assisteremo nel ventunesimo secolo.

In particolare, secondo Fonte, nel sistema autenticamente liberal-democratico esiste un sistema di leggi votate da rappresentanti liberamente eletti, che devono rispondere direttamente agli elettori. Al contrario, le organizzazioni sovrannazionali e transnazionali non hanno questo vincolo, e sono espressione di una presunta “cittadinanza globale” alternativa a quello che egli chiama il concetto di patriottismo, e non devono rispondere a rappresentanti eletti. Sulla base di questo assioma discende il rifiuto della Corte di Giustizia Internazionale: in alcuni paesi i giudici devono rispondere ai parlamenti e comunque operare sulla base delle leggi da essi decise, mentre tale organismo sarebbe autoreferenziale, traendo da sé la propria legittimazione, a parte la statuizione di pochi e generali principi di funzionamento.

Secondo Fonte, la democrazia liberale rischia di essere sconfitta dai regimi ibridi transnazionali, che sono creati sulla base di una sorta di gigantesco neo-consociativismo basato non sul patriottismo, ma sull’appartenenza a gruppi sociali di riferimento: neri, donne, poveri. In particolare, il padre spirituale di questa concezione della democrazia sarebbe Antonio Gramsci, che storicamente sottolineava l’importanza dell’essere coscienti di far parte di un gruppo. In Francia, ad esempio, esistono delle quote riservate alle donne per l’elezione dei consigli provinciali. Come si nota, tutto il pensiero di Fonte è radicalmente avverso alla politica della affirmative action, che tutela le minoranze e promuove la loro integrazione nel corpo sociale. Prevale quindi l’ideale, a dire il vero un po’ consunto e vieppiù disconfermato, del mito americano del melting power intorno ai valori di una patria unificante e di una land of opportunity, dove l’individualismo rappresenta l’unico motore della società. Occorre quindi dire con forza che ogni individuo conta per quello che fa e non per la sua origine o peggio per l’appartenenza a qualche minoranza etnica, sessuale, o religiosa che si crede oppressa. Secondo Fonte, di fronte all’immagine di un uomo di colore in Gran Bretagna, i laburisti lo chiamerebbero “black“, i conservatori “british“. Secondo l’ideologia neogramsciana, invece, un uomo che fa parte dei “black people” continua a riprodurre gli stereotipi afro-americani, mettendo in pericolo le basi stesse della democrazia liberale.

In sintesi, la nuova Europa nascerebbe come una enorme costruzione neo-consociativa, senza idealità forti, e avrebbe quindi in sé i germi dell’autodistruzione e, peggio, l’assenza di una vera impronta democratica. Peraltro, tutti siamo consapevoli (soprattutto noi italiani…) che i patti consociativi funzionano solo quando la “torta” ha dimensioni tali da poter essere redistribuita sotto forma di “fette”, e non di briciole, altrimenti il sistema è condannato all’involuzione e alla stagnazione. Si tratta, come si intuisce, di temi forti, non sempre condivisibili. Si pensi all’assenza di una politica scelta di pari opportunità, che tutti sentiamo idealmente dovrebbe esistere, ma che tutti o quasi sentiamo già condannata in partenza, schiacciata dalla burocratizzazione e dal prevalere di comportamenti opportunistici e parassitari che favoriscono la prevalenza dei mediocri irreggimentati sui “cani sciolti” di valore…

1 87 88 89
Go to Top