Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Italia - page 362

Un paese allo stremo

Italia

Presentate, da Berlusconi e dal ministro dell’Economia Siniscalco, le linee guida della prossima legge finanziaria. Aldilà dell’usuale miracolismo berlusconiano, che presenta una manovra da 24 miliardi di euro come qualcosa che non sarà fatto né di tagli né di tasse (??), sono riprese le lancinanti grida di dolore della sinistra, che dipinge da tempo dell’Italia un cupo affresco dickensiano, fatto di un’umanità lacera e stracciona, che non riesce più a far quadrare il bilancio, colpita da un depauperamento epocale, con enti locali ridotti alla fame da un governo protervo che ha tagliato brutalmente i trasferimenti centrali, che costringerà presto i comuni a tagliare il riscaldamento degli asili e a ridurre l’illuminazione pubblica. Ma è davvero così? Per convincersi che qualcosa stride, provate a leggere il bellissimo Bestiario di Giampaolo Pansa sul tema, pubblicato sull’Espresso il mese scorso, una lettura da gustare a piccoli sorsi…è quello che definiremmo “il tema dell’asimmetria” che ritorna: ad esempio, se sei giornalista raccomandato di destra, vuol dire che sei un leccaculo incompetente, scappato da qualche postribolo di pierre, e stai attivamente contribuendo alla decadenza morale e materiale di un paese che è sempre stato invece caratterizzato, a tutti i livelli, da una fantastica e capillare meritocrazia. Se sei un raccomandato di sinistra, invece, non ci sono problemi; se lavori a Mediaset e sei figlio di qualche politico polista, sei la prova vivente del fatto che Berlusconi è l’emissario del Maligno sulla terra ; se sei figlio di qualche mammasantissima “di progresso”, e tuttavia continui a lavorare a Mediaset, beh, vorrà dire che si tratta di pura coincidenza, oppure che le tue doti sono così geneticamente superiori, da rappresentare l’eccezione alla solita, immonda regola. Leggete anche questo splendido commento apparso sul sito de “Il Barbiere della Sera”, vera pietra miliare del costume di un paese e di un popolo. Come per i morti. Esistono morti di destra e morti di sinistra. La morte di Enzo Baldoni viene irrisa dalla parte più becera della destra, e la sinistra, sopraffatta dall’indignazione, torna a rievocare i liquami ideologici prodotti in quantità industriale dopo la morte di Fabrizio Quattrocchi, con una coazione a ripetere che porta a ribadire il concetto spregevole che Quattrocchi e gli altri tre “erano mercenari”. In Italia non abbiamo ancora avuto una guerra civile, malgrado i toni, la polarizzazione ideologica e la furiosa, reciproca delegittimazione, perché siamo essenzialmente pigri, oppure perché stiamo semplicemente vivendo il secondo tempo del dopoguerra, in un 1948 permanente…

A volte ritornano

Italia

Alla Festa nazionale de L’Unità di Genova, dibattito con Michele Santoro, Gad Lerner e Sandra Bonsanti (ex Repubblica). Il neo-deputato europeo Santoro si esibisce subito in un piccolo assaggio della sua demagogia tribunizia, affermando che lui non ce l’ha con gli Stati Uniti (tesi ormai frusta, invero), ma con Bush, che ha precipitato il mondo in una guerra sbagliata. Secondo Santoro, dopo l’11 settembre 2001, “la comunità internazionale avrebbe dovuto manifestare la propria vicinanza agli Stati Uniti cercando ovunque Osama Bin Laden, in ogni angolo della terra, anziché imbarcarsi nella guerra in Afghanistan prima e in Iraq poi”. Ecco un esempio da manuale di malafede. La guerra in Afghanistan è servita esattamente per stanare i vertici di Al Qaeda, è stata ratificata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha determinato la formazione di una vastissima coalizione internazionale, ma tutto ciò, evidentemente, non basta a Santoro e ai demagoghi della sua parrocchia. Va bene la guerra al terrorismo, ma non esageriamo, che diavolo… Prima di imbarcarsi in un conflitto occorre la benedizione dell’Onu. Ma se per caso l’Onu dovesse autorizzare interventi armati, occorre dissociarsi dall’intervento sulla base della motivazione che il terrorismo non si combatte con i bombardamenti (certo che no). La malafede della sinistra prosegue, tetragona, e sfortunatamente si accompagna anche a robuste amnesie, visto che Piero Fassino, dallo stesso palcoscenico genovese, ha affermato, in una curiosa excusatio non petita, che Prodi “non rappresenta il candidato già sconfitto che viene ripresentato. No, Prodi ha già battuto Berlusconi”. Parole sante. Lo ha battuto nel 1996, prima di essere a sua volta battuto e abbattuto dal parolaio rosso Bertinotti, membro dell’allora coalizione di maggioranza dell’Ulivo, nell’autunno 1998, con la solerte partecipazione di Massimo D’Alema, in seguito lesto a spedire Prodi a Bruxelles ed attualmente intento a discettare di elezioni primarie dell’Ulivo, noto meccanismo per logorare dalle fondamenta un candidato troppo candidato al ruolo di premier.

Coerenza

Economia & Mercato/Italia

Sull’Unità Online un mirabile esempio di cerchiobottismo ideologico. Dapprima un articolo sull’immigrazione clandestina e le questioni poste dalla sua gestione. L’incipit è già di alto profilo: “Intanto in Italia e in Spagna il dibattito si accende su come liberalizzare l’ingresso dei lavoratori immigrati nell’Europa in recessione.” Per nulla impressionato dalla lieve incoerenza dell’enunciato, l’articolista prosegue: “C’è il ministro Castelli che con la Lega continua a invocare la linea dura: i cannoni a presidiare le coste. C’è però il nuovo presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che chiede a nome degli industriali di aprire maggiormente le maglie degli ingressi per consentire l’arrivo di manodopera e riavviare la produzione di beni e servizi, magari contenendo i costi, dall’agricoltura al tessile, dal cuoio al legno”. Addirittura, viene citata ad esempio l’odiata America:

“Forse c’è bisogno di passare dalla delocalizzazione delle fabbriche e dei capitali che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni di economia globalizzata, ad un nuovo impulso produttivo più europeo se non nazionale, per vincere la recessione e la concorrenza con l’America, e rifinanziare il Welfare del Vecchio Continente”.

Quindi l’articolo si legge così: la Lega, degna erede dei teorici dell’arianesimo e della pulizia etnica, vuole cannoneggiare le imbarcazioni dei “migranti”, definiti così, con un termine di ampia suggestione biblica, secondo il canone del politicamente e vaticanamente corretto,mentre il nuovo idolo della sinistra, LCdM, l’esponente charmant dei poteri forti, vuole nuovi ingressi “per riavviare la produzione” (sic), “magari contenendo i costi” (ri-sic). Dunque, secondo i Colombo-boys, la produzione di beni e servizi è in correlazione diretta con la quantità di manodopera utilizzata, concetto old fashion di stretta osservanza marxista, peraltro non più valido neppure in India o Cina. Quindi occorre cambiare la globalizzazione, non più delocalizzare e creare le condizioni di sviluppo nei paesi del terzo mondo, ma portarsi direttamente a casa il terzo mondo, in un bizzarro movimento tolemaico. Ma dove l’ipocrisia raggiunge l’apice è nella frase successiva, sussurrata a mezza voce. L’aumento dell’offerta di lavoro provocata dall’inserimento di manodopera extracomunitaria visto come auspicabile calmiere del costo del lavoro. Ma perché ciò dovrebbe avvenire? Forse perché gli extracomunitari si “accontentano” di vivere in tuguri fatiscenti, e le loro spese per la produzione del reddito sono infime? Non è questa una nuova forma di razzismo? E come reagirebbero gli italiani, di fronte ad un “dumping sociale” di tale portata? Ma questi sono dettagli. In un altro articolo, l’Unità si sofferma sulla nuova tendenza europea (tedesca, in particolare) all’allungamento dell’orario di lavoro a retribuzione invariata, visto come tentativo di conservare i livelli occupazionali a fronte della pressione alla delocalizzazione, soprattutto all’est, dove il costo del lavoro è una frazione di quello dell’Europa dell’ovest. L’Unità freme di sdegno, parla di “restaurazione” sul lavoro, di diritti negati, dimenticando che l’indiscriminata immissione di forza lavoro dall’esterno produrrebbe più o meno lo stesso effetto, con l’aggravante di una verosimile esplosione del sommerso, con buona pace dei diritti tanto strombazzati. La coerenza non è di casa, a sinistra, in questo momento. Speriamo in una pronta guarigione da questa malattia infantile dell’antiberlusconismo ossessivo, che dovrebbe trovare spazio nel ricchissimo manuale sulle psicopatologie ideologiche.

Giù le mani dal compagno Pippo

Italia

La Rai mette alla porta “Sua Pippità” Baudo, ufficialmente per violazione degli accordi contrattuali, non avendo chiesto l’autorizzazione alla convocazione di una conferenza stampa, in realtà per attriti col direttore generale Cattaneo. Baudo reagisce “tradizionalmente”, invocando il delitto di lesa maestà, ma declinandolo su qualcosa di più trendy: il mobbing. Baudo, infatti, nelle dichiarazioni rese alla stampa, parla di “pulizia etnica” in Rai ai suoi danni, e soprattutto cita la frasetta magica che i legali utilizzano quando vogliono accusare i datori di lavoro di mobbing: “violenze morali”. Ora, è molto difficile immaginare che un “artista” miliardario che ha sempre fatto in Rai (e non solo) il bello e il cattivo tempo, possa essere assimilato ad un povero impiegato chiuso nello sgabuzzino delle scope con un telefono scollegato ed un computer finto. E parimenti è difficile immaginare Baudo come un “pasionario” della libertà d’espressione, che cantando “bella ciao” ingaggia una lotta disperata ed eroica contro il moloch Berlusconi. Eppure, Repubblica e l’Unità riescono, per l’ennesima volta, a smarrire il senso del ridicolo. L’Unità definisce Baudo “un patrimonio dell’azienda”, un autore che fa ascolto “trasformando ancora una volta una notizia di cronaca in momento emotivo denso di ascolti”. Insomma, non il democristianone che tutti conosciamo, l’uomo di De Mita prima, di D’Antoni (??) poi, l’ultimo vero potere forte di viale Mazzini, ma l’ennesima vittima di un regime che reclama quotidianamente il proprio tributo di intellettuali progressisti. In realtà, Baudo appare il simbolo di quella televisione lobotomizzata, nazional-popolare e deficiente che l’Unità ed i propri referenti politici hanno sempre avversato. Ritrovarselo sulle colonne del giornale che fu di Antonio Gramsci ed ora è di Furio Colombo (sign of the times…), mette tristezza.

Assai meno tristezza mette leggere ed ascoltare la velenosa polemica tra Lucia Annunziata (ex presidente Rai) e Marcello Veneziani (tuttora membro del cda), con querele di rito. Veneziani accusa Annunziata di avere sottoscritto un contratto con il quale, in caso di sue dimissioni dalla presidenza Rai per contrasti politici con il direttore generale (cosa poi avvenuta), venivano previste robuste e soprattutto segrete prebende a titolo di liquidazione “occulta”. Viene da chiedersi chi abbia firmato quel contratto, ma se fosse vero avremmo l’ennesima riprova che in Italia tutti “teniamo famiglia” e che insomma, va bene lottare per la libertà ed essere progressisti a tutto tondo, ma non esageriamo…

Il ventre molle

Italia

Episodio 1: una nave “umanitaria” tedesca raccoglie, non è chiaro se in acque internazionali, maltesi o italiane, un gruppo di 37 naufraghi, che affermano di provenire dal Sudan, devastato da una guerra etnico-religioso-tribale. Dopo alcune settimane di blocco, la nave viene autorizzata ad attraccare ad un porto italiano, la Germania sostiene che eventuali domande di asilo politico sono affare dell’Italia e non suo, l’Italia risponde con l’arresto dell’equipaggio della nave, sospettato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ed il sequestro della nave medesima. Pare che i “sudanesi” siano nigeriani e ghanesi, si attendono sviluppi.

Episodio 2: il ministro dell’Istruzione, Moratti, boccia come contrario ai principi costituzionali l’iniziativa del liceo “Agnesi” di Milano, di creare, dal prossimo anno scolastico, una classe composta esclusivamente da ragazzi musulmani, con docenti (maschi) musulmani e “senza crocefisso” alle pareti, per non “urtare la sensibilità religiosa” dei giovani. Consueto strepito della sinistra (fortunatamente non di tutta) dopo lo stop alla delirante iniziativa.

Episodio 3: la Corte Costituzionale dichiara parzialmente illegittima la legge Bossi-Fini sull’immigrazione laddove prevede che il clandestino possa essere espulso dal nostro Paese senza stabilire che il giudizio di convalida del provvedimento del questore debba svolgersi in contraddittorio prima dell’accompagnamento alla frontiera, con le garanzie della difesa. La legge è incostituzionale anche nella parte in cui prevede l’arresto obbligatorio in flagranza di reato per lo straniero che, senza giustificato motivo, non abbia rispettato l’ordine del questore di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni. Certamente, la legge Bossi-Fini è talmente ricca di strafalcioni giuridici e distorsioni ideologiche da ritenere un esito di questo tipo largamente scontato, evidentemente i legislatori della Casa della Libertà sono giuridicamente poco alfabetizzati, ma il filo che lega queste vicende è sempre quello: un paese che confonde accoglienza con illegalità di massa, che usa il tema dell’immigrazione come ennesimo randello nodoso per la lotta politica interna tra schieramenti, dotato di una “incultura” superiore, che confonde le esigenze minimali di integrazione di soggetti profondamente diversi sul piano culturale (e forse non integrabili) con l’agevolazione e addirittura l’incentivazione di comunità autosegregate e potenzialmente estranee al tessuto sociale del paese, ma di cui ambiscono a sfruttare à la carte le istituzioni socio-assistenziali. Sono le aberrazioni convergenti delle due grandi “chiese” da un lato (quella cattolica, con la sua illusoria e talvolta irritante brama di proselitismo e conversioni; quella ex-comunista o di sinistra, con il suo progetto globale di trasformazione profonda della società, talvolta così simile alle idee leniniste e staliniste), e dall’altro l’approccio da “law and order” che si sposa bene con quello della “piccola patria” localistica e “federalista”, così terrorizzata da tutto ciò che è estraneo. In Germania e Regno Unito sono previsti corsi di lingua e cultura del paese ospitante, visti come conditio sine qua non per l’accoglienza. In Italia, si arriva direttamente agli abituali insulti di razzismo e agli ancora più abituali precetti “morali” sull’esigenza di non usare violenza agli “altri”, anche calpestando Costituzione e senso comune.

Psicodrammi

Economia & Mercato/Italia

Dietro la spettacolare implosione del governo Berlusconi (perché di questo si tratta), si possono intravedere alcuni tratti caratteristici di questo paese. Prima di tutto, la tendenza genetica a trasformare in farsa situazioni e istituzioni che altrove funzionano egregiamente. Basti per tutti l’esempio del presunto sistema elettorale maggioritario, il “mattarellum”, che tutto è fuorché maggioritario,con la sua robusta correzione proporzionale nell’assegnazione dei seggi. Questo sistema elettorale favorisce la creazione di coalizioni eterogenee, basate sulla desistenza, a destra come a sinistra. I governi sono ostaggi del potere di veto e ricatto di singole componenti minoritarie della maggioranza, come si nota durante le estenuanti negoziazioni del più importante rito nazional-popolare dopo il festival di Sanremo, la legge finanziaria. Qui assalti alla diligenza, tutele di singoli collegi elettorali, mercimoni di ogni genere partoriscono ogni anno un documento svuotato di qualsivoglia significato di politica economica. Come giudicare una maggioranza ormai arrivata al capolinea, che sulla carta può contare su un vantaggio di oltre cento seggi alla Camera? Certo, Silvio Berlusconi è quello che è: terrorizzato dalla possibilità di non piacere, più incline alla logica parolaia che all’azione politica, passa più tempo a fare la ruota come i pavoni che a tenere ben salde le redini di una maggioranza di cui egli è stato il demiurgo. Ma sull’altro piatto della bilancia abbiamo istituzioni, riti e meccanismi operativi del processo politico che hanno una inerzia che nessuno finora è riuscito neppure a scalfire. Per questo non si può che sorridere quando, da sinistra, si sente dire che Berlusconi è il crudele tiranno che attenta alle nostre libertà fondamentali. Berlusconi controlla i mezzi di informazione, ma non controlla i contenuti dei medesimi. Controlla una vastissima maggioranza parlamentare, ma viene quotidianamente bloccato nei suoi goffi tentativi di modificare riti e miti di un paese fuori dal tempo e dal proprio tempo. Non sappiamo come finirà questa vicenda, abbiamo l’impressione che il governo resterà sotto la tenda a ossigeno fino alla data delle prossime elezioni politiche, siano esse anticipate al prossimo anno o tenute alla scadenza naturale della legislatura, nel 2006. Poi, in omaggio alla caricatura dell’alternanza, Berlusconi sarà sostituito dal guru dell’Appennino, il professor Romano Prodi, con le sue Tavole della Legge ed il suo moralismo da poteri forti, in attesa che il medesimo venga nuovamente abbattuto dalle manovre del Parolaio Rosso Bertinotti.

P.S. vorremmo rimarcare l’atteggiamento di buona parte della stampa rispetto al presunto ultimatum rappresentato dalla presentazione all’Ecofin della manovra correttiva italiana sui conti pubblici. La stampa più schierata con l’opposizione ha presentato la scadenza di lunedì 5 luglio come il giorno del Walhalla, sproloquiando di early warning come si trattasse di una verifica divina, con l’Italia che rischiava la cacciata dalla valle dell’Eden. Proviamo a fare ordine. Sarebbe interessante, in primis, che i giornali facessero un rapido sondaggio per verificare quanta parte dei propri lettori sanno esattamente cos’è l’early warning e cosa implica l’eventuale emissione del giudizio medesimo, magari ricordando che Germania e Francia sono nel quinto anno di sforamento della soglia del tre per cento del rapporto deficit/prodotto interno lordo senza che schiere di angeli sterminatori siano calate sui due sciagurati paesi reclamando i loro figli primogeniti. In secondo luogo, vorremmo che i giornali medesimi ricordassero che l’Ecofin è una istituzione politica, dove i giudizi sono il risultato di mediazioni e negoziati, e non vi è nulla di automatico. In terzo luogo, che la volontà politica europea sta decisamente evolvendo verso la diluizione del criterio di valutazione del rapporto deficit/pil, lasciando alla Commissione europea il compito, prevalentemente statistico, di segnalare gli sforamenti, senza lanciare nessuna fatwa o anatema. Solo Romano Prodi, dall’alto del suo permanente stato confusionale, ha prima definito “stupido” il patto di stabilità e poi fatto ricorso agli organi giurisdizionali europei contro il sostanziale annacquamento del criterio di bilancio, dimenticando (come già fatto per la vicenda irachena) che le leggi seguono l’iniziativa politica ma non possono precederla e vincolarla come un cilicio.

Concertando

Economia & Mercato/Italia

Luca Cordero di Montezemolo gode certamente di ottima stampa. I successi ottenuti da numero uno della Ferrari lo hanno reso molto popolare in Italia ed all’estero. Il suo legame con la famiglia Agnelli esiste da sempre, ed il suo arrivo alla guida della Fiat rappresenta un grande colpo di teatro ed un altrettanto eclatante evento mediatico, sperando ovviamente che egli riesca a togliere definitivamente Corso Marconi dalle secche. Il suo arrivo alla guida di Confindustria, se da un lato alimenta esercizi teorici sulla conferma del supporto elettorale degli imprenditori dopo l’arrivo alla guida dell’ingombrante Fiat, dall’altro ha scatenato l’entusiasmo di giornalisti e centro-sinistra, che vedono in lui, per motivi diversi, una sorta di nuova icona nazional-popolare. Certo, dopo il quadriennio parolaio e inetto di Antonio D’Amato, quello del neo-collateralismo governativo, dei proclami di guerra sociale e delle altrettanto precipitose “ritirate tattiche”, Montezemolo appare come una salutare boccata d’aria fresca. Ma che messaggio arriva dal super-presidente? Alcune considerazioni di buonsenso in primis, col rischio di scadere nel luogo comune, e di cercare di resuscitare il passato. Il richiamo alla concertazione, ad esempio, che ha suscitato le proteste leghiste. Cosa è stata la concertazione? Lanciata durante il governo Ciampi nel 1993, propedeutica al grande sforzo nazionale di risanamento e convergenza verso i parametri di Maastricht, dopo lo shock dell’uscita della lira dallo SME, nel 1992, e la mega-manovra fiscale del governo Amato (quella del prelievo straordinario su conti correnti ed immobili), la concertazione rappresentò un originale esperimento, la via tutta italiana al risanamento di conti pubblici dissestati, e alla disinflazione in un paese privo di fatto di economia di mercato e da sempre abituato ad assolvere i propri peccati capitali in economia attraverso robuste svalutazioni del cambio. In essenza, concertazione significava chiedere ai lavoratori una forte moderazione salariale, ottenendo in cambio alcune misure di controllo dei fattori inflazionistici, quali prezzi e tariffe amministrate. Ciò permise, come detto, di ridurre l’inflazione verso livelli “europei”, senza dover passare attraverso le forche caudine della ristrutturazione dell’economia e il rispetto dei dettami di una vera economia di mercato, prima vera fonte di disinflazione attraverso la competizione. A distanza di oltre dieci anni, il quadro macroeconomico è profondamente cambiato. Oggi l’ambito delle tariffe pubbliche è certamente più ristretto di allora, i margini di manovra sono ristretti, la moderazione salariale è imposta dal mercato nei settori esposti alla concorrenza internazionale, e nella pubblica amministrazione dall’avversione ideologica alla burocrazia di soggetti come la Lega, avversione peraltro in parte condivisibile, date le patologiche condizioni di partenza del sistema-Italia. Il combinato disposto di queste situazioni ha determinato la fortissima riduzione della quota di valore aggiunto acquisita dal lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. I lavoratori avrebbero titolo per rispondere “grazie, abbiamo già dato”, e non sarebbe uno scandalo. L’Italia resta un paese trasformatore di materie prime, a basso valore aggiunto, salvo nicchie d’eccellenza, a incipiente rischio d’estinzione. Ma allora, in cosa consisterebbe la concertazione invocata da Montezemolo? Abbiamo il sospetto che si tratti del tentativo di abbattere il differenziale d’inflazione italiano rispetto agli altri partner europei, ultimo treno per evitare l’inesorabile declino di un paese privato della leva delle svalutazioni competitive. Strategia legittima, nulla da dire, ma ci risulterebbe piuttosto bizzarro vedere il centrosinistra entusiasmarsi per l’ennesimo ridimensionamento dei redditi reali dei lavoratori. Ma forse basterebbe invocare il demonio Berlusconi per indorare anche questa pillola, sull’altare dei poteri forti.

Ostaggi…delle elezioni

Italia

La liberazione dei tre ostaggi italiani in Iraq, le cui modalità non sono ancora del tutto chiare, spinge i due poli a dare, ancora una volta, il peggio di sé. La bulimia mediatica di Berlusconi, che ad alcuni è parso abbia personalmente diretto, in mimetica, l’azione delle truppe americane, innesca immediatamente la reazione dietrologica dell’opposizione, nel più puro impulso pavloviano. Abbiamo visto i volti, non particolarmente sollevati, di Fassino e Rutelli, abbiamo visto quelli terrei di rabbia di Pecoraro Scanio e Diliberto, e soprattutto abbiamo letto e sentito le ricostruzioni da giornalismo “investigativo”, del tutto sui generis, con cui alcuni organi d’informazione, di stretto rito ulivista, hanno cercato con ogni mezzo di accreditare il solito teorema della manovra elettorale pro-Cavaliere, utilizzando come stampella la barba accigliata del profeta Strada. Mentre attendiamo fiduciosi la pubblicazione dell’immancabile libro-inchiesta di Marco Travaglio, vorremmo segnalare il tentativo in extremis, di alcuni soggetti politici iracheni che, nella serata di venerdi, hanno cercato di far passare in zona Cesarini l’interpretazione secondo cui la liberazione sarebbe stata determinata dalle pressioni del presidente della Commissione europea sugli ulema. Prodi raccoglie l’assist e cinguetta: “Ho solo fatto il mio dovere di presidente della commissione europea e di italiano“. L’avanspettacolo prosegue.

Lettera aperta a Giampaolo Pansa

Discussioni/Italia

Caro Pansa,

apprezzo molto il suo tentativo di rompere il monolite del conformismo di sinistra, vero ostacolo sul cammino verso un paese normale. Sono da sempre convinto che Berlusconi sia il prodotto di “questa” sinistra, e che al suo monopolio nella proprietà dei mezzi di informazione televisiva si contrapponga un quasi-monopolio della subcultura di sinistra nell’informazione. Ma queste giravolte del centrosinistra mi risultano veramente irritanti. A chi giova crocifiggere Berlusconi e il suo governo ad ogni stormir di fronda? Che diavolo significa attaccare a testa bassa la Farnesina solo perché il povero Antonio Amato non si era ancora registrato in ambasciata? Potrei citarle infiniti esempi di questa crescente estremizzazione mediatica ed imbarbarimento di toni. Lei si ostina, meritoriamente, a “picconare” (mi passi l’espressione, invero non particolarmente originale) questa cortina di ferro del nostro paese, e tutto quello che ne ottiene in cambio sono anatemi e vaghe minacce, vedi il commento dell’ineffabile Marco Rizzo al suo indirizzo, durante la trasmissione di Socci, qualche settimana fa: “Tu DICI di essere di sinistra, ma a sentirti parlare non si direbbe”. Ecco i soliti cani di Pavlov, il nemico da abbattere, l’isolamento, la demonizzazione.

E quel che e’ peggio, questi toni sono ormai patrimonio comune di tutta la coalizione, compreso quel triciclo che a me puzza di stantio e muffito, un patto di potere il cui unico collante è l’ossessione per Berlusconi e quella recente, e ben più grottesca, per Bush. Una sinistra estrema e sempre più estremista, sovra-rappresentata a livello mediatico (già, ma perché?), malgrado i soliti alti lai sulla dittatura informativa berlusconiana.

Non ho alcuna intenzione di votare questa coalizione, ho smesso molti anni fa, dopo la defenestrazione di Prodi ad opera del Parolaio Rosso, oggi purtroppo sempre più trionfante. In questi tre anni, alla crescente perplessità ed irritazione per l’azione del governo si è affiancato lo sconcerto e la rabbia per la deriva neopopulista e ringhiosa del fu-Ulivo, uno schieramento di “progresso” di cui alcune importanti componenti votano per una legge aberrante e medievale come quella sulla fecondazione assistita. Il vero schieramento dei poteri forti è quello del professor Prodi, che si ostina a proporsi come “uomo nuovo”, mentre appare sempre più chiaro che lui è solo un vecchio culo di pietra democristiano, solo molto furbo per aver imbarcato la sinistra pseudo-moderata, quella pacifondaia e la demagogia rossa in una armata brancaleone che nulla ha a che vedere con l’Occidente ed il liberalismo, e che non farà altro che perpetuare l’avvilente anomalia di un paese che si ostina a non voler diventare adulto.

Almeno lei è riuscito a capire a che gruppo dell’Europarlamento dovrebbe iscriversi il Triciclo? Io, francamente no, ma sono ormai stanco di questi stupidi bizantinismi del potere.

Cordiali saluti,

The Editor

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