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Dopo un estenuante e spesso surreale negoziato, la Grecia ed i suoi creditori (Ue, Bce, FMI) avrebbero trovato il punto d’equilibrio e compromesso su un pacchetto di misure che tutto sono tranne che “riforme strutturali”. More of the same, direbbero gli anglosassoni. E’ il peccato originale della Troika, non solo della Grecia e dei suoi governanti pro tempore. Ed è anche l’evidente limite democratico degli attuali trattati europei. Come finirà? Male.

Che accade quando un paese scivola nel caos economico, che porta con sé quello istituzionale, sociale e civile, e vive immerso in una sensazione permanente di collasso imminente? Che le persone si sentono legittimate e giustificate a smettere di adempiere ai propri doveri di cittadini inseriti in un tessuto comunitario. E non parliamo di stato di necessità, badate. Parliamo di quel feeling da “tutti a casa” che segna la dissoluzione di una entità statuale e che può essere recuperato solo con un nuovo paradigma, che spesso nasce dal sangue e dalla sofferenza.

(Nota preliminare dovuta: questo post non è una marchetta ma solo una serie di considerazioni di buonsenso, a fronte di una iniziativa che sulla carta appare interessante)

Come segnala il Sole 24 Ore, sta per partire il progetto che vede coinvolte Intesa Sanpaolo ed Unicredit in quella che impropriamente è stata definita una bad bank ma che in realtà è qualcosa di molto più ambizioso: un esperimento che si colloca al confine del private equity, e che mira di fatto a disincagliare crediti fornendo mezzi finanziari e competenze per gestire ristrutturazioni aziendali.

Oggi sul Corriere c’è una meravigliosa intervista a Vasilis Vasilikos, lo scrittore autore del libro “Z, l’orgia del potere“, in cui si narra la presa del potere dei Colonnelli, in Grecia a fine anni Sessanta, e da cui Costa-Gavras trasse uno splendido film con Yves Montand, Irene PapasJean-Louis Trintignant. Lasciando da parte gli indubbi meriti narrativi e la patente democratica di Vasilikos, non è chiaro se alcune sue risposte all’intervista siano uno scherzo o una drammatica e grottesca deformazione della realtà. Tipico male degli idealisti, o della loro versione bacata, i populisti.

  • La Grecia sul ciglio dell’uscita. In caso, imiterà l’Islanda? Auguri;
  • La riforma delle pensioni l’hanno anche fatta, ma solo a futura memoria e causando esodi immediati dal lavoro;
  • In Svizzera i cittadini riescono a guardare oltre il proprio ombelico, cose da pazzi;
  • Le porte girevoli di un paese di inopportuni provinciali;
  • Basta guardare al solo debito, si guardi al rapporto debito-Pil! Ops;
  • In Italia c’è grossa ripresa: e infatti le ore lavorate dai dipendenti stagnano;
  • Il mercato è fallito, la logica è morta;
  • Eravamo quattro editorialisti al bar;
  • Very Pop(e);

In queste settimane di tormentone greco, verità contrastanti si fronteggiano soprattutto sul punto più politicamente sensibile: le pensioni. Il governo Tsipras fornisce dati terrificanti, che parlano di tagli intorno al 45% degli assegni medi, ma i dati indicano che l’incidenza su Pil della spesa pensionistica greca è in continua espansione. Da un lato questo è certamente dovuto all’effetto ottico di una spesa poco o per nulla comprimibile nel breve termine quale quella pensionistica, a fronte del forte calo del Pil. Ma questo non spiega tutto. C’è dell’altro.

Intervenendo a Lucca, al congresso nazionale dell’Acri, il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ha elaborato sul tema dello smaltimento dei crediti deteriorati del sistema bancario, ed inevitabilmente sulla bad bank a partecipazione pubblica, che dovrebbe affiancare (se le parole di Morando riflettono gli intendimenti del governo) la deducibilità fiscale delle perdite su crediti in un solo esercizio in luogo degli attuali cinque. Vi confessiamo che noi il pensiero di Morando non riusciamo a capirlo.

Sia plauso a Istat, che arricchisce di nuovi dati la nostra conoscenza delle dinamiche profonde del mercato italiano del lavoro. Da oggi inizia infatti la diffusione degli indici, generale e settoriali, del “numero delle posizioni lavorative dipendenti”. Una serie storica tanto rilevante quanto politicamente sensibile, anche per la nota azione governativa. Sfortunatamente per Matteo Renzi & C., il dato non è esaltante.

Mentre si approssima il finale di partita per la Grecia, stanno emergendo alcune suggestioni del tutto fuori luogo, che spingono qualcuno a tirar fuori nuovamente la leggenda metropolitana del “modello Islanda” per gestire l’eventuale default sovrano ellenico. Il suggerimento viene da Piattaforma Sinistra, l’ala no-euro e no-tutto della sinistra radicale di Syriza. Ancora una volta, siamo nell’ambito delle rimasticature con scarso o nullo radicamento nella realtà. Ma l’occasione è propizia per segnalare alcune cosine sull’Islanda.

Pubblicato oggi dalla Banca d’Italia il dato sullo stock di debito delle amministrazioni pubbliche, giunto ad aprile a 2.194,5 miliardi, con un aumento di circa 10 miliardi sul mese precedente. In queste circostanze, parte il raptus di politici di opposizione scarsamente alfabetizzati che si stracciano le vesti ed inveiscono contro il governo pro tempore, accusato di lassismo fiscale. Oggi questo stucchevole teatrino ha trovato la forte reazione del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padon, che ha ricordato una regoletta di base.

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