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Oggi il parlamento greco voterà il secondo pacchetto delle cosiddette prior actions, le riforme prioritarie chieste dai creditori internazionali ad Atene come precondizione per aprire negoziati che porteranno al terzo “salvataggio” del paese, un programma triennale con un cartellino del prezzo superiore agli 80 miliardi di euro. Una delle misure richieste, ma che non sarà votata oggi, è l’eliminazione dei benefici fiscali per gli agricoltori greci, dopo la levata di scudi di praticamente tutte le forze politiche del paese. Un esempio da manuale di cosa vuol dire fare riforme di struttura (o, più esattamente, eliminare sussidi ed abusi) nel peggior momento possibile.

Con colpevole ritardo, vi segnaliamo una perla del comico che fa da guardiano del cancello del M5S. Probabilmente per impedire che soggetti sani di mente possano entrarvi e contaminarlo. Eravamo nell’ubriacatura del post referendum greco, quello che ha sedotto e abbandonato molti guitti politici italiani, dopo la radiosa scampagnata ateniese. E Grillo aveva già la ricetta per il dopo exit. Quello di massa, però.

Come fare per giungere a tagliare le tasse degli italiani, dati i molteplici vincoli ed impegni di un paese che non cresce da una vita e che continua a scalciare lungo la strada la lattina del dissesto? La soluzione pare averla trovata lo zar della spending review, il deputato Pd Yoram Gutgeld. Il quale, come il suo premier, ha già messo gli occhi su alcuni numeri che al momento sono scritti sull’acqua dei DEF e delle previsioni pluriennali ma che rappresentano un irresistibile tesoretto, per chi è alla ricerca del consenso perduto.

«Non mi è passato neppure per la mente che [i greci] si sarebbero preparati a tenere il punto senza alcuna pianificazione contingente alternativa. Incredibilmente hanno pensato di poter chiedere migliori condizioni senza avere alcun piano di riserva. Quindi certamente questo è uno shock» (Paul Krugman, conversazione con Fareed Zakaria, 19 luglio 2015)

Forse bisognerebbe chiedere lumi all’esperto di teoria dei giochi che ha portato il proprio credulo premier nel baratro, con i propri connazionali. Ma forse siamo noi ad essere troppo cinici: Varoufakis puntava in realtà a redimere la Germania e l’Europa intera basandosi sul potere della parola. E no, il piano B di Varoufakis (la stampa di pagherò) non era un piano B, in caso vi fosse sfuggito. Mai sopravvalutare l’umana razionalità. Già di per sé questo è l’ossimoro definitivo.

E’ il Brasile ma sembra la Grecia

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

L’economia brasiliana sta vivendo uno degli anni più difficili della sua storia recente. Il grande boom delle materie prime ha permesso al governo di largheggiare con sussidi ed erogazioni di welfare che hanno tolto dalla povertà ampi strati della popolazione. Il paese ha goduto di imponenti afflussi di “denaro caldo” da tutto il pianeta, che sono stati utilizzati soprattutto per espandere il credito, nel tradizionale schema che rappresenta la maledizione dei paesi ricchi di risorse naturali, che alternano fasi di boom ad altre di scoppio delle bolle così prodotte.

E quindi, per l’ennesima volta, siamo a commentare la promessa di taglio delle tasse sulla prima casa. Questa volta è il turno di Matteo Renzi a mettersi in scia al suo antenato Silvio Berlusconi, incluse frasi di circostanza sulla portata “storica” della manovra, che “altri” non sono riusciti a realizzare. In omaggio, stuoli di cocoriti che sparavano a zero sull’avventurismo fiscale di Berlusconi e che oggi invece non trovano di meglio che plaudere al logoro espediente di un leader che sta perdendo colpi nei sondaggi, a tutto vantaggio di piccoli demagoghi che rappresentano solo il termometro della febbre che divora un paese di creduli in stato terminale.

Venerdì scorso, in occasione dell’assemblea straordinaria che ha portato all’avvicendamento dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti, con l’ingresso di Claudio Costamagna come presidente e di Fabio Gallia come amministratore delegato, è stata approvata anche una importante modifica statutaria. Concepita per tenere a bordo le fondazioni bancarie ed il loro robusto appetito di dividendi da destinare ad attività filantropiche (che c’è da sghignazzare? E’ il loro statuto) ma che rischia di creare problemi patrimoniali alla CDP.

Da Buttonwood, blog dell’Economist, alcune considerazioni banalmente illuminanti sulla “solidarietà” tra paesi, in caso di crisi. A volte siamo così ossessionati dall’albero che perdiamo di vista la foresta. Ed il breve termine non è caratteristica dei mercati finanziari ma anche delle cosiddette democrazie. Al netto delle disfunzionalità congenite di una Eurozona disegnata come unione monetaria, e che in quanto tale ha in sé il virus dell’autodistruzione al verificarsi di divergenze nei fondamentali economici e shock sistemici alimentati dal grado di apertura ed integrazione dei mercati finanziari, variabile che qualche teorizzatore facilone continua ad ignorare.

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