Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Punti di vista

Esteri/Italia/Stati-Uniti

Il senatore Kerry esprime così la propria riconoscenza nei confronti dell’Italia: “Le condizioni dell’esercito iracheno erano così patetiche che persino l’esercito italiano avrebbe potuto prenderli a calci nel sedere“. Affermazione certamente infelice, ma che la dice lunga sull’approssimativa conoscenza della vicenda irachena da parte del candidato democratico, che finora non ha brillato per coerenza. La posizione di Kerry è abbastanza trasparente, e oseremmo dire cinica: costringere gli alleati degli Stati Uniti ad un “riequilibrio” dei costi, finanziari e soprattutto umani della missione irachena. Uno dei temi forti della dialettica del senatore del Massachusetts è quello di ricordare che non è possibile parlare di “coalizione” quando gli Stati Uniti sopportano il 90 per cento dei costi e delle vittime militari. Aspettiamo la “interpretazione autentica” di questa frase da parte della nostra sinistra, che ormai vede in Kerry il nuovo uomo della provvidenza (forse per un riflesso condizionato alla Furio Colombo nei confronti di miliardari politically correct), e nel frattempo proponiamo l’ultima chicca del nostro impareggiabile flip-flopper, direttamente tratta dall’ultimo dibattito televisivo contro Bush, quelli amati dalla nostra stampa, sempre così ansiosa di emettere biscardiani giudizi su chi ha vinto e chi ha perso:

Nello stesso dibattito di ieri ha detto:

“Well, let me tell you straight up: I’ve never changed my mind about Iraq. I do believe Saddam Hussein was a threat. I always believed he was a threat. Believed it in 1998 when Clinton was president. I wanted to give Clinton the power to use force if necessary.”

Poi, più in là, rispondendo a una domanda sull’Iran:

“It’s a threat that has grown while the president has been preoccupied with Iraq, where there wasn’t a threat”.

Nel frattempo segnaliamo la quarta vittoria dei conservatori di John Howard alle elezioni politiche australiane. Un risultato storico per quel paese, soprattutto in considerazione del fatto che, se si fossero ascoltati i giudizi dei media, il governo Howard avrebbe dovuto essere spazzato via da un’insurrezione di australiani inferociti per l’avventura irachena, le menzogne sulle armi di distruzione di massa, le “deportazioni” di “migranti” indonesiani, approdati illegalmente sulle coste australiane per ingrassare organizzazioni criminali internazionali. Nulla di tutto ciò. Vengono a mente i commenti sul povero Tony Blair, dipinto ad intervalli regolari come un usurpatore privo di seguito nel paese e nel proprio partito, sempre “nei guai”, sempre prossimo “al minimo storico” nei sondaggi (nuovo feticcio della società post-industriale), ma sempre regolarmente vincitore al momento della conta, quella vera, non quella degli umori mediatici, mai disinteressati.

Nuovo moto di sdegno della sinistra davanti alla notizia che il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso dei permessi premio “per buona condotta” a Giovanni Brusca, l’uomo che premette il bottone a Capaci, l’uomo che sciolse un bambino nell’acido, dopo averlo strangolato. Un moto di sdegno condivisibile, ma vagamente farisaico: la legislazione “premiale” sui pentiti non è mai cambiata, è ancora quella utilizzata per istruire i processi contro Andreotti, e per dire che Berlusconi è un mammasantissima. Se l’utilizzo dei pentiti andava bene allora, perché non dovrebbe andar bene ora?

Tattiche

Italia

La riforma federalista della Costituzione, in votazione alla Camera in questi giorni, suscita l’ennesima reazione sdegnata del centrosinistra, che afferma che la devolution alle autonomie locali di competenze quali scuola, sanità e polizia produrrà non meglio precisate devastazioni economiche e sociali. Spicca, negli ormai abituali sismi di sdegno, il guru dell’Appennino, il professor Prodi, che a meno di un mese dal “rientro” ufficiale a tempo pieno nella politica italiana, è già alle prese con la congenita tendenza ulivista a sgranocchiare idee e leader come abitualmente si fa al cinema con il popcorn. Logorato dall’assalto neocentrista di Rutelli, privo di un reale retroterra partitico, essendogli ormai stata scippata la Margherita, il buon Prodi reagisce come sa fare: convocando convegni, seminari, gruppi di autocoscienza e sedute spiritiche durante i quali pontifica e lancia anatemi a destra e a manca. Persa l’opportunità di ricevere un’investitura messianica popolare attraverso il fumoso rito tribale delle elezioni primarie e bypassare brillantemente il carrozzone partitico che lo tiene ostaggio, Prodi incassa quotidianamente gli ipocriti sperticati elogi di Rutelli (ormai diventato un democristianone 24 carati) e quelli più sinceri ma politicamente frastornati di Piero Fassino, mentre il questurino Di Pietro, accantonata la strana alleanza con Occhetto, continua a mendicare di essere accolto nell’Ulivo, per fare compagnia tra gli altri all’ectoplasma rappresentato dai “Repubblicani Europei” (??) di tal Luciana Sbarbati, che crediamo essere un’invenzione dei giornali e non un’entità realmente esistente. Ormai lontanissimi i giorni del “trionfo” alle elezioni europee, quando i Santoro e le Gruber ci spiegavano come ci avrebbero portato fuori dal pantano iracheno e continuavano invece a non spiegarci in quale gruppo parlamentare a Strasburgo si sarebbero seduti gli eletti di un listone privo di un qualsivoglia collante politico e programmatico che non fosse l’odio per Berlusconi. Perfino la torrenziale loquacità della signora Gruber e dei suoi zainetti firmati (che costavano quanto un intero guardaroba di Fassino) è improvvisamente ammutolita, come si può sperimentare osservando la triste home page del suo sito, così querulo negli scorsi mesi e così “under construction” oggi. L’Ulivo trova nuova linfa pugnace proprio dalla riforma della Costituzione, minacciando referendum, gridando allo stupro costituzionale (as usual) e preconizzando devastazioni epocali. La abituale, “piccola” dimenticanza dei nostri illuminati statisti di opposizione risiede nel non essersi ricordati che, negli ultimi giorni della scorsa legislatura, la coalizione di centrosinistra allora al governo riuscì a cambiare, a colpi di maggioranza semplice, l’intero Titolo V della Costituzione, farneticando di non meglio precisate “responsabilità di governo”. Oggi, tre anni dopo, abbiamo sentito qualche ipocrita autocritica di quel colpo di mano. Ma in fondo è uno schema mentale collaudato: ci si pente delle malefatte politiche a distanza di alcuni anni o decenni. Un po’ come l’ex Unione Sovietica al momento della riabilitazione di Sakharov ed altri dissidenti, resi nel frattempo malfermi dal tempo e dalle sofferenze.

Corsi e ricorsi storici

Famous Last Quotes

Tratto da Camillo

Il chiacchiericcio sulle, delle, per le, con le Simone (ma finirà, come insegna il Marziano di Flaiano) ha messo in secondo piano la strage di bambini a Baghdad.
Siccome forse non è chiaro quello che è successo, riassumo: una quarantina di bambini di Baghdad si è avvicinata agli americani per ricevere cioccolato e caramelle, come facevano i nostri genitori al passaggio dei liberatori americani. I fascisti, però, non facevano saltare in aria i nostri genitori, né rivendicavano stragi come questa. I fascisti islamici sì. Secondo alcuni campioni si tratta di “resistenza”. La resistenza, ai tempi dei nostri genitori, stava dalla parte dei liberatori e poi fece il governo di liberazione, come oggi Allawi. Quelli che continuarono a combattere, e lo fecero per alcuni anni, si chiamavano repubblichini.

Bussole

Esteri

Aperta a New York la Cinquantanovesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’invito del segretario generale Kofi Annan alla legalità internazionale e la tetragona replica di Bush sulla legittimità dell’intervento armato in Iraq. Annan si è distinto negli ultimi giorni per quello che ha tutta l’aria di essere un attacco frontale pre-elettorale a Bush, con l’affermazione, piuttosto sconcertante, secondo cui l’intervento in Iraq sarebbe stato illegale, forse pensando che le “serie conseguenze” previste dalla risoluzione 1441, non fossero una sufficiente legittimazione per l’intervento. Che dire? Certo l’Onu non può rivendicare un magistero morale: lo testimoniano Srebrenica, il Rwanda, oggi il Darfur, e ancora la colossale malversazione del programma iracheno “oil for food” (leggi qui). L’Onu è semplicemente la somma di una molteplicità di paesi, la maggioranza dei quali rappresentativa di regimi autoritari, totalitari, illiberali. L’Onu come tentativo di aggregare culture e “sensibilità” diverse, come tentativo di disinnescare il conflitto di civiltà, quello vero, ancestrale, strisciante, non quello di cui discettano nei nostri decadenti salotti occidentali degli intellettuali saccenti e queruli. Ma l’Onu è anche altro: è la commissione sui diritti umani, dove il gruppo dei paesi illiberali e totalitari con i quali amiamo dialogare e fare business ha la maggioranza, e riesce ad estromettere per un anno gli Stati Uniti. Consigliamo la lettura dell’illuminante articolo di Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice statunitense all’Onu. Surreale e straniante,il capovolgimento del senso comune, così come lo abbiamo noi deprecati occidentali, che tanto amiamo fare del relativismo culturale. Possiamo fare a meno dell’Onu? Forse no, se abbiamo bisogno di elaborare un denominatore comune, un simulacro di dialogo contro il conflitto di civiltà; forse si, se ci attardiamo a cercare un’interpretazione “legalistica” e non legalitaria, che certifica e cristallizza le stragi di massa, le pulizie etniche e la cultura di morte che ci sta lentamente sommergendo. Ha scritto l’intellettuale statunitense di sinistra Paul Berman, nel suo bellissimo libro “Terrore e liberalismo”:

“Bush senior lavorò seriamente per formare la coalizione, e lo fece con una notevole abilità, finché, quando ebbe finito, la sua alleanza arrivò ad estendersi ideologicamente fino alla dittatura del Baath in Siria, non molto diversa dalla dittatura del Baath in Iraq. I despoti medievali dell’Arabia Saudita presero posto nella grandiosa coalizione. L’alleanza si rivelò una banda pirata di terroristi, dittatori, re, antisionisti, magnati del petrolio e criminali da strapazzo. Era terribile da guardare. Era l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

André Glucksmann: l’Occidente in ostaggio

Discussioni

Christian Chesnot e Georges Malbrunot, due giornalisti francesi, sono a loro volta minacciati di morte. Questa volta, nessuno può continuare a sbraitare assurdamente «è colpa di Bush». Questa volta la Francia governata da Chirac, l’anti-Bush mondiale, è a sua volta sottoposta al ricatto infetto degli assassini islamici. Un fascista non ha il senso delle sfumature: Parigi è contro l’intervento della coalizione in Iraq, e allora? Credete che i pendolari massacrati nella stazione di Atocha a Madrid fossero a favore? Pensate che a Enzo Baldoni sia stato chiesto un parere? Nessun rifugio per i giornalisti, nessun rifugio per le democrazie, nessun rifugio per i civili, camionisti turchi, lavoratori kuwaitiani, kenioti, americani, studentesse e studenti iracheni, nottambuli di Parigi o di Casablanca. La Francia si credeva al riparo, e il suo governo è stato piuttosto avaro di messaggi di sostegno e di compassione per gli italiani sottoposti da mesi agli atroci ultimatum dei ricattatori. L’Europa scopre che non serve a niente fare gli struzzi, con la testa nella sabbia, e deve ricordarsi che la guerra condotta dall’islamismo radicale non è cominciata con George Bush ma con Khomeini, e che questa sovversione terrorista pretende di essere senza frontiere. Ha luogo nelle scuole francesi come nel mausoleo di Alì contro tutti quelli che non ubbidiscono, credenti o non, musulmani o infedeli.

Teheran, 1979. Portato al potere da manifestazioni gigantesche dove liberali, rivoluzionari e religiosi si confondono, l’ayatollah Khomeini ordina immediatamente che le donne portino il chador. Tutte le iraniane devono nascondere il loro corpo sotto veli neri. Tutte, giovani, anziane, credenti e non credenti, dalla testa ai piedi, sotto pena di prigione, flagellazione, lapidazione e altre inezie, morte compresa. La guida suprema, ansioso di istituzionalizzare la sua rivoluzione islamica, vuole dare al nuovo regime fondamenta di roccia. E questa roccia è lo statuto di inferiorità concesso alle donne. Il velo dovrà rendere eterno il suo potere.
Alcune donne di Teheran non si lasciarono ingannare. Lungi dal considerare l’editto sul velo come un aspetto secondario, scesero in strada, ruppero con l’unanimismo che fino ad allora circondava il regime di Khomeini e lanciarono la prima manifestazione anti-islamista della storia. Furono abbandonate dagli uomini. Tutti, liberali, rivoluzionari, religiosi, credenti e non credenti. Alcuni versavano lacrime di coccodrillo e le richiamavano alla ragione. Il destino «spiacevole» promesso alle figlie dell’Iran non era che il danno collaterale di una liberazione, quanto al resto, generale.
La strategia khomeinista si rivelò fruttuosa e contagiosa. Il pezzo di tessuto che le brigate dell’ordine morale imponevano a Teheran diventò uno stendardo politico universale, uno strumento di conquista, un’uniforme degna delle SA naziste, dice la mia amica Khalida Messaoudi, femminista algerina. Gli integralisti, tanto sunniti che sciiti, si erano ormai impossessati del messaggio: perseguitare, amputare, lapidare, sgozzare le donne che si ostinavano a rifiutare il velo.

L’ayatollah ha fatto scuola ad Algeri, e il tentativo di velare le liceali, coltello alla gola, porterà a una serie di massacri senza precedenti, dove chi si oppone, bambini compresi, ha il collo tagliato come i montoni della Eid el-Adha, la festa del sacrificio. La sorte riservata alle donne prefigura la punizione di tutta una società.
In Afghanistan, gli uomini rincararono la dose nel vietare l’esposizione di ogni più piccola parte di pelle. Il burqa , il velo integrale nella quale la donna soffoca e vede con difficoltà, si propagò e divenne l’emblema della dittatura dei talebani. Nelle scuole europee, nelle periferie delle metropoli, nel cuore delle zone alla deriva, ma anche nei quartieri alti, ragazze giovanissime, con le buone o con le cattive, si fecero strumenti visibili di un Islam aggressivo e conquistatore. Dei ragazzi, padri, soprattutto fratelli, si misero a dividere le donne in «puttane» (senza velo) o «sottomesse» (con il velo). Il trattamento delle «puttane» passa per gli insulti, i pugni, gli stupri e le tournantes , le violenze di gruppo. A Ivry, Francia, Souad viene bruciata viva.
L’odio anti-occidentale è evidente. La nudità, la sessualità, l’uguaglianza degli uomini e delle donne sono regali avvelenati dei quali l’Occidente, nella sua grande perversione, si serve per sconvolgere le anime e i corpi. Khomeini ha visto giusto. Risvegliare un antagonismo che da millenni divide l’umanità non è un atavismo oscurantista destinato, a più o meno lungo termine, alla spazzatura della storia. Rischia, al contrario, di incendiare il XXI secolo per bruciare tutto il Pianeta.

Ricordiamo che la legge francese proibisce di portare il velo solo nelle scuole primarie e secondarie (elementari e liceo, ndr ), e non certo per strada. Niente di più totalitario della pretesa di decidere il regolamento interno di licei e collegi delle banlieues francesi attraverso una cattura di ostaggi in Iraq! E perché non intervenire, allora, anche sul menu delle mense scolastiche? E la promiscuità nelle piscine? Il terrorismo senza frontiere, né scrupoli, né tabù, è una spada di Damocle sospesa su tutte le democrazie d’Europa. Spetta a chi assassina i giornalisti, a chi lapida le donne, alle bombe umane, di decretare come deve vivere, insegnare e divertirsi chi abita a Roma, Londra, Parigi? Non Bush, ma i terroristi islamici hanno cominciato le ostilità.

Presto o tardi gli europei scopriranno la necessità di resistere e di resistere insieme. La mancanza di solidarietà delle autorità europee che ha accompagnato le uccisioni di Quattrocchi e di Baldoni è una vergogna.

André Glucksmann

Robert Kagan, “Il diritto di fare la guerra”

Riletture/Stati-Uniti

Nell’Occidente si è prodotto un grande scisma filosofico: al posto dell’indifferenza reciproca, fra America ed Europa si è instaurato un forte antagonismo che minaccia d’indebolire entrambi i partner della comunità atlantica. La maggioranza degli europei ha messo in dubbio la legittimità del potere americano e della supremazia mondiale degli Stati Uniti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’America si trova quindi a soffrire di una crisi di legittimità internazionale. Leggi tutto

No blood for oil

Economia & Mercato/Esteri

L’Onu alfine delibera: dapprima il Consiglio di Sicurezza approva, con 11 voti a favore e 4 astenuti (Cina, Russia, Pakistan e Algeria), una risoluzione presentata dagli Stati Uniti, che “minaccia di considerare” (sic) sanzioni petrolifere a carico del governo sudanese, se lo stesso non si impegnerà per porre fine alla pulizia etnica ed ai massacri perpetrati da milizie arabe filogovernative nella regione del Darfur, e che hanno finora prodotto oltre 50.000 morti e 1,2 milioni di profughi. La risoluzione è stata fortemente annacquata nella formulazione a causa della minaccia della Cina di porre il veto ad una versione più “aggressiva” e desiderosa di porre fine al più presto possibile a quello che è stato definito dalla stessa Onu “il peggior disastro umanitario del mondo”. Quello che non è stato evidenziato a sufficienza, soprattutto dai moralisti-progressisti-pacifisti di casa nostra, è il fatto che la Cina, nella propria inestinguibile sete di petrolio per sostenere il proprio tumultuoso decollo economico, ha stretto delle forti relazioni commerciali con il Sudan proprio finalizzate all’approvvigionamento di petrolio. Quasi nelle stesse ore l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (watchdog dell’Onu) approva una risoluzione che chiede all’Iran di sospendere immediatamente ogni attività di arricchimento e centrifugazione dell’uranio, considerate potenzialmente strumentali a produrre armi atomiche. L’Iran respinge la richiesta, affermando che l’arricchimento dell’uranio manca dello stadio finale, quello utile per produrre bombe, e serve unicamente a scopi civili. Ci siamo sempre chiesti perché un paese che galleggia sul greggio voglia costruire delle centrali nucleari a scopi civili. Qualche indigeno verde-rosso probabilmente ci direbbe che si tratta di una utile e lungimirante diversificazione delle fonti energetiche ma, battute a parte, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, oltre ai tempi biblico-liturgici dell’Onu, la cui efficacia è prossima allo zero, è il fatto che l’adozione di sanzioni contro l’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza finirebbe nuovamente ostaggio della voracità petrolifera cinese. Attendiamo fiduciosi le manifestazioni di piazza dei pacifisti di tutto il mondo sulle vicende di Darfur e Iran, e sul tragico legame che esse hanno con il petrolio. Una Halliburton cinese non sfigurerebbe nell’agenda investigativa dei media occidentali.

Pattume

Discussioni

A conferma di quanto abbiamo scritto l’8 settembre sulla teoria della cospirazione, tanto cara alla sinistra e al mondo arabo e musulmano, l’Unità online scrive che il rapimento delle due cooperanti italiane potrebbe essere stato orchestrato da qualche servizio segreto occidentale, citando espressamente Cia e Mossad, e riprendendo un articolo apparso sul quotidiano inglese The Guardian, che l’Unità presenta subdolamente come “vicino al governo laburista”. Peccato che, osservando in controluce, si scopre che l’articolo è stato scritto da Naomi Klein, la sacerdotessa no-global, massima esperta mondiale nella produzione di teorie complottarde e cospirative, l’ultima delle quali afferma che il mondo sta andando verso un’era di nuova barbarie non già a causa e per effetto di quotidiane decapitazioni, autobombe, stragi di bambini e rivendicazioni mediatiche veicolate da zelanti becchini elettronici come Al Jazira, bensì a causa dell’estensione, agli Stati Uniti prima ed ora alla Russia, di una non meglio identificata “dottrina Sharon” che postula la sistematica distruzione di vite e diritti umani sotto la “montatura” della guerra globale al terrorismo. Ancora una volta, dunque, la sinagoga di Satana lavora a tutto vapore, e questa volta grazie alla deprimente ottusità morale di una giovane donna, apparentemente anch’essa ebrea. Suggeriamo ai no-global di meditare su quest’ultimo aspetto, forse Naomi Klein è in realtà una spia del Mossad…

Realismo

Famous Last Quotes

Letto su Il Riformista:

“A cena in un ristorante romano, l’eurodeputato del Pdci Marco Rizzo si lascia andare e ammette candidamente: ‘Se la politica non fosse così degradata, io di certo non sarei un dirigente. Sarei un docente di formazione professionale a 1350 euro al mese'”

Esiste la concreta possibilità di combattere il degrado della politica italiana: è sufficiente che i Ds la piantino di candidare in collegi blindati gli esponenti di questo partito-rottame vetero stalinista chiamato Pdci…

Congiure

Italia

Il rapimento di Simona Torretta e Simona Pari ha provocato un autentico shock in quanti hanno sempre pensato, perlopiù in buona fede, che potesse essere possibile distinguere tra i “cattivi” (i militari, i contractors e i poveri disgraziati che lavorano per loro) e i “buoni”, cioè le organizzazioni non governative e quanti svolgono compiti di assoluta nobiltà morale, spesso in aperta polemica con i propri governi, come fatto da “Un ponte per…”. Ma quello che vorremmo segnalare è una costante psicologica e culturale che si sta affermando in alcuni ambienti: la teoria della cospirazione. Scrive infatti Repubblica online, parlando della reazione incredula dei no-global al rapimento delle nostre connazionali:

E’ sgomento il mondo pacifista. Non perché sia rimasto sorpreso da quel che è accaduto ieri a Baghdad. La tragedia di Enzo Baldoni, il rapimento dei due reporter francesi avevano chiarito che il solo fatto d’essere occidentali in Iraq espone a rischi enormi. E’ sgomento perché il sequestro di Simona Pari e Simona Torretta ripropone tutte assieme, nel modo più brutale, le ragioni fondamentali e le difficoltà dell’agire per la pace. Così la richiesta del ritiro delle truppe s’accompagna al dubbio che alla fine saranno le organizzazioni non governative a doversi ritirare da quell’inferno come, del resto, già hanno fatto altre Ong straniere e, nel più ‘tranquillò Afghanistan, persino “Médicins sans Frontierès”. Anche se, dice Sergio Marelli, direttore della Focsiv, Volontari nel mondo: “Dobbiamo andare avanti, non dobbiamo farci intimidire”.

Il fatto è che mentre le preoccupazioni per la sicurezza degli operatori insinuano questo dubbio, l’analisi dei fatti conferma l’assurdità della guerra. I pacifisti non sono sorpresi, ma la memoria del tempo in cui gli operatori godevano d’una sorta di immunità non è poi tanto lontana. “Siamo smarriti e angosciati – dice Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola per la pace – per anni abbiamo lavorato senza problemi”. Se le cose sono cambiate è per la natura di questa specifica guerra e anche per il ruolo che l’Italia ha assunto: “E’ venuta meno – dice Emergency in un comunicato – la distinzione tra milioni di italiani che hanno osteggiato la guerra e chi l’ha voluta e la conduce”. Secondo Vittorio Agnoletto, c’è una coincidenza di fini tra la logica del terrorismo e quella della guerra: “Fare terra bruciata, togliere di mezzo tutti coloro che cercano di costruire un mondo di pace”.

Dopo un giornalista non embedded e schierato contro la guerra come Baldoni, e due reporter provenienti da un paese non belligerante come la Francia, adesso sono state rapite due esponenti del vasto mondo della solidarietà con il popolo iracheno”. Ed ecco il ritorno della “strategia della tensione in versione irachena” dove gli autori del comunicato vedono all’opera “forze oscure riconducibili alle potenze occupanti o al governo iracheno indipendente“.
E’ uno dei temi ricorrenti nel dibattito che si è subito aperto nei siti dei pacifisti e dei no global. Un confronto aspro, a tratti rabbioso. Su Indimedya è stato introdotto da un intervento-provocazione (“Con i soldi che i pacifondai mandano ai ‘resistenti irachenì gli eroici tagliatori di teste rapiscono altri pacifisti… il colmo”) che ha scatenato a margine una discussione sull’opportunità di bloccare l’accesso alla rete di simili nefandezze. Poi, rapidamente, la questione del complotto delle “forze oscure” è diventata il primo punto d’un implicito ordine del giorno. “Indovina indovinello – scrive “Campista” alle 17,07 di ieri – i partigiani li ammazzano, i pacifisti li sequestrano. I mercenenari li rilasciano. Chi sono?”. Sulla stessa linea un altro dei partecipanti al dibattito, alias “Ma-chi-si-fida-più”: “E’ una strategia? Sì, è pienamente funzionale ad isolare l’Iraq e affidarlo nelle uniche mani statunitensi, allontanare le Ong che rompono troppo il c. a croci rosse e infiltrati simili”.
Il dramma di Simona Pari e Simona Torretta ha nuovamente fatto sanguinare alcune delle ferite aperte dalla tragedia di Baldoni. Il Rimini social forum ha diffuso un comunicato per chiedere che sia il governo a trattare, “senza alcuna intermediazione da parte di Maurizio Scelli, commissario straordinario della Croce rossa italiana”.

Nei minuti e nelle ore successive alla notizia del rapimento la domanda prevalente che il mondo pacifista si è posto è stata: “Come è potuto accadere?”. Ma subito dopo è arrivata l’altra domanda, l’unica che nei prossimi giorni conterà: “Cosa fare?”. C’è una corale esortazione che viene anche dal mondo dell’associazionismo cattolico: “Il governo deve fare tutto il possibile”, dice Luigi Bobba, presidente delle Acli. Ma la richiesta del ritiro delle truppe non ha subordinate. Gino Strada: “Siamo all’ultimo stadio, alla deriva della cosiddetta guerra umanitaria. L’unica cosa sensata che si può fare è andarsene”.

C’e’ sempre una teoria della cospirazione che accompagna pensieri e parole di alcune ben identificabili parti politiche. Scelli è visto come un ascaro dell’odiato Berlusconi, assetato di potere e malato di protagonismo, qualcuno lo ha addirittura definito ipermediatizzato. E si va avanti così, in questa gigantesca intossicazione psicologica di massa. Vorremmo segnalare anche un altro esempio di paranoia da complotto, perché vorremmo tenere sempre bene a mente che, tra le leggende metropolitane, ce n’é una che accomuna alcune paranoie islamiche e della sinistra antagonista: l’11 settembre 2001 non c’erano ebrei nelle Torri gemelle. Chi scrive ha avuto, nel novembre 2001, un surreale quanto duro scontro verbale con una giovane no-global, che sosteneva berciando di aver saputo “da fonti certe” che al World Trade Center non c’erano ebrei, e che l’attacco alle torri gemelle era stato organizzato dal Mossad.

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