Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Corsi e ricorsi

Discussioni

Chi è stato Ronald Reagan? Per noi europei non esiste una risposta univoca. Alcune delle intuizioni che caratterizzarono la sua presidenza rappresentano degli elementi di forte discontinuità con gli schemi consolidati delle relazioni internazionali. Altre iniziative, soprattutto in politica economica, furono essenzialmente dei bluff. Come definire diversamente la fortissima espansione fiscale causata dall’effetto congiunto di tagli fiscali e spesa pubblica, soprattutto per la difesa? Allora c’era la favola della curva di Laffer, tagliamo le tasse e l’aumento dell’attività economica che ne deriva determinerà un forte aumento del gettito fiscale. Nulla di più fantasioso e creativo, ma spesso la storia è fatta anche e soprattutto di visioni. Quello che ricordiamo molto bene furono, a metà degli anni Ottanta, i cortei pacifisti che sfilavano per le strade dell’Europa libera, anche di esprimere il proprio dissenso, quando la Nato, su impulso di Reagan, decise di dotarsi dei famosi “euromissili”, testate nucleari di teatro che servivano anche e soprattutto a rispondere alla minaccia dei missili nucleari che l’Unione Sovietica aveva puntato sulle capitali dell’Europa dell’ovest. All’epoca non c’erano ancora le bandiere iridate, i “disobbedienti” e i no-global, ma gli slogan e la mistificazione mediatica erano identici ad oggi. Di qua l’impero del male americano, che stava precipitando il mondo verso l’olocausto nucleare; di là una grande forza di progresso con la quale dialogare, senza curarsi di gulag ed altri simili, trascurabili dettagli. Ancora una volta, il concetto di pace appariva troppo sinistramente simile a quello di resa, fuga dalla realtà e abiura dai valori per i quali milioni di uomini morirono nella battaglia contro il nazifascismo, sei decenni fa. Ma Reagan il guerrafondaio riuscì a sconfiggere i pacifondai alleati del re di Prussia.

Lettera aperta a Giampaolo Pansa

Discussioni/Italia

Caro Pansa,

apprezzo molto il suo tentativo di rompere il monolite del conformismo di sinistra, vero ostacolo sul cammino verso un paese normale. Sono da sempre convinto che Berlusconi sia il prodotto di “questa” sinistra, e che al suo monopolio nella proprietà dei mezzi di informazione televisiva si contrapponga un quasi-monopolio della subcultura di sinistra nell’informazione. Ma queste giravolte del centrosinistra mi risultano veramente irritanti. A chi giova crocifiggere Berlusconi e il suo governo ad ogni stormir di fronda? Che diavolo significa attaccare a testa bassa la Farnesina solo perché il povero Antonio Amato non si era ancora registrato in ambasciata? Potrei citarle infiniti esempi di questa crescente estremizzazione mediatica ed imbarbarimento di toni. Lei si ostina, meritoriamente, a “picconare” (mi passi l’espressione, invero non particolarmente originale) questa cortina di ferro del nostro paese, e tutto quello che ne ottiene in cambio sono anatemi e vaghe minacce, vedi il commento dell’ineffabile Marco Rizzo al suo indirizzo, durante la trasmissione di Socci, qualche settimana fa: “Tu DICI di essere di sinistra, ma a sentirti parlare non si direbbe”. Ecco i soliti cani di Pavlov, il nemico da abbattere, l’isolamento, la demonizzazione.

E quel che e’ peggio, questi toni sono ormai patrimonio comune di tutta la coalizione, compreso quel triciclo che a me puzza di stantio e muffito, un patto di potere il cui unico collante è l’ossessione per Berlusconi e quella recente, e ben più grottesca, per Bush. Una sinistra estrema e sempre più estremista, sovra-rappresentata a livello mediatico (già, ma perché?), malgrado i soliti alti lai sulla dittatura informativa berlusconiana.

Non ho alcuna intenzione di votare questa coalizione, ho smesso molti anni fa, dopo la defenestrazione di Prodi ad opera del Parolaio Rosso, oggi purtroppo sempre più trionfante. In questi tre anni, alla crescente perplessità ed irritazione per l’azione del governo si è affiancato lo sconcerto e la rabbia per la deriva neopopulista e ringhiosa del fu-Ulivo, uno schieramento di “progresso” di cui alcune importanti componenti votano per una legge aberrante e medievale come quella sulla fecondazione assistita. Il vero schieramento dei poteri forti è quello del professor Prodi, che si ostina a proporsi come “uomo nuovo”, mentre appare sempre più chiaro che lui è solo un vecchio culo di pietra democristiano, solo molto furbo per aver imbarcato la sinistra pseudo-moderata, quella pacifondaia e la demagogia rossa in una armata brancaleone che nulla ha a che vedere con l’Occidente ed il liberalismo, e che non farà altro che perpetuare l’avvilente anomalia di un paese che si ostina a non voler diventare adulto.

Almeno lei è riuscito a capire a che gruppo dell’Europarlamento dovrebbe iscriversi il Triciclo? Io, francamente no, ma sono ormai stanco di questi stupidi bizantinismi del potere.

Cordiali saluti,

The Editor

André Glucksmann: il significato del D-Day

Discussioni

Mi è spiaciuto, 10 anni fa, per l’assenza del Cancelliere tedesco alle celebrazioni in Normandia. Oggi non voglio nascondere la mia soddisfazione, personale e filosofica, per la sua presenza all’anniversario del D-Day.

(…) Grazie a quanti hanno permesso ai francesi di oggi di essere in grado di pensare in termini diversi da nazismo o stalinismo. Grazie a chi ha mandato in frantumi il Muro Atlantico e ci ha sostenuto fino al collasso di quello di Berlino. Senza il D-Day, oggi non ci sarebbe Europa a 6, 15, 25 o più membri.

Non è mai successo fino alla metà degli anni Settanta che un presidente della Repubblica Federale ammettesse chiaramente e distintamente che la Germania era stata “liberata” anziché “invasa” alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E’ stato per mostrare la cruciale differenza tra queste due parole che persone (a me vicine e lontane) hanno sacrificato la propria vita a Lione, Omaha Beach, e Stalingrado.

Oggi, noi discutiamo sbadatamente di “legittimazione internazionale”. Ma l’unica e vera è stata inaugurata sulle spiagge delle Normandia. Se le Nazioni Unite, malgrado la propria consunta organizzazione, non somigliano affatto alla defunta Lega delle Nazioni, è perché i suoi fondatori a San Francisco giurarono che Giappone e Germania non sarebbero state né conquistate né colonizzate, ma semplicemente liberate dal fascismo. Da questo derivano i due principi che silenziosamente sottolineano la Carta dell’Onu, e conducono ad ineliminabili contraddizioni. Uno, il diritto dei popoli ad essere liberati, e due, i vincoli ai diritti del vincitore, che non può conquistare ma può introdurre la democrazia. Il diritto dei popoli ad essere liberati dal dispotismo estremo (il diritto al D-Day) prevale sull’abituale rispetto dei confini e su quello più datato della sovranità. In base alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e alla nostra conoscenza dei totalitarismi, il diritto essenziale dei popoli all’autodeterminazione non deve garantire né implicare il diritto dei governanti a disporre dei propri popoli. Lo sbarco in Normandia giustifica i recenti interventi in Kosovo, Afghanistan e Iraq, anche senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Per una ragione decisiva: l’originaria legittimazione che ha presieduto alla creazione delle Nazioni Unite prevale in autorità sull’ordinaria giurisprudenza delle istituzioni che da esse sono sorte. Inoltre, il recente decimo anniversario della strage dei Tutsi in Ruanda non permette a nessuno di dimenticare i terribili fallimenti delle Nazioni Unite. Né far dimenticare che il segretario generale, Annan, invoca una radicale riforma di istituzioni e legislazione internazionale.

Possono ancora gli Stati Uniti vantare un diritto di ingerenza, battezzato nel bagno di sangue per liberare l’Europa? Si, malgrado le ignominie commesse nelle prigioni irachene; moralmente intollerabili, politicamente controproducenti e strategicamente assurde, per le quali essi portano l’intera responsabilità? Si, perché al proprio meglio e al proprio peggio, gli Stati Uniti restano una democrazia. E la più esemplare. L’unica, a mia conoscenza, che nel mezzo di una guerra, non censura la divulgazione di crimini commessi da propri soldati. L’unica dove stampa e televisione rivelano entro poche settimane l’ampiezza dei torti e analizzano liberamente le conseguenze del disastro. L’unica dove i comitati del Congresso convocano il presidente, ministri, generali, capi dei servizi segreti e li interrogano senza reticenze e restrizioni. Permettetemi di ricordare qui che la Francia, così generosa nell’elargire lezioni, in quarant’anni non ha mai incriminato, giudicato o condannato uno dei soldati che commisero torture durante la guerra d’Algeria. Solo nell’anno 2000 i cosiddetti “eventi” (1954-1961) sono stati ufficialmente definiti “guerra” dal parlamento. E’ stato solo cinquant’anni dopo la fine dei giochi, nel 1995, che il Presidente ha ammesso le responsabilità della Repubblica per quello che è accaduto tra il 1940 e il 1945. E ancora oggi, a 10 anni dagli avvenimenti, e a differenza di Belgio, Onu e Washington, il nostro paese ancora rifiuta, dalla sinistra all’estrema destra, di porgere delle scuse ai Tutsi, vittime del genocidio. Questo è ciò che eleva noi, i francesi, alle vette morali inaccessibili a quei tonti di Yankee afflitti da una stampa insolente, un Senato che fa domande e dei legislatori costretti ad aprire i propri archivi e dare spiegazioni in tempo reale. Altrove, ascoltate la differenza, il silenzio regna.

Aprile 2004, primo video: tortura sistematica, corpi smembrati di presunti combattenti, piramidi di cadaveri. Secondo video: la deliberata esecuzione di una madre con i suoi cinque bambini (di età tra uno e sette anni) vicino Chatoi, in Cecenia. Due testimonianze filmate da soldati russi disgustati da quanto fatto da propri commilitoni. Un giornale di Mosca, Novaya Gazeta, è l’unico a pubblicare le foto. Nessuna reazione. Silenzio da radio, televisione, sistema giudiziario, militari e gerarchia politica, il mondo resta muto. George W.Bush è accolto dalle proteste, Vladimir Putin come un fratello.

Oggi, il cittadino americano resta l’unico ad osare giudicare e condannare i torti commessi a suo nome. L’America non è popolata da angeli, ma resta la nazione leader nel combattere per la difesa dei diritti umani, perché più di chiunque altro dà a se stessa i mezzi per rivelare e quindi condannare la loro violazione.

I diritti umani misurano la nostra capacità di resistere all’inumano, resistere al male che ci fronteggia, e al diavolo che ci portiamo dentro.


Articolo apparso sul Wall Street Journal del 4 giugno 2004

Unione europea, vera democrazia?

Discussioni/Unione Europea

Il politologo John Fonte è uno dei principali esponenti del pensiero neoconservatore statunitense. A Washington dirige il Center For American Common Culture dell’Hudson Institute, occupandosi tra l’altro di immigrazione e assimilazione, relazioni internazionali, sovranità e democrazia costituzionale. In questo contesto, è interessante analizzare la critica che egli muove alla costruzione unitaria europea.

Secondo Fonte, è in atto uno scontro tra due Occidenti. Da una parte, l’Occidente che continua a credere nello stato nazionale e nei principi di democrazia liberale, che raccoglie i cittadini americani e gli europei che si battono contro lo strapotere della burocrazia di Bruxelles. Dall’altra parte, il modello della “democrazia transnazionale”, fondato su principi di “global governance” e sul ruolo di organismi sovranazionali come quelli comunitari, o su altri come la Corte di Giustizia internazionale. I “progressisti transnazionali” sono portatori di una sorta di pensiero post-democratico. Lo scontro tra queste due visioni è uno dei conflitti più importanti a cui assisteremo nel ventunesimo secolo.

In particolare, secondo Fonte, nel sistema autenticamente liberal-democratico esiste un sistema di leggi votate da rappresentanti liberamente eletti, che devono rispondere direttamente agli elettori. Al contrario, le organizzazioni sovrannazionali e transnazionali non hanno questo vincolo, e sono espressione di una presunta “cittadinanza globale” alternativa a quello che egli chiama il concetto di patriottismo, e non devono rispondere a rappresentanti eletti. Sulla base di questo assioma discende il rifiuto della Corte di Giustizia Internazionale: in alcuni paesi i giudici devono rispondere ai parlamenti e comunque operare sulla base delle leggi da essi decise, mentre tale organismo sarebbe autoreferenziale, traendo da sé la propria legittimazione, a parte la statuizione di pochi e generali principi di funzionamento.

Secondo Fonte, la democrazia liberale rischia di essere sconfitta dai regimi ibridi transnazionali, che sono creati sulla base di una sorta di gigantesco neo-consociativismo basato non sul patriottismo, ma sull’appartenenza a gruppi sociali di riferimento: neri, donne, poveri. In particolare, il padre spirituale di questa concezione della democrazia sarebbe Antonio Gramsci, che storicamente sottolineava l’importanza dell’essere coscienti di far parte di un gruppo. In Francia, ad esempio, esistono delle quote riservate alle donne per l’elezione dei consigli provinciali. Come si nota, tutto il pensiero di Fonte è radicalmente avverso alla politica della affirmative action, che tutela le minoranze e promuove la loro integrazione nel corpo sociale. Prevale quindi l’ideale, a dire il vero un po’ consunto e vieppiù disconfermato, del mito americano del melting power intorno ai valori di una patria unificante e di una land of opportunity, dove l’individualismo rappresenta l’unico motore della società. Occorre quindi dire con forza che ogni individuo conta per quello che fa e non per la sua origine o peggio per l’appartenenza a qualche minoranza etnica, sessuale, o religiosa che si crede oppressa. Secondo Fonte, di fronte all’immagine di un uomo di colore in Gran Bretagna, i laburisti lo chiamerebbero “black“, i conservatori “british“. Secondo l’ideologia neogramsciana, invece, un uomo che fa parte dei “black people” continua a riprodurre gli stereotipi afro-americani, mettendo in pericolo le basi stesse della democrazia liberale.

In sintesi, la nuova Europa nascerebbe come una enorme costruzione neo-consociativa, senza idealità forti, e avrebbe quindi in sé i germi dell’autodistruzione e, peggio, l’assenza di una vera impronta democratica. Peraltro, tutti siamo consapevoli (soprattutto noi italiani…) che i patti consociativi funzionano solo quando la “torta” ha dimensioni tali da poter essere redistribuita sotto forma di “fette”, e non di briciole, altrimenti il sistema è condannato all’involuzione e alla stagnazione. Si tratta, come si intuisce, di temi forti, non sempre condivisibili. Si pensi all’assenza di una politica scelta di pari opportunità, che tutti sentiamo idealmente dovrebbe esistere, ma che tutti o quasi sentiamo già condannata in partenza, schiacciata dalla burocratizzazione e dal prevalere di comportamenti opportunistici e parassitari che favoriscono la prevalenza dei mediocri irreggimentati sui “cani sciolti” di valore…

André Glucksmann: un anno migliore

Discussioni

Il 2003 si è chiuso gradevolmente. Le persone oneste hanno potuto festeggiare la caduta di un tiranno abominevole, preso per la collottola -una volta tanto- acquattato tra la spazzatura.

Non male l’inizio del 2004. Gheddafi sembra disposto a rinunciare a far esplodere in volo aerei carichi di passeggeri. L’Iran annuncia concessioni in ordine alle sue ambizioni nucleari. Il governo pachistano si riavvicina all’India, prende le distanze dal terrorismo islamista, esita a perpetuare i propri commerci di armi di distruzione di massa. La Corea del Nord sembra meno vogliosa di aggiungere provocazione a provocazione, e più disposta ad annacquare il suo vino atomico. In Afghanistan una costituzione proclama l’uguaglianza tra uomini e donne. Charles Taylor ha smesso di insanguinare a tutto spiano la Liberia. E Milosevic dovrà rendere conto dei suoi crimini contro l’umanità, benché sia stato eletto deputato dai suoi concittadini nichilisti. In generale i dittatori del Ventesimo secolo, come Stalin, Mao o Franco, sono deceduti nei loro letti; e anche dopo aver perso il potere, come nel caso di Duvalier o Bokassa, hanno potuto trascorrere giorni tranquilli in qualche ritiro dorato. Fanno eccezione Hitler e il suo gregario Mussolini, periti nell’incendio mondiale dopo averlo spinto al parossismo. Nel 2003 il vento è cambiato, l’assassinio politico di massa non beneficia più automaticamente dell’immunità internazionale. L’esempio iracheno ha cambiato il corso delle cose.

Solo un ingenuo potrebbe credere alla sincerità di famigerati serial killer improvvisamente convertiti alle omelie umanitarie. Sembra però che i torturatori milionari scoprano oggi di non essere più tanto favoriti dalle circostanze. La saggezza comincia dalla paura: quando gli assassini curvano la schiena, ecco che il vizio rende omaggio alla virtù.

A costo di deludere gli innumerevoli pronostici apocalittici degli avversari dell’intervento militare in Iraq, bisogna constatare che la situazione mondiale oggi non è affatto peggiore di ieri; è vero anzi il contrario.

Spiacente per i milioni di manifestanti che hanno ricamato sul tema “Make tea, and not war”: la catastrofe annunciata non c’è stata. I pacifisti hanno riposto i loro striscioni e non si preoccupano minimamente delle guerre in atto. Non li tocca neppure per un attimo la sorte dei ceceni schiacciati sotto lo stivale russo, il calvario delle donne musulmane prigioniere del velo politico, quello dei civili massacrati su tutto il continente africano o dei tibetani e contestatori “trattati” dai servizi cinesi. Le nostre buone coscienze non si sgolano contro i poteri forti, ma solo contro Bush quando lo ritengono in una posizione di debolezza. Oggi le coorti anti, extra o alterglobaliste tornano alle loro teiere. Kadyriov e i suoi massacratori a Grozny? Aristide e le sue milizie a Port-Au-Prince? La giunta militare in Birmania? I guardiani della rivoluzione islamica a Teheran? Un terzo del pianeta sotto il tallone comunista? Nel dicembre 2003, alla vigilia di Natale, una famiglia tutsi, donne e bambini già miracolati dal genocidio, crocefissi da alcuni cattolicissimi hutu, agonizzano per tutta una notte a Butare (Ruanda)… tre righe sulla stampa. Neppure una parola dal papa. Nulla di tutto questo può turbare il sonno dei valorosi militanti della pace, già pronti senza fare una piega che il macellaio di Baghdad rimanesse intonso e intoccabile. Tutti perseguono le loro speculazioni ossessive sul futuro Armageddon fomentato dal satanico Busharon. L’entità malefica, Israele-Usa, non ha forse riportato la palma europei dei paesi più pericolosi del mondo? A loro volta, i leader antibellicisti di Parigi e di Berlino tentano di far dimenticare il loro triste bilancio. Sono riusciti a dividere durevolmente la comunità europea, a paralizzare la nato, a mettere fuori gioco l’Onu. E si ritrovano isolati quando il loro alleato Putin limita il danno, disponendo si a cedere sulla Georgia per qualche sorriso a Washington.

Tra meno di sei mesi sarà festeggiato in pompa magna il sessantesimo anniversario dello sbarco alleato in Normandia. Il cancelliere tedesco – prima assoluta – è invitato alla cerimonia. Finalmente! Evviva! La sua presenza rende definitiva una verità fondamentale: il 6 giugno 1944 le truppe americane, inglesi e canadesi non hanno “invaso”, bensì “liberato” l’Europa. Retrospettivamente, il popolo tedesco ammette di essere stato non già “occupato”, ma “emancipato” da una dittatura totalitaria.

A buon rendere. la Germania e la Francia, sull’esempio dell’Italia e della Polonia, sono tenute ad aiutare il popolo iracheno a uscire dalle rovine materiali e morali di una tirannia fortunatamente abbattuta dai liberatori, appena nove mesi fa.

André Glucksmann

Babbo Natale? Uno yeti psichedelico siberiano

Adotta Un Neurone

(di Giulio Gelibter)

(ANSA) – MOSCA, 23 DIC – Babbo Natale discenderebbe dal mitico Yeti nel quale resterebbero tracce del dio-bestia antico ”progenitore” degli sciamani siberiani che, in occasione del solstizio d’ inverno, portavano come regalo attraverso il tetto funghi allucinogeni? Questa immagine poco rassicurante del personaggio più popolare delle feste di fine anno emerge da ricerche di antropologi, etnobiologi e studiosi del folclore.

Lo Yeti, l’Abominevole uomo delle nevi, è stato segnalato in molte parti del mondo, dall’India alla Cina fino agli Usa e, da tempo immemorabile, in Siberia. Recentemente il biologo e alpinista russo Aleksander Semionov ha ritrovato sulle montagne siberiane dell’Altai, a 3.000 metri di altitudine, una gamba pelosa appartenente ad un essere che camminava in posizione eretta. Analisi successive, condotte dalla locale università di Barnaul, hanno escluso possa trattarsi di un orso, l’alternativa più probabile, o di altro animale vivente o scomparso. Il che lascia aperte per gli studiosi due sole ipotesi: o un ominide sconosciuto o uno Yeti.

Semionov, che in primavera continuerà le sue ricerche, ha detto di aver visto nello stesso luogo del ritrovamento ”grandi orme fresche” che sembrano quelle di uno Yeti.
L’antico essere riapparso nell’Altai risulta, agli esami scientifici, grande più o meno come un Homo Sapiens, ma con gli artigli e il corpo ricoperto di pelo rossiccio: l’immagine tradizionale degli avvistamenti dello Yeti, ma anche di quegli Uomini Selvaggi cui alcuni ricercatori fanno risalire l’origine di Babbo Natale, o del russo Nonno Gelo (Ded Moroz).
Se in Russia, come in Europa occidentale, un ruolo importante nella tradizione di Babbo Natale è attribuito a San Nicola, le credenze contadine fanno risalire Ded Moroz piuttosto all’antico Domovoi, lo spirito pagano che risiede nelle case fatte di pino e di abete e che viene chiamato ”Nonno”. Ma Nonno Gelo appare soprattutto come la sintesi positiva di divinità antico slave, Uomini Selvaggi come Zimnik, signore dell’inverno, e Karaciun, dio malefico del mondo sotterraneo.

L’ipotesi che la figura di Babbo Natale discenda da questi dei-bestia o Uomini Selvaggi è formulata in particolare dall’antropologa Phyllis Siefker nel suo libro ”Santa Claus, l’ultimo degli Uomini Selvaggi”, ovvero le divinità primitive che dominavano la vita delle campagne nel Medio Evo. Queste creature impressionanti ”coperte di pelo, fornite di gobba, simili a bestie”, scrive, erano furia e distruzione, ma anche ”responsabili della nascita, della crescita e della fecondità, e intime dei più profondi segreti dell’universo”. Dovevano, come il Rex Nemorensis dell’antico bosco di Nemi sacro a Diana, essere uccise davvero o simbolicamente affinché i cicli vitali continuassero. E da queste figure – che nella mitologia greca assunsero le sembianze di Pan, il dio caprone – emerse, secondo Siekfer, anche Santa Claus. E nelle cerimonie pagane, il dio-bestia, di cui resta traccia nel mito dello Yeti, era, scrive l’autrice, impersonificato dallo sciamano.

Ed è James Arthur, uno tra i più noti etnobiologi, a ricordare che “gli sciamani siberiani usavano e usano il fungo Amanita muscaria come un sacramento religioso” “Essi – dice – entrano attraverso un’apertura del tetto e portano questi funghi (allucinogeni) in grandi sacchi”. Sono vestiti di rosso e bianco, cioè i colori di Babbo Natale, ma anche dell’Amanita, che in Siberia cresce sotto pini e abeti. E le renne, che vivono nel Nord Europa e in Siberia e sono un altro importante simbolo del 25 dicembre, usano anche esse nutrirsi di questi funghi. E per questo, sembra suggerire l’autore, sono capaci di volare trasportando Santa Claus? Arthur continua ricordando che l’Amanita, al fine di non incorrere in un coma fatale, ma anche per rivelare i suoi effetti psichedelici, va mangiato dall’uomo dopo esser stato seccato o cucinato. E i siberiani, dice, seccano questi funghi davanti al fuoco: un’usanza sopravvissuta nel fatto di appendere calze bianche e rosse davanti al caminetto durante le feste.

E il fungo bianco e rosso è anche uno dei ciondoli più usati nelle decorazioni dell’albero di Natale. A confermare le ipotesi di Arthur ci sono gli studi di un altro etnobiologo della cultura psichedelica, Terence McKenna, autore di numerosi libri sull’argomento il quale ricorda che lo sciamanesimo è ”un insieme di tecniche la più importante delle quali è l’uso delle piante psichedeliche”.
E tali piante magiche sono usate specialmente durante il Solstizio d’Inverno, il giorno piu’ ‘oscuro’ dell’anno ma anche l’inizio della nuova ascesa della luce, il “Dies natalis invicti solis” dei romani da cui il nostro Natale discende.
Le sostanze psichedeliche viste non come una droga allucinatoria ma come un cibo degli dei, appartengono a quasi tutte le tradizioni religiose: dal soma indù alla manna mosaica fino all’amrita buddista e all’ambrosia greca. Ma di questo “cibo della conoscenza” solo in circostanze straordinarie l’uomo riusciva ad impadronirsi, o se ne vedeva offrire. Come Adamo ed Eva dal serpente nel Paradiso Terrestre. E come noi da Babbo Natale, suggeriscono studiosi e folclore. Ma in questo caso Santa (Claus) diviene piuttosto, dice Siefker, Satana.
(ANSA).

Cervelli in fuga

Discussioni

Il presidente Ciampi è diventato ormai, come i suoi predecessori e per ruolo costituzionale e istituzionale, un classico e frusto esempio di “macchina da auspici”: uno di questi è relativo alla lotta contro la “fuga dei cervelli”, altrettanto frusta espressione che indica l’emigrazione di molti dei nostri migliori talenti in tutti i campi, e non solo in quello della ricerca biomedica. Ecco un interessantissimo articolo-commento, largamente condivisibile aldilà degli usuali riflessi pavloviani antiberlusconiani della testata, dell’inviato sulla West Coast di Repubblica, Federico Rampini.

Cervelli in fuga, tornare si può
solo gli italiani restano in Usa
Settanta giovani ricercatori emigrati spiegano al ministro Stanca che cosa li trattiene ancora sulla West Coast

SAN FRANCISCO – Eccome se è possibile, il “ritorno a casa” dei cervelli emigrati all’estero. Ne sa qualcosa la Silicon Valley californiana, il centro mondiale delle tecnologie avanzate, alle prese con un problema nuovo: gli ingegneri indiani, i matematici cinesi che hanno fatto la sua fortuna, stanno davvero tornando a casa. Attirati dal boom delle due potenze emergenti – la Cina con un Pil che cresce dell’8% all’anno, l’India del 7% – migliaia di imprenditori, scienziati e manager di origine asiatica subiscono il fascino di Shanghai e di Bangalore, le Silicon Valley d’oltre-Pacifico. E poi, anche se la capacità di attrazione degli Stati Uniti resta comunque forte, l’11 settembre ha avuto una conseguenza pesante. Le nuove leggi antiterrorismo hanno imposto controlli minuziosi sul rilascio dei visti agli stranieri. La rete dei consolati americani all’estero è ingolfata dalle procedure di sicurezza. Il rilascio dei famosi H1-B – i permessi di lavoro su chiamata nominativa concessi su richiesta dell’industria per consentirle di reclutare tecnici e ricercatori dal resto del mondo – ora procede col contagocce. Lo stesso per docenti e studenti.

E’ un problema serio per l’America, visto che il 40% dei suoi scienziati di elettronica sono stranieri, un terzo dei premi Nobel che fanno ricerca nelle sue università hanno passaporto estero, e nella Silicon Valley il 30% delle imprese tecnologiche sono state fondate da immigrati asiatici.

E’ un problema per l’America, dovrebbe trasformarsi in un’opportunità per noi. La lentezza nel concedere visti per motivi di studio potrebbe arginare la fuga dei cervelli italiani. Purtroppo non è così. In Cina e in India il flusso non è più a senso unico, alcuni talenti scientifici cominciano anche a ritornare a casa, in Italia invece la direzione di marcia è una sola: continuano a scappare. Come il celebre professor Ignazio Marino che ha abbandonato il centro trapianti Ismett di Palermo, afflitto da troppi problemi burocratici e di finanziamento, ed è tornato negli Stati Uniti.

Perché l’Italia non riesce a creare un flusso di ritorni – anche solo parziale – lo spiegano in una lettera aperta settanta giovani ricercatori italiani che lavorano qui per la Microsoft di Redmond-Seattle. Questi settanta sono “stati cercati”. Li ha reclutati uno per uno la Microsoft, se li è andati a selezionare tra l’élite dei migliori laureati delle nostre università. In visita al quartier generale di Bill Gates (che si chiama campus, come un college universitario), il ministro italiano dell’Innovazione Lucio Stanca se li è trovati tutti davanti, quei settanta giovani connazionali. Gli hanno messo nero su bianco i motivi per cui se ne sono andati.

Eccone uno: perché la Microsoft da sola “investe 6 miliardi di dollari in ricerca ogni anno”, cioè il 60% di quel che spende (male) l’Italia intera, lo Stato più le università più tutte le nostre imprese messe assieme. Quindi la soddisfazione di lavorare per creare “innovazioni che hanno un impatto su un enorme numero di utenti”. E poi il vantaggio di “un ambiente di lavoro multi-culturale, dove l’interazione con persone provenienti da culture differenti obbliga a ragionare in termini globali e costituisce territorio fertile per la creazione di nuove idee”.

“Alcuni di loro tornerebbero anche volentieri in Italia – ha ammesso Stanca – ma dove? A fare che cosa?” Grande industria tecnologica non ne abbiamo più.
I settori tradizionali del made in Italy sono avari di investimenti in ricerca. In quanto all’università, assomiglia sempre di più a un buco nero, che inghiotte e distrugge ogni speranza di richiamo dei cervelli italiani fuggiti all’estero. Nonostante gli omaggi retorici del governo Berlusconi al modello americano, la sua politica di lesina dei finanziamenti e blocco delle assunzioni è quanto di più lontano dal vigoroso dinamismo delle facoltà americane. L’Italia sta producendo una università di vecchi, dove per il mancato ricambio generazione l’età media dei docenti sfiora ormai i 60 anni.

E chi mai dovrebbe abbandonare i centri di ricerca della Microsoft, i laboratori di Berkeley o Stanford o del Mit per rientrare in una università presidiata da cariatidi avvinghiate alle loro poltrone? In quanto agli investimenti del sistema paese per la ricerca, con l’1,07% del Pil l’Italia è molto staccata dall’Europa (dove la media è 1,9%), essa stessa in grave ritardo sugli Stati Uniti che dedicano alla scienza il 2,8% del loro reddito nazionale.

Il privato è colpevole quanto il pubblico, il capitalismo modello “Viale dell’Astronomia” (sede della Confindustria) è il più arretrato e miope di tutta l’area del G7. Le imprese italiane non credono alla ricerca, il loro contributo è appena il 43% dell’investimento nazionale – già basso – contro il 56% nell’Ue e il 66% negli Usa. I nostri settanta giovani alla Microsoft nella loro lettera aperta invocano “maggiore integrazione tra università e mondo del lavoro”. Se questo rapporto da noi non funziona, le responsabilità sono equamente ripartite. Stanca ricorda che perfino alla Bocconi – che si vorrebbe la più cosmopolita delle università italiane – solo l’1% dei finanziamenti viene dall’industria, contro il 30% di fondi privati che affluiscono alla sua concorrente francese, l’Insead di Paris-Fontainebleau.

E’ sconcertante che una nazione di antica industrializzazione perda colpi anche in questo campo rispetto a Cina e India. Loro già riescono a far tornare una parte dei loro cervelli che hanno studiato in America, l’Italia al contrario vede aggravarsi la sua patologia: l’emigrazione dei talenti è quadruplicata negli ultimi dieci anni, si è passati dall’1% al 4% dei laureati (possono sembrare pochi, ma non lo sono perché è l’élite, il vertice della piramide che sparisce all’estero).

Con la Spagna, siamo l’unico paese europeo ad avere più partenze che arrivi di stranieri. E i nostri trovano un ambiente talmente più ricco di opportunità oltre il confine, che se ne vanno davvero per sempre. La prova: il Censis ha calcolato che il 76% di tutti i cervelli italiani emigrati vive all’estero da più di dieci anni. Le cause dell’esodo? Al primo posto la burocrazia della ricerca, poi la mancanza di laboratori adeguati, gli stipendi troppo bassi. Tutti mali che difficilmente saranno curati con iniziative d’immagine come la creazione dell’Iit, prima ancora di nascere battezzato pomposamente “il Mit italiano”. Senza sapere, forse, che il miliardo di euro di stanziamento previsto dal governo italiano per questa superfacoltà, è la ventesima parte del fondo di dotazione di una grande università come Harvard o Stanford.

Scimmiottare l’America nelle sigle, fare il contrario dell’America nella sostanza: sembra la regola italiana. Prima di Stanca, decine di delegazioni governative sono venute in pellegrinaggio a studiare il “miracolo” della Silicon Valley. Incontrano Federico Faggin, padre dei microprocessori Intel; i top manager della Cisco Mario Mazzola e della Logitech Guerrino De Luca; i venture capitalist Enzo Torresi, Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini, Gianluca Rattazzi; il pioniere della biogenetica Cavalli Sforza, il co-fondatore della Genentech Roberto Crea. Non uno di questi talenti è stato mai convinto a fare i bagagli e tornare in Italia.

I problemi strutturali del nostro paese sono conosciuti: l’assenza di un vero sistema-paese, il peso eccessivo del capitalismo da debito, che a sua volta ha provocato la patologia della presenza della politica nell’imprenditoria privata. Vedasi il caso delle banche, con la sopravvivenza di vecchi schemi di padrinaggio e consorterie ultra-localistiche, sotto l’ideologia ipocrita della tradizione e del radicamento territoriale. La “adverse selection” delle capacità professionali che ciò implica, gli ampi e persistenti baronaggi accademici, l’assenza di vero senso dello stato a pressoché tutti i livelli della società italiana (fate un giro in Veneto, non solo nel Mezzogiorno, ma forse lì è autodifesa…). Una classe imprenditoriale miope e ottusa, molto bene incarnata dal proprio attuale massimo rappresentante. Come è possibile pensare che sia possibile invertire questa tendenza senza interventi “strutturali” nella coscienza del paese, presidente Ciampi? Le giaculatorie non servono a nulla, l’interventismo, anche spinto, sì. La nostra Costituzione ha in sé delle risorse insospettate ed insospettabili, che permettono al presidente un ruolo di indirizzo, non solo morale ma anche “operativo”, dell’agenda politica, con buona pace di quanti si ostinano a vedere nel ruolo presidenziale quello di un grigio notaio, le usi per favore, almeno in questo ambito…

Indro Montanelli, storia di un altro italiano

Riletture

Sul Risorgimento, lo Stato e il federalismo – “La Repubblica (…) si presentava come depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era stata affatto, come pretendeva di essere, la lotta di un popolo in armi contro l’invasore, bensì una lotta fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l’80 per cento si batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere di un partito a sua volta al servizio di una potenza straniera.” (…) “Il Risorgimento come epopea dello spirito unitario e patriottico è un falso storico. Il Risorgimento fu un fatto elitario, passato sopra le teste del popolo che se lo ritrovò scodellato insieme all’unità del Paese. L’Italia, insomma, nacque da una montagna di patacche su cui campiamo da oltre 150 anni a prezzo, si capisce, d’altre patacche, come quella di uno stato centralistico garantito solo dalla sua inefficienza. Lo Stato italiano è prepotente, vessatorio, talvolta anche persecutorio. Ma non perché sia forte, anzi proprio perché è debole. Il federalismo ha bisogno invece di un radicato sentimento d’identità nazionale che faccia da diga alle spinte centrifughe che il federalismo stesso scatena. E se l’Italia ne infila la china, non ha in mano i freni per poter regolare la corsa, e si sfascia.”

Sul sistema cultural-propagandistico togliattiano – “I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, si impadronirono degli archivi della polizia segreta, del Ministero dell’Interno e del Minculpop. Comincio così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta nemmeno quello. (…) quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto quello che dicevano o facevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui “Candido” costituì, assieme al “Borghese”, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l’opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva.” Leggi tutto

Esportare la democrazia?

Discussioni/Stati-Uniti

La guerra in Iraq ha sollevato il dibattito (a dire il vero, lo ha riproposto) circa la possibilità di favorire l’instaurarsi di modelli di organizzazione politica di tipo democratico anche nei paesi islamici, cioè essenzialmente sull’universalità del modello di democrazia liberale.

Molti leader politici e culturali del mondo islamico (con la significativa aggiunta della Cina) ritengono che l’enfasi posta su temi quali i diritti umani, l’eguaglianza tra i sessi, il rispetto delle minoranze etniche e delle diversità di costumi sessuali, rappresentino esclusivamente una nuova forma di imperialismo del mondo occidentale. Il punto cruciale della questione resta quindi se accettare o meno il concetto di centralità dei valori occidentali, o se ritenere gli stessi solo come un “accidente della storia”, ovvero come una contingenza sviluppatasi da circa un secolo, che non può essere considerata definitiva, né applicabile a tutte le civiltà sulla terra (per usare la classificazione di Samuel Huntington, la cristiano-ortodossa, la sinica, la indica, la latino-americana).

Di seguito riproduciamo un articolo di R.Inglehart e P.Norris, comparso sul numero di marzo-aprile di Foreign Policy:

La promozione della democrazia nei paesi islamici è ora uno dei più popolari argomenti di discussione dell’Amministrazione Bush (…). Il Segretario di Stato, Powell, afferma “dobbiamo rigettare la nozione condiscendente che la libertà non possa crescere nel Medio Oriente”, mentre il Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, ha promesso, lo scorso settembre che “Gli Stati Uniti sono impegnati nella marcia per la libertà nel mondo musulmano.”

La controversa tesi del saggio del 1993 di Samuel Huntington – che la divisione culturale tra la “cristianità occidentale” da un lato e la “cristianità ortodossa e l’Islam” dall’altra è la nuova linea di faglia per il conflitto- risuona più alta che mai dopo l’11 settembre (…)

La risposta di Huntington (sul perché la democrazia non riesca ad attecchire nei paesi arabi) sarebbe che il mondo musulmano manca dei valori politici centrali che hanno dato origine alla democrazia rappresentativa nei paesi di civiltà occidentale: separazione di autorità religiosa e secolare, dominio della legge, pluralismo sociale, istituzioni parlamentari di governo rappresentativo, e protezione di diritti individuali e libertà civili come “cuscinetto” tra i cittadini e il potere dello Stato.(…) Secondo le ultime classifiche Freedom House, quasi due terzi dei 192 paesi del mondo sono ora democrazie elettorali. Ma tra i 47 paesi con maggioranza musulmana, solo un quarto sono democrazie elettorali, e nessuna delle società centrali arabiche ricade in questa categoria. (…)

Secondo un sondaggio sul cambiamento politico e socioculturale compiuto nei periodi 1995-96 e 2000-2002 dal World Values Survey (WVS) e che comprende oltre l’80% della popolazione mondiale, lo scontro culturale tra Occidente e Islam non è sui valori politici, bensì sull’eguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale.

Commentando la situazione delle donne nel Medio Oriente, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite ha osservato la scorsa estate che “Nessuna società può raggiungere il livello desiderato di benessere e sviluppo umano, o competere in un mondo globalizzato, se metà della propria popolazione resta marginalizzata e priva di potere”.

Per testare le tesi di Huntington, secondo le quali ogni sforzo di promuovere le idee di libertà civili, di genere, separazione di Chiesa e Stato, libero mercato, costituzionalismo, individualismo, diritti umani viene bollato come “imperialismo dei diritti umani”, è stata condotta una survey in 22 paesi rappresentanti la cristianità occidentale, 10 nazioni centro-europee, 11 società a maggioranza musulmana, 12 società tradizionalmente ortodosse (come Russia e Grecia), 11 paesi latino-americani predominantemente cattolici, 4 società est-asiatiche plasmate da valori Sino-Confuciani, 5 paesi dell’Africa Sub-sahariana, più Giappone e India. In tutti i paesi, una chiara maggioranza descrive l'”avere un sistema politico democratico” come una cosa “buona” o “ottima”. Ciò rappresenta un drammatico cambiamento dagli anni Trenta e Quaranta, quando regimi fascisti ottenevano plebisciti in molte società, e per molti decenni, i regimi comunisti ebbero un sostegno diffuso. In Albania, Egitto, Bangladesh, Indonesia, Marocco, Azerbaijan e Turchia, tra il 92 e il 99 per cento dell’opinione pubblica approva il concetto di istituzioni democratiche, mentre gli Stati Uniti si fermano a 89 per cento. Tuttavia, esprimere sostegno sul piano declamatorio non è abbastanza: si pensi al caso della Cina, dove il concetto di libero mercato è incoraggiato e diffuso, o all’Iran, dove i riformisti alle ultime elezioni hanno ottenuto i tre quarti dei seggi, ma l’elite teocratica mantiene salde le redini del potere.

Una solida maggioranza di popolazione vivente in Occidente e nei paesi Musulmani assegna un punteggio elevato alla democrazia come forma più efficiente di governo, con il 68% in disaccordo che “le democrazie non decidono”, e “le democrazie sono incapaci a mantenere l’ordine”. Le società islamiche mostrano un maggiore supporto per le figure di leader religiosi che giocano un ruolo di leadership attiva nella vita pubblica rispetto ai paesi occidentali, ma questa preferenza è comune anche ad altre società meno secolari non islamiche in giro per il mondo, come l’Africa Sub-sahariana e l’America Latina. Tuttavia, quando si testano gli atteggiamenti verso l’uguaglianza di genere e la liberalizzazione sessuale, il gap culturale tra Islam e Occidente raggiunge l’apice. Misurato attraverso il livello di dissenso a domande quali quelle relative al fatto che gli uomini siano migliori leader politici rispetto alle donne, oppure che l’educazione di livello universitario sia adatta e opportuna per i maschi e non per le femmine, i paesi occidentali e quelli islamici totalizzano un punteggio, rispettivamente, di 82 e 55 per cento. E i paesi musulmani sono inequivocabilmente riguardo a omosessualità, aborto e divorzio. In ogni democrazia che sia realmente tale, una vasta maggioranza dell’opinione pubblica dissente dall’affermazione “gli uomini sono migliori leader politici delle donne”. Nessuna delle società dove meno del 30 per cento rigetta questa proposizione (Giordania, Nigeria e Bielorussia) è una vera democrazia. Ci sono poi casi borderline, dove la parità è formalmente assicurata, ma nei fatti le cose vanno diversamente. In Cina, dove Mao definiva le donne “l’altra metà del cielo”, esiste un’ampia discriminazione sui luoghi di lavoro, e le donne che occupano posizioni di responsabilità politica sono pochissime. Discorso analogo per l’India, spesso definita come “la più grande democrazia del mondo”, ma dove persistono forti contraddizioni. Una donna-leader che ha guidato il paese per 15 anni, e la violenza domestica ai danni delle donne e prostituzione forzata. I diritti delle donne sono garantiti dalla costituzione indiana.

Discorso analogo, e più accentuato, riguardo l’accettazione dell’omosessualità. Anche qui, il livello di accettazione appare correlato alla struttura democratica sostanziale del paese

La conclusione degli autori afferma che l’introduzione dell’industrializzazione può essere un elemento di partenza per l’affermazione dei cosiddetti valori di self-expression, con l’aumentata partecipazione femminile alla forza-lavoro e la caduta dei tassi di fertilità, e lo studio cita il caso della Turchia, paese di cultura islamica (sebbene istituzionalmente laico), dove lo sviluppo economico ha aumentato il livello di adesione della popolazione ai valori “occidentali”, non senza contraddizioni anche rilevanti.

Anche nelle democrazie consolidate, il cambiamento negli atteggiamenti culturali – e in ultima istanza negli atteggiamenti verso la democrazia – sembra essere strettamente legato alla modernizzazione.
(Nostra traduzione e adattamento)

Robert Kagan, “Paradiso e potere – America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”

Riletture/Stati-Uniti

Spesso si dice che gli Stati Uniti sono imprigionati in una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell’homo homini lupus, un mondo anarchico in cui leggi e regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dei valori liberali dipendono ancora dall’uso della forza, mentre l’Europa, anche grazie alla costruzione unitaria, è entrata in un paradiso post-storico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono le divergenze profonde di oggi tra le due sponde dell’Atlantico, che stanno facendo venir meno, o perlomeno ridefinire, il concetto tradizionale di “Occidente”. Ma è davvero così? Gli Americani sono un popolo di bruti e aggressori, sempre pronti a prendere il fucile ed applicare la pena di morte, in patria e fuori, mentre gli europei rappresentano il trionfo della logica, del negoziato, dei legami commerciali ed economici per cementare le nazioni? A questa domanda tenta di rispondere Robert Kagan, col suo saggio “Paradiso e Potere”. I risultati a cui giunge sono ampiamente condivisibili. Leggi tutto

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