Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Leggere, scrivere e far di conto

Economia & Mercato/Italia

Luciano Violante, ieri sera ospite di Ballaro’ su Raitre, commentando il rimpatrio di capitali indotto dallo “scudo fiscale”, si lancia in alcuni commenti arditi e in uno spettacolare svarione. Afferma infatti l’esponente diessino che “la mafia ricicla al 25 per cento, lo Stato con lo scudo fiscale ha riciclato al 2.5 per cento, mettendo fuori causa la mafia”. Il riferimento è all’imposta sostitutiva del 2.5 per cento, in titoli di stato o contanti, pagata da chi ha aderito al rimpatrio di fondi depositati all’estero negli scorsi anni in violazione dell’allora vigente normativa valutaria. Certo il parallelo tra mafia e stato concorrenti nel riciclaggio è piuttosto ruvido, ma il realismo ha suggerito che per far rientrare in Italia dei capitali (certo non tutti di origine criminale) usciti per sottrarsi ad una legislazione fiscale perlomeno vessatoria questa fosse l’unica via. Ma Violante si supera subito dopo. “Chi ha illecitamente esportato un miliardo di lire, ora li rimpatria e se ne ritrova 975 milioni. Chi ha lasciato i propri soldi in Italia, dopo le tasse se ne ritrova 600”. Ora, è palese che Violante confonde l’imposta sui redditi (che colloca spannometricamente al 40 per cento, peraltro annuo), e l’imposta sullo stock di ricchezza finanziaria fatta rientrare, che e’ tutt’altra cosa, e che certo non è reddito. Chiedere un’oncia di competenza incastonata in un mare di demagogia è troppo?

Eventi epocali

Italia

L’Unità ci dispensa l’ultima perla del solito, avvilente modo di fare “informazione”.
“A Napoli un gruppo di disoccupati ha occupato la sezione elettorale di Piazza S. Maria degli Angeli, impedendo per un breve periodo le operazioni di voto. Nessuno scontro con la polizia intervenuta per liberare il seggio. All’origine della protesta pare ci sia la promessa fatta dal governo (in cambio del sostegno al candidato di centrodestra) di ricevere una delegazione di disoccupati e di ascoltarne le richieste”.

Che a Napoli ci sia (da sempre) la questione aperta dei disoccupati (più o meno “storici” ed “organizzati”) è problema talmente evidente che nemmeno i “democratici” governi del centrosinistra sono riusciti a risolvere. La logica del “pacco di pasta” in cambio del voto, a quelle latitudini, ma non solo, è forse una delle poche cose veramente bipartisan di questo paese. Scrivere quel “pare ci sia stata la promessa fatta dal governo” rappresenta lo zenit del giornalismo d’accatto, quello fatto di sussurri, grida e teorie cospirative, elemento quest’ultimo da sempre molto caro ad una parte (purtroppo non minoritaria) della sinistra, con l’ultima variazione sul tema, quella dei brogli preventivi, che sta venendo applicata anche alle presidenziali americane.

Personalmente, non avremmo attribuito una valenza così dirompente all’assegnazione di 7 (diconsi sette) seggi alla Camera, su un totale di 630, ma tant’è, il sano spirito di rivalsa democratica leva fiamme talmente alte che abbiamo deciso di partecipare al teatrino. Dei seggi in palio, quattro erano in precedenza assegnati al centrosinistra e tre al centrodestra.

Per il resto, l’affluenza alle urne molto bassa, è segno (azzardiamo) di una crescente disaffezione per la partecipazione politica a riti collettivi sempre più sterili.

Quando in questo paese si è introdotto quel centauro che è l’attuale sistema elettorale si è detto che i collegi uninominali avrebbero avvicinato il Palazzo alla gente. Bene, cosa realmente è cambiato? Il paese ha plebiscitariamente sfiduciato il governo? E questo scarso afflusso alle urne, anche nella “democratica” Toscana, che significa? Forse che questo governo ha talmente indebolito i meccanismi di partecipazione democratica o piuttosto che un congruo numero di cittadini si è stancato tra le altre cose di vedersi paracadutare nel proprio collegio elettorale candidati che nulla c’entrano con la realtà del territorio? In fondo, questa è una tradizione piuttosto consolidata, vedi Di Pietro al Mugello.Chi ha sentito le dichiarazioni di Zaccaria, a Milano in giro per mercati rionali a stringere mani, è rimasto a metà tra l’interdetto e l’indignato: continui riferimenti a beghe centrali, una spruzzata di “Milano non può essere umiliata in questo modo” e via recitando, nell’assoluta ignoranza delle tematiche locali (ahi ahi, che brutto aggettivo…). Ma Zaccaria non è poi così estraneo alla città di Milano: ha una sorella che ci vive, e lui è interista, quindi anche la sua “storica” elezione “nel feudo di Bossi” ha un valore fortemente simbolico, auguri.

Il mio fascismo è più progressista del tuo

Discussioni/Italia

Pubblichiamo il commento apparso su informazionecorretta relativo all’episodio di squadrismo “progressista”, con immancabile corollario omertoso e cono d’ombra mediatico, avvenuto all’Università di Pisa, prestigioso ateneo di una prestigiosa regione democratica quale la Toscana. Come noto, alcuni squadristi di sinistra hanno impedito ad un diplomatico israeliano di parlare in un’ aula universitaria. Aspettiamo (vanamente) i commenti sdegnati dei politici ulivisti, di Repubblica, intenta a dibattere dei pantaloni a vita bassa, dell’Unità e dei grilli parlanti alla Curzio Maltese, sempre intenti a denunciare la progressiva limitazione delle libertà fondamentali di questo paese, ma in questo specifico caso evidentemente distratti…

È da qualche anno che si dibatte incessantemente in Italia se vi sia o non vi sia un regime fascista. Il berlusconismo è autoritarismo? Oppure è peronismo. No, è autentico fascismo. Ma il fascismo è un’altra cosa. Sì ma a parte le manifestazioni esteriori l’essenza è quella… Un chiacchiericcio infinito.
Ed ora eccolo, un bell’episodio di fascismo, fascismo puro, a denominazione di origine controllata e garantita, quello del manganello e dell’olio di ricino. All’israeliano Shai Cohen è stato impedito di parlare in un’Università dello Stato, quella di Pisa, da un gruppo di teppisti di estrema sinistra, che hanno fatto uso di metodi di una violenza raccapricciante e ricorso a espressioni razziste e antisemite; e infine hanno rivendicato trionfalmente l’atto che ha «impedito che fosse data voce al rappresentante ufficiale di uno stato assassino». Le autorità accademiche hanno taciuto, non hanno chiamato la polizia, poi hanno deplorato, chiesto scusa, emesso comunicati, ma quel che dovevano davvero fare – riconvocare il seminario con tutte le garanzie – neppure a parlarne.
Ed anche questo è clima da anni venti, quando le squadracce nere picchiavano indisturbate, la polizia non interveniva o stava a guardare e le autorità dicevano che no, era un fenomeno marginale, che tutto era sotto controllo, e si defilavano vilmente.
Volevate tanto parlare di fascismo? Ecco, ora l’avete un episodio di fascismo puro, con tanto di cedimento alla Facta. Avete l’occasione d’oro di parlare di un fascismo indiscutibile. Finalmente ecco un vero esempio di emergenza democratica, la circostanza in cui mostrare che, se non è possibile impedire a priori l’atto squadrista, è fondamentale mostrare che ad esso non ci si piega. E invece no: soltanto borbottii imbarazzati e nessun atto concreto. Altro che “no pasaran”. Gli squadristi hanno vinto e sono passati.
Questa vicenda è, in primo luogo, la vergogna dell’università, del mondo accademico e intellettuale che ha soltanto dato mostra di pavidità, vigliaccheria, se non di vera e propria connivenza. In quale buco sono finiti i grandi campioni della libertà, coloro che tutti i giorni predicano di combattere per un paese libero, democratico, in cui a tutti sia consentito esprimersi liberamente? Pronti a stracciarsi le vesti al minimo sentore di discriminazione verso il mondo islamico, sono latitanti di fronte alla violenza subita dall’israeliano.
Ci dobbiamo chiedere poi cosa stia facendo il Ministro dell’Università. Non ha nulla da chiedersi e chiedere di fronte a quel che è accaduto nel settore di sua diretta competenza? Perché il signor Ministro, il Presidente della Conferenza dei Rettori e il Rettore dell’Università di Pisa non accompagnano di persona Shai Cohen, anche al rischio di prendersi qualche sputo o bastonata, a fare il suo seminario? Perché non lo fanno all’unico fine di dimostrare che questo è un paese democratico in cui non c’è spazio per lo squadrismo?
Last but not least, c’è l’aspetto politico. Questa vicenda è la vergogna e il disonore della sinistra italiana. Dove sono i dirigenti della sinistra? Dov’è l’onorevole D’Alema, che passa le sue giornate a prendersela con l’assassino Sharon e si adonta se lo si accusa di tendenziosità e di antisemitismo? Non era questa l’occasione d’oro per dimostrare che lui è persona equanime ed equilibrata, e per intervenire di persona a cancellare la macchia che ha imbrattato la città dei suoi antichi studi? E cosa fa Romano Prodi, nella sua duplice veste di professore e di leader del Gad? Lui, tanto solerte a nominare Tariq Ramadan – quel signore di cui ormai un libro ha mostrato il vero volto integralista e fanatico – membro del “gruppo dei saggi sul dialogo dei popoli e delle culture della Commissione Europea”, non trova un’oncia di fiato da sprecare per difendere i diritti dell’israeliano a parlare? L’Italia che ci promette è dunque il paese della diserzione di fronte allo squadrismo?

Non commentiamo infine, per rispetto alla decenza, il comportamento del gruppo consiliare di Rifondazione Comunista del Comune di Livorno, che ha rifiutato di votare una mozione di solidarietà a Shai Cohen, parlando di intervento che “avrebbe” impedito a Cohen di parlare e asserendo che “nessuno può trasformare un dissenso politico (sic!) in atto razzista”. Ci limitiamo a chiedere ai dirigenti della sinistra: è con questa gente che volete governare un paese democratico?
Forse il fascismo rosso non passerà, ma di certo non sarà merito di coloro che si fregiano ossessivamente della bandiera dell’antifascismo e che, in questa vicenda, si sono conquistati soltanto la palma del disonore.

Eroi mercenari

Italia

Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari, De Benedictis, che in un’ordinanza era riuscito a scrivere che Stefio, Cupertino, Agliana e il povero Quattrocchi erano “mercenari”, “fiancheggiatori (sic, ndr) degli Stati Uniti“, e che “questo spiega, se non giustifica l’atteggiamento dei sequestratori nei loro confronti” (ri-sic, ndr), torna sui suoi passi e spiega di essere stato frainteso, che ha sempre considerato Quattrocchi “un eroe”, che “E’ una questione di grammatica, semanticamente mercenario è colui che combatte e che rischia la propria vita in favore di un’altra persona o anche di un esercito, per denaro, nel caso di specie io ho usato il termine per intendere che rischiavano la propria vita ed offrivano la loro protezione a privati”.”Per quanto riguarda l’essere fiancheggiatori della coalizione – ha precisato ancora il gip – si intende dire in diritto, perché è una frase giuridica, che c’è qualcuno che offre il proprio fianco, il proprio aiuto.”

Come possiamo commentare? Fino a ieri, pensavamo di trovarci di fronte al solito giudice progressista a 32 carati, uno di quelli che vanno in piazza a cantare “Bella ciao”, con Santoro e la Gruber, inneggiando ai “partigiani” iracheni. Oggi, dopo averlo visto in televisione ed esserci fatti un’idea anche antropologica di questo signore, pensiamo che si tratti più semplicemente di un piccolo burocrate di provincia che ha frequenti colluttazioni con la lingua italiana. Non si spiegherebbe diversamente l’utilizzo sinonimico di termini come “mercenari”, “body guard” e “gorilla” (ri-ri-sic, ndr). Malgrado ciò, abbiamo già avuto il riflesso pavloviano dei comunisti italiani, che chiedono un dibattito parlamentare sulle conclusioni di questa bizzarra ordinanza, per “capire” (altra mirabile costruzione retorica caratteristica della sinistra) se “esistono o no mercenari italiani in Iraq”. La sequenza è quindi la seguente: un giudice scrive una sentenza o un’ordinanza; una parte politica (sempre la stessa…) chiede un dibattito parlamentare “per capire”; al diniego della maggioranza, iniziano inchieste, dossier, fiaccolate e trasmissioni su Raitre, sempre “per capire”, il tutto con l’abituale rullo di tamburi di sdegno per “l’attentato all’autonomia della magistratura”, che pensiamo non sia mai stata così ampia nella storia italiana, vista la quantità di sciocchezze che i giudici oggi possono così impunemente scrivere. Serve un test psico-attitudinale per gli aspiranti magistrati? Si, ma anche uno linguistico, altrimenti un giorno verranno a dirci che il termine “liberale” è, “in fatto e in diritto” e “nel caso di specie”, sinonimo di crimine contro l’umanità. Ora attendiamo con ansia l’esito della valutazione su questo caso del Csm, il sacro “organo di autogoverno” dei giudici italiani, anche se meglio sarebbe definirlo organo di autoassoluzione della casta togata, perché il conflitto d’interessi in Italia è anteriore alla comparsa sulla scena di Berlusconi.

Ombre rosse

Economia & Mercato/Italia

Come ogni autunno, e’ ricominciata la saga nazional-popolare della legge finanziaria, quest’anno con la “novità” delle tanto strombazzate riduzioni alle aliquote sui redditi personali. In attesa di vedere come finirà, ci colpisce molto l’urlo di dolore del centrosinistra, e la cosa merita qualche approfondimento. L’Ulivo dice che tutta l’operazione è un gigantesco inganno, molto peggio di una partita di giro, perché gli enti locali saranno costretti ad applicare nuove tasse, mentre governo e maggioranza ritengono che il taglio delle aliquote servirà a rimettere in movimento un’economia asfittica come quella italiana. Crediamo che nessuna delle due cose sia vera: non è vero che gli sgravi fiscali serviranno a far ripartire l’economia italiana, che sta progressivamente deindustrializzandosi, non potendo più contare sulle svalutazioni competitive del cambio. Stiamo vivendo la fine di un sistema-paese, e solo un profondo trauma, simile all’uscita della lira dallo Sme nel ’92, potrà produrre un cambiamento durevole. Ma allo stesso tempo, abbiamo la netta, sgradevole impressione che in questo paese esista un blocco sociale che ha costruito le proprie fortune sulle tasse, e continua a non realizzare che le risorse sono finite. I comuni fingono di voler una qualche forma di “federalismo”, purché preservi la loro irresponsabilità fiscale, i sindacati vogliono la “concertazione”, cioè la sistematica sottrazione di valore aggiunto al lavoro dipendente e a favore dell’impresa purché continuino ad ottenere in cambio delle forme di sussidio pubblico alle proprie attività, vedi i patronati e non solo, i politici continuano a fare l’unica cosa che sanno fare, per natura: annusare l’aria e giocare di sponda. In Europa in questo momento stiamo affrontando la concreta minaccia del declino economico, che porta con sé inevitabilmente anche quello sociale, con buona pace del solito chiacchiericcio sulla multietnicità ineluttabile, meglio se islamica. Ci sono due modi per reagire al declino: quello di aumentare la dose di stato e regolamentazioni pubbliche, e quella di aumentare la flessibilità dell’economia, a tutti i livelli, anche se questo può (inizialmente) risultare doloroso. In Italia, siamo riusciti a trovare l’ennesima “terza via”: un nucleo di soggetti “protetti”, ed uno esterno di soggetti “flessibilizzati”, che vivono in una condizione di permanente precarietà. Ora attendiamo dal governo Berlusconi la riforma delle libere professioni, ultimo bastione medievale di una società sclerotizzata, dove alberga ancora il germe della rendita parassitaria, e che un governo sedicente “liberale” come questo non può non avere in agenda. Un bel tema “progressista”, sempre che qualcuno a sinistra riesca ad accorgersene, ma ne dubitiamo, visti i tradizionali riflessi pavloviani che questo schieramento sviluppa nei confronti dei poteri forti, in una permanente ansia da legittimazione che li fa apparire come i veri conservatori. Alla Grande Alleanza Democratica (perché, lo schieramento avversario è forse fascista? O forse “democratico” è qui inteso nello stile un po’ demodè ma sempre irresistibile del patto di Varsavia e del Comintern?) vorremmo suggerire di essere più “operativi” nella critica, magari ricostituendo un bel governo-ombra che presenti una legge finanziaria anch’essa ombra, ma che abbia proposte concrete per la finanza pubblica, senza limitarsi alla solita fraseologia millenaristica dei lutti e devastazioni prodotti dalla “destra” di Berlusconi.

La Rai s’è desta

Italia

Annuncio trionfale di “Repubblica”: Mediaset perde ascolti a vantaggio della Rai. In un articolo apparso online, e dai toni bizzarramente trionfalistici, l’articolista parla di “numeri che fanno da suggello ad un periodo nerissimo per l’azienda di Cologno Monzese”, di “uno schieramento di forze, quello messo in campo dalla tv pubblica, difficile da contrastare”, di “allarme continuo, rosso, infinito”, mentre in Rai “dirigenti di primissimo piano che si chiamano da una stanza all’altra, si abbracciano e pronunciano commenti irriferibili sui disastri d’ascolto del Biscione. A Mediaset lo hanno saputo e si è registrato più di un travaso di bile”. Insomma, “una Rai rinata, splendente, attivissima. Mai vista così da anni e anni a questa parte.”

Siamo molto felici per la Rai, anche se continuiamo a non capire perché in questo paese le vicende della televisione riescano ad occupare spazi non irrilevanti sulla carta stampata, in un corto-circuito che non ha eguali nel resto del mondo occidentale, dove un qualsiasi Baudo o Bonolis riescono ad assumere rilevanza politica. Quello che vorremmo invece sottolineare è che questa nuova situazione sembra far venire meno tutto il castello di carte di quanti hanno sempre sostenuto che, dato il conflitto d’interessi di Berlusconi (che anche noi consideriamo indecente), la Rai sarebbe stata destinata ad un lento, inesorabile declino, a tutto vantaggio degli utili della piovra Mediaset. Le cose non stanno andando esattamente in questo modo, anche se preferiamo non indagare sulla qualità dei programmi, sempre molto “esile”, per usare un eufemismo, con abbondanza di format d’importazione, voyeurismo a buon mercato e fagioli in scatola da contare. Ancora una volta, i sostenitori della teoria cospirativa hanno avuto torto. D’accordo, ora in Rai ci sono meno psicodrammi collettivi, non c’è più una presidente di “garanzia” che un giorno si e l’altro pure dipinge foschi scenari orwelliani. Liquidata (soprattutto in senso retributivo, perché anche i progressisti a 32 carati tengono famiglia…) questa vicenda, ci resta la solita televisione deficiente, il solito “servizio pubblico” che non serve a nulla e nessuno, e attendiamo fiduciosi il prossimo “attentato alla democrazia”, che chissà, potrebbe assumere le sembianze di un’estromissione di Alba Parietti o della frattura del setto nasale di qualche incaricato alla consegna di tapiri.

Punti di vista

Esteri/Italia/Stati-Uniti

Il senatore Kerry esprime così la propria riconoscenza nei confronti dell’Italia: “Le condizioni dell’esercito iracheno erano così patetiche che persino l’esercito italiano avrebbe potuto prenderli a calci nel sedere“. Affermazione certamente infelice, ma che la dice lunga sull’approssimativa conoscenza della vicenda irachena da parte del candidato democratico, che finora non ha brillato per coerenza. La posizione di Kerry è abbastanza trasparente, e oseremmo dire cinica: costringere gli alleati degli Stati Uniti ad un “riequilibrio” dei costi, finanziari e soprattutto umani della missione irachena. Uno dei temi forti della dialettica del senatore del Massachusetts è quello di ricordare che non è possibile parlare di “coalizione” quando gli Stati Uniti sopportano il 90 per cento dei costi e delle vittime militari. Aspettiamo la “interpretazione autentica” di questa frase da parte della nostra sinistra, che ormai vede in Kerry il nuovo uomo della provvidenza (forse per un riflesso condizionato alla Furio Colombo nei confronti di miliardari politically correct), e nel frattempo proponiamo l’ultima chicca del nostro impareggiabile flip-flopper, direttamente tratta dall’ultimo dibattito televisivo contro Bush, quelli amati dalla nostra stampa, sempre così ansiosa di emettere biscardiani giudizi su chi ha vinto e chi ha perso:

Nello stesso dibattito di ieri ha detto:

“Well, let me tell you straight up: I’ve never changed my mind about Iraq. I do believe Saddam Hussein was a threat. I always believed he was a threat. Believed it in 1998 when Clinton was president. I wanted to give Clinton the power to use force if necessary.”

Poi, più in là, rispondendo a una domanda sull’Iran:

“It’s a threat that has grown while the president has been preoccupied with Iraq, where there wasn’t a threat”.

Nel frattempo segnaliamo la quarta vittoria dei conservatori di John Howard alle elezioni politiche australiane. Un risultato storico per quel paese, soprattutto in considerazione del fatto che, se si fossero ascoltati i giudizi dei media, il governo Howard avrebbe dovuto essere spazzato via da un’insurrezione di australiani inferociti per l’avventura irachena, le menzogne sulle armi di distruzione di massa, le “deportazioni” di “migranti” indonesiani, approdati illegalmente sulle coste australiane per ingrassare organizzazioni criminali internazionali. Nulla di tutto ciò. Vengono a mente i commenti sul povero Tony Blair, dipinto ad intervalli regolari come un usurpatore privo di seguito nel paese e nel proprio partito, sempre “nei guai”, sempre prossimo “al minimo storico” nei sondaggi (nuovo feticcio della società post-industriale), ma sempre regolarmente vincitore al momento della conta, quella vera, non quella degli umori mediatici, mai disinteressati.

Nuovo moto di sdegno della sinistra davanti alla notizia che il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso dei permessi premio “per buona condotta” a Giovanni Brusca, l’uomo che premette il bottone a Capaci, l’uomo che sciolse un bambino nell’acido, dopo averlo strangolato. Un moto di sdegno condivisibile, ma vagamente farisaico: la legislazione “premiale” sui pentiti non è mai cambiata, è ancora quella utilizzata per istruire i processi contro Andreotti, e per dire che Berlusconi è un mammasantissima. Se l’utilizzo dei pentiti andava bene allora, perché non dovrebbe andar bene ora?

Tattiche

Italia

La riforma federalista della Costituzione, in votazione alla Camera in questi giorni, suscita l’ennesima reazione sdegnata del centrosinistra, che afferma che la devolution alle autonomie locali di competenze quali scuola, sanità e polizia produrrà non meglio precisate devastazioni economiche e sociali. Spicca, negli ormai abituali sismi di sdegno, il guru dell’Appennino, il professor Prodi, che a meno di un mese dal “rientro” ufficiale a tempo pieno nella politica italiana, è già alle prese con la congenita tendenza ulivista a sgranocchiare idee e leader come abitualmente si fa al cinema con il popcorn. Logorato dall’assalto neocentrista di Rutelli, privo di un reale retroterra partitico, essendogli ormai stata scippata la Margherita, il buon Prodi reagisce come sa fare: convocando convegni, seminari, gruppi di autocoscienza e sedute spiritiche durante i quali pontifica e lancia anatemi a destra e a manca. Persa l’opportunità di ricevere un’investitura messianica popolare attraverso il fumoso rito tribale delle elezioni primarie e bypassare brillantemente il carrozzone partitico che lo tiene ostaggio, Prodi incassa quotidianamente gli ipocriti sperticati elogi di Rutelli (ormai diventato un democristianone 24 carati) e quelli più sinceri ma politicamente frastornati di Piero Fassino, mentre il questurino Di Pietro, accantonata la strana alleanza con Occhetto, continua a mendicare di essere accolto nell’Ulivo, per fare compagnia tra gli altri all’ectoplasma rappresentato dai “Repubblicani Europei” (??) di tal Luciana Sbarbati, che crediamo essere un’invenzione dei giornali e non un’entità realmente esistente. Ormai lontanissimi i giorni del “trionfo” alle elezioni europee, quando i Santoro e le Gruber ci spiegavano come ci avrebbero portato fuori dal pantano iracheno e continuavano invece a non spiegarci in quale gruppo parlamentare a Strasburgo si sarebbero seduti gli eletti di un listone privo di un qualsivoglia collante politico e programmatico che non fosse l’odio per Berlusconi. Perfino la torrenziale loquacità della signora Gruber e dei suoi zainetti firmati (che costavano quanto un intero guardaroba di Fassino) è improvvisamente ammutolita, come si può sperimentare osservando la triste home page del suo sito, così querulo negli scorsi mesi e così “under construction” oggi. L’Ulivo trova nuova linfa pugnace proprio dalla riforma della Costituzione, minacciando referendum, gridando allo stupro costituzionale (as usual) e preconizzando devastazioni epocali. La abituale, “piccola” dimenticanza dei nostri illuminati statisti di opposizione risiede nel non essersi ricordati che, negli ultimi giorni della scorsa legislatura, la coalizione di centrosinistra allora al governo riuscì a cambiare, a colpi di maggioranza semplice, l’intero Titolo V della Costituzione, farneticando di non meglio precisate “responsabilità di governo”. Oggi, tre anni dopo, abbiamo sentito qualche ipocrita autocritica di quel colpo di mano. Ma in fondo è uno schema mentale collaudato: ci si pente delle malefatte politiche a distanza di alcuni anni o decenni. Un po’ come l’ex Unione Sovietica al momento della riabilitazione di Sakharov ed altri dissidenti, resi nel frattempo malfermi dal tempo e dalle sofferenze.

Corsi e ricorsi storici

Famous Last Quotes

Tratto da Camillo

Il chiacchiericcio sulle, delle, per le, con le Simone (ma finirà, come insegna il Marziano di Flaiano) ha messo in secondo piano la strage di bambini a Baghdad.
Siccome forse non è chiaro quello che è successo, riassumo: una quarantina di bambini di Baghdad si è avvicinata agli americani per ricevere cioccolato e caramelle, come facevano i nostri genitori al passaggio dei liberatori americani. I fascisti, però, non facevano saltare in aria i nostri genitori, né rivendicavano stragi come questa. I fascisti islamici sì. Secondo alcuni campioni si tratta di “resistenza”. La resistenza, ai tempi dei nostri genitori, stava dalla parte dei liberatori e poi fece il governo di liberazione, come oggi Allawi. Quelli che continuarono a combattere, e lo fecero per alcuni anni, si chiamavano repubblichini.

Bussole

Esteri

Aperta a New York la Cinquantanovesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l’invito del segretario generale Kofi Annan alla legalità internazionale e la tetragona replica di Bush sulla legittimità dell’intervento armato in Iraq. Annan si è distinto negli ultimi giorni per quello che ha tutta l’aria di essere un attacco frontale pre-elettorale a Bush, con l’affermazione, piuttosto sconcertante, secondo cui l’intervento in Iraq sarebbe stato illegale, forse pensando che le “serie conseguenze” previste dalla risoluzione 1441, non fossero una sufficiente legittimazione per l’intervento. Che dire? Certo l’Onu non può rivendicare un magistero morale: lo testimoniano Srebrenica, il Rwanda, oggi il Darfur, e ancora la colossale malversazione del programma iracheno “oil for food” (leggi qui). L’Onu è semplicemente la somma di una molteplicità di paesi, la maggioranza dei quali rappresentativa di regimi autoritari, totalitari, illiberali. L’Onu come tentativo di aggregare culture e “sensibilità” diverse, come tentativo di disinnescare il conflitto di civiltà, quello vero, ancestrale, strisciante, non quello di cui discettano nei nostri decadenti salotti occidentali degli intellettuali saccenti e queruli. Ma l’Onu è anche altro: è la commissione sui diritti umani, dove il gruppo dei paesi illiberali e totalitari con i quali amiamo dialogare e fare business ha la maggioranza, e riesce ad estromettere per un anno gli Stati Uniti. Consigliamo la lettura dell’illuminante articolo di Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatrice statunitense all’Onu. Surreale e straniante,il capovolgimento del senso comune, così come lo abbiamo noi deprecati occidentali, che tanto amiamo fare del relativismo culturale. Possiamo fare a meno dell’Onu? Forse no, se abbiamo bisogno di elaborare un denominatore comune, un simulacro di dialogo contro il conflitto di civiltà; forse si, se ci attardiamo a cercare un’interpretazione “legalistica” e non legalitaria, che certifica e cristallizza le stragi di massa, le pulizie etniche e la cultura di morte che ci sta lentamente sommergendo. Ha scritto l’intellettuale statunitense di sinistra Paul Berman, nel suo bellissimo libro “Terrore e liberalismo”:

“Bush senior lavorò seriamente per formare la coalizione, e lo fece con una notevole abilità, finché, quando ebbe finito, la sua alleanza arrivò ad estendersi ideologicamente fino alla dittatura del Baath in Siria, non molto diversa dalla dittatura del Baath in Iraq. I despoti medievali dell’Arabia Saudita presero posto nella grandiosa coalizione. L’alleanza si rivelò una banda pirata di terroristi, dittatori, re, antisionisti, magnati del petrolio e criminali da strapazzo. Era terribile da guardare. Era l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

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