Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Barack Obama - page 3

Ottusità convergenti

in Esteri/Italia

Lakeside Capital condivide, giustamente, le considerazioni di Angelo Panebianco sulla posizione obamiana sull’Iran, e critica il riflesso pavloviano dell’arguto “responsabile Esteri” del Pd, Piero Fassino. Ma analoga critica va rivolta a tutti i neocon con lo scolapasta in testa che criticano Obama con le stesse argomentazioni, dimostrando di essere gli eredi naturali di quel “pensiero progressista” che tante devastazioni ha causato al mondo.

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Per il loro bene

in Esteri/Stati-Uniti

Dunque, vediamo: Ahmadinejad non ci piace. E ci mancherebbe, dato quello che da sempre vomita contro lo stato di Israele. Ma neppure Mousavi ci piace. Era uno sgherro di Khomeini, in fondo. Ma le folle per le strade delle città iraniane sono quelle di sostenitori dell’uno o dell’altro. Quindi, che vogliamo fare? Semplice: salviamo le manifestazioni come vibrante esempio di aspirazione alla democrazia (almeno pensiamo), ma ci dichiariamo schifati da ognuno dei due. E quindi, chi sono i veri manifestanti che dovremmo sostenere, se per ora nelle strade ci sono solo quelli di Ahmadinejad e di Mousavi? Un terzo gruppo, un gruppo che sia autenticamente “liberale”. Bene, ma chi, esattamente?

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Ineguagliabile

in Adotta Un Neurone/Esteri/Famous Last Quotes

C’eravamo tanto azzardati:

Allora. Pare che Ahmadinejad abbia vinto, e non di poco. Se mi chiamassi Gad Lerner sosterrei che il discorso del Cairo ha convinto gli iraniani che da Obama potranno ottenere tutto quello che vogliono, a cominciare dal nucleare, e che non è il caso di mollare, proprio adesso che gli americani aprono le porte. Ma non mi chiamo Gad Lerner. (Camillo, 13 giugno 2009)

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Fallimenti a ciglia asciutte

in Discussioni/Esteri

obamabush1Aldilà del lapsus vagamente monomaniacale, per il quale “il discorso di Bush è stato per molti versi simile a quelli che faceva Bush“, in questa linea argomentativa si accusa Obama di abusare della retorica, ma si ribadisce che “i discorsi di Bush erano decisamente più belli ed appassionati”, cioè (guarda un po’) retoricamente più efficaci.

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The American Way

in Esteri/Stati-Uniti

Una storia americana:

Nell’aprile 1999 [Obama e la moglie] acquistarono un appartamento a Chicago ed ottennero un mutuo per 159.250 dollari. A maggio 1999, ottennero una linea di credito per 20.750 dollari. In seguito, nel 2002, rifinanziarono l’appartamento con un mutuo da 210.000 dollari, il che significa che riuscirono ad estrarre circa 50.000 dollari di patrimonio netto. Da ultimo, nel 2004, ottennero un’altra linea di credito per 100.000 dollari, che si aggiunse al mutuo. Le dichiarazioni dei redditi per il 2004 rivelano 14.395 dollari di deduzioni per interessi su mutui. Se ipotizziamo un tasso d’interesse del 6 per cento, significa che avevano un debito di 240.000 dollari su una casa comprata per circa 159.250 dollari.

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L’uomo che risanò il bilancio pubblico

in Discussioni/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

E’ di queste settimane il furioso dibattito sul presunto, progressivo scivolamento degli Stati Uniti verso il socialismo, a causa di progetti di bilancio elaborati dall’Amministrazione Obama. L’attuale era viene comparata all'”età dell’oro” reaganiana, quella in cui la spesa pubblica federale veniva disboscata senza pietà. Riguardo Obama, la sua azione è caratterizzata da luci ed ombre, di cui tentiamo di dare conto su base regolare. Finora si può affermare che l’attuale crisi riduce enormemente i gradi di libertà di qualsiasi amministrazione, rendendo inevitabile un robusto aumento del rapporto tra debito pubblico e Pil, come nel resto del mondo; che il giudizio sull’operato di Obama deve necessariamente focalizzarsi non tanto sull’attuale rapporto deficit/Pil quanto sulla capacità del presidente di riportare i conti verso il pareggio quando l’economia si sarà ripresa. Ad oggi, le proiezioni del Congressional Budget Office non sono rassicuranti indicando che, anche con la crescita a pieno impiego, il rapporto deficit/Pil non riuscirà a scendere sotto il 4 per cento. La responsabilità fiscale di Obama, quindi, dovrà essere dimostrata nei prossimi anni. Ma quello che ci preme evidenziare è che a volte la memoria gioca brutti scherzi: scorrendo i dati storici, infatti, pare proprio non rinvenirsi traccia del Reagan “grande potatore” della spesa pubblica.

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Quel fallimento “forzato” di Obama

in Articoli/Economia & Mercato/Esteri

di Mario Seminerio – © Liberal Quotidiano

Giovedì scorso a New York Chrysler ha presentato richiesta di ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria nota come Chapter 11, comunicando di voler vendere i propri asset principali, inclusi i marchi Chrysler, Jeep e Dodge, ad una nuova compagnia destinata ad essere posseduta dai governi di Stati Uniti e Canada, da Fiat e dai lavoratori della società, riuniti nella United Auto Workers, tramite il fondo VEBA. La procedura prescelta (formalmente dall’azienda ma di fatto dalla Casa Bianca) ha sollevato l’opposizione di alcuni hedge funds e fondi d’investimento, ma anche fondi pensione ed endowment funds di college, che si trovavano nella condizione di creditori privilegiati (secured) perché, secondo questi investitori, l’azienda intende invertire l’ordine di priorità nel pagamento dei debiti societari, subordinando i creditori privilegiati a quelli ordinari, tra i quali vi è il sindacato, che avrà il 55 per cento della nuova Chrysler, dopo il rifiuto dei creditori privilegiati ad accettare rimborsi in via extragiudiziale pari a soli 29 centesimi per dollaro.

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L’opposizione fatta in casa

in Discussioni/Esteri/Italia

E così, l’uomo che gode del 68 per cento di consensi tra i propri concittadini, ha subito una non irrilevante sconfitta parlamentare, per decisiva mano del proprio partito. E’ infatti accaduto che il Senato degli Stati Uniti ha bocciato il progetto di legge, sostenuto dalla Casa Bianca, che mirava a consentire ai giudici fallimentari di ridurre il capitale dovuto dai mutuatari sulla prima casa. Il provvedimento ha ottenuto solo 45 voti a favore, mentre tutti i Repubblicani e ben dodici tra i Democratici hanno votato contro. Le banche si erano da subito opposte alla misura, affermando che essa avrebbe rappresentato una evidente sconfitta della certezza degli accordi contrattuali privati tra soggetti adulti (apparentemente) consenzienti, oltre a minacciare alcune unintended consequences quali l’aumento del costo dei mutui, causato dalla maggiore incertezza degli esiti contrattuali.

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Nuove frontiere della democrazia

in Discussioni/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

L’Amministrazione Obama sta strutturando le nuove iniziative di bailout in modo da aggirare i vincoli imposti dal Congresso, come quello sui limiti alle retribuzioni dei dirigenti apicali. Ciò avviene creando speciali veicoli d’investimento, che sono i destinatari formali dei fondi federali ed agiscono da intermediari, erogando in un secondo momento i fondi agli effettivi beneficiari del salvataggio. Questa triangolazione viene utilizzata anche (nel caso del TALF) per aggirare i vincoli statutari della Fed, a cui non è consentito di entrare direttamente nel sostegno ai mercati delle carte di credito, dei prestiti auto ed agli studenti. Di fatto, le azioni dell’amministrazione sono mirate a disattivare le richieste congressuali, segnatamente quelle relative ai limiti di retribuzione dei massimi dirigenti ed all’acquisizione di azioni ordinarie nelle istituzioni che ricevono fondi pubblici, per consentire ai contribuenti di partecipare al successivo recupero di redditività.

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La politica estera di Obama

in Contributi esterni/Discussioni/Esteri/Stati-Uniti

di Mauro Gilli

Le recenti scelte in politica estera dell’Amministrazione Obama hanno suscitato una certa sorpresa – e in molti casi sgomento – tra gli osservatori. A fronte delle grandi aspettative sulla capacità del presidente in persona di restituire all’America un’immagine positiva a livello internazionale, Obama si è trovato a dover prendere delle decisioni in palese contrasto con due dei pilastri fondanti della società americana: la convinzione che sia dovere degli Stati Uniti trasformare le altre società, promuovendo diritti umani, democrazia e libero mercato; e, dall’altra parte, l’idea che l’America sia un paese che non si arrende di fronte ai nemici, e che è disposta a pagare ogni prezzo per raggiungere i suoi obiettivi.

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Dagli al socialista!

in Discussioni/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

Galvanizzati dall’aver mandato a monte ogni ipotesi di bipartisanship, anche per colpa dell’Amministrazione Obama, che ha lasciato alla maggioranza Democratica al Congresso il compito di menare le danze e i pork barrels, i Repubblicani si preparano al Mid-Term (si, lo sappiamo, c’è ancora oltre un anno e mezzo, ma conviene attrezzarsi per tempo), mentre Obama oscilla tra grandi performance oratorie di Hope and Change e ammonimenti di doomsday prossimo venturo, dopo un pacchetto di stimolo troppo piccolo per tutto: per essere decisivo  a riportare la crescita al proprio potenziale ma anche per guidare gli States verso il socialismo.

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Gemelli diversi

in Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

Barack Obama presenta il progetto di bilancio per il prossimo anno fiscale, che inizia in ottobre, e cambia radicalmente approccio contabile rispetto all’era-Bush. Il deficit raggiungerà quest’anno gli 1,75 trilioni di dollari, pari al 12,3 per cento del Pil, e nell’intendimento di Obama dovrebbe ridiscendere a soli 533 miliardi di dollari nel 2013, al termine del mandato presidenziale. Nelle proiezioni della Casa Bianca vi sono alcune assunzioni piuttosto ottimistiche, forse eroiche: come la crescita reale del Pil, stimata al 3,2 per cento nel 2010 e addirittura oltre il 4 per cento nei due anni successivi, ben oltre le previsioni dei principali forecasters indipendenti privati, circostanza che potrebbe sovrastimare la traiettoria di rientro del deficit, sport preferito dai politici di ogni latitudine.

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Obama comincia a deludere

in Articoli/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

Martedì scorso, sul Financial Times, è comparso un editoriale di Martin Wolf piuttosto preoccupato e critico nei confronti dei primi passi dell’Amministrazione Obama. Wolf si chiedeva: la presidenza Obama ha già fallito? Il sospetto si irrobustisce, osservando le prime decisioni “operative” o presunte tali del presidente: l’annuncio – con annessa faccia feroce – del tetto alle retribuzioni dei manager apicali delle banche che richiederanno assistenza alle casse federali, ed il nuovo, ennesimo salvataggio annunciato dal Segretario al Tesoro, Timothy Geithner, nella giornata di martedì. Andiamo con ordine.

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Più chiarezza sulle nuove regole

in Articoli/Discussioni/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

Obama e la finanza

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Nei giorni scorsi il team di Barack Obama ha preannunciato di voler procedere speditamente alla riforma del sistema regolatorio della finanza statunitense, stringendone le maglie. Poiché l’attuale amministrazione porta con sé un livello di aspettative fortemente sovradimensionate, questa semplice enunciazione ha già suscitato le critiche di quanti accusano Obama di non mantenere le promesse di cambiamento radicale, e di volersi invece muovere al margine di un contesto già fallito. Senza voler fare il processo alle intenzioni, e nella sostanziale assenza di atti concreti, è comunque opportuno tentare di analizzare le linee-guida della riforma della regolazione.

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Stato di avanzamento

in Discussioni/Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

Un link per tenere traccia del grado di realizzazione delle promesse elettorali di Obama. Che non sono un “Contratto con l’America” Gingrich-style e men che meno il celeberrimo contratto con gli italiani del nostro premier. Che contratto neppure era, ha sentenziato un giudice. A noi basterebbe, a differenza dei due ultimi casi citati, che quello di Obama fosse un impegno serio, pur concedendo che l’evoluzione del quadro economico spesso richiede di correggere il tiro per raggiungere l’obiettivo. Senza che ciò significhi abiurare dai propri principi, come invece qualche tuttologo ottuso si ostina a credere. E se così non sarà, arriveranno le critiche, anche aspre.

Omen?

in Economia & Mercato/Esteri/Stati-Uniti

L’indice Dow Jones ha ceduto il 14 per cento nel periodo compreso tra l’elezione di Barack Obama e l’Inauguration Day. Si tratta del peggior risultato di tutti i tempi per questo specifico e critico arco temporale. Al secondo posto, il meno 12 per cento successivo all’elezione di Frankin D.Roosevelt. Che tuttavia, poche settimane dopo l’insediamento, ha dato l’avvio ad un poderoso rally che ha concluso il 1933 con un rialzo del Dow del 75 per cento. A cosa dobbiamo aggrapparci per sperare. L’unica certezza è che occorre cliccare sull’immagine per ingrandirla.

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