Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Cina - page 10

Realismi

Economia & Mercato/Italia

Il presidente Ciampi, durante la visita in Cina, si dice favorevole alla revoca dell’embargo sulla vendita di armi a Pechino, imposto dall’Unione Europea dopo la repressione di Piazza Tien An Men, nel 1989. La presa di posizione di Ciampi segue quelle analoghe di Francia e Germania, anch’esse favorevoli alla fine dell’embargo. E’ vero che oggi è particolarmente trendy citare la forte espansione economica cinese e cercare di agganciarsi a questo treno in corsa dell’economia globale. E’ anche vero che Ciampi (e il governo italiano) sono favorevoli a subordinare la fine dell’embargo all’adozione di un non meglio specificato (dai media) “codice di condotta”, chissà, forse una sorta di uso “etico” delle armi da parte della Cina (!). E’ vero altresì che l’Italia cerca appoggi influenti alla vigilia della partenza del progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per evitare di restare estromessa dal giro che conta, a livello internazionale e (soprattutto) comunitario, cosa che avverrebbe se la Germania entrasse a titolo definitivo nel consiglio di sicurezza e l’Italia restasse fuori, perché in tal modo si avrebbe di fatto la creazione (o la definitiva, solenne certificazione) di un direttorio europeo a tre. E’ vero tutto ciò, ma suona piuttosto male il fatto che la stampa non trovi di meglio che dedicarsi alla ormai stucchevole vicenda della richiesta leghista di dazi contro la Cina, e non trovi modo di spendere nemmeno una parola sull’esigenza di “invitare” Pechino al rispetto dei diritti umani. Di fatto, da quando la Cina è entrata nel WTO, diventando di fatto il più grande mercato di sbocco del pianeta, la tensione e l’attenzione di politici e media per il tema dei diritti umani è scemato in proporzione al crescere dei fatturati. Come stanno trattando la vicenda i media italiani? L’ineffabile Repubblica, confermando la propria vocazione a trattare grandi temi planetari, riesce a rimarcare il “fossato” aperto nel centrodestra dalla posizione leghista. Non una parola sull'”auspicata” revoca dell’embargo, e sul rispetto dei diritti umani in Cina, anche per non disturbare il manovratore Montezemolo, calato a Pechino con il kit del perfetto agente di commercio, perché in definitiva pecunia non olet. Forse perché Ciampi parla ex cathedra e criticarlo sarebbe sconveniente? Mentre attendiamo la prossima enciclica del Quirinale, vorremmo segnalare a quanti vedono ovunque neoconservatori trionfanti,che è proprio il realismo politico quello che porta a fare business con chiunque e comunque. L’amministrazione Bush, ben più di quella Clinton, ha deciso di seguire i realisti, e non i neoconservatori, nella gestione dei rapporti con la Cina. Speriamo che questa distinzione non di poco conto sia ben chiara ai nostri alfieri del progresso, quando si troveranno a descrivere i rapporti dell’Occidente (e dell’Italia) con Pechino.

No blood for oil

Economia & Mercato/Esteri

L’Onu alfine delibera: dapprima il Consiglio di Sicurezza approva, con 11 voti a favore e 4 astenuti (Cina, Russia, Pakistan e Algeria), una risoluzione presentata dagli Stati Uniti, che “minaccia di considerare” (sic) sanzioni petrolifere a carico del governo sudanese, se lo stesso non si impegnerà per porre fine alla pulizia etnica ed ai massacri perpetrati da milizie arabe filogovernative nella regione del Darfur, e che hanno finora prodotto oltre 50.000 morti e 1,2 milioni di profughi. La risoluzione è stata fortemente annacquata nella formulazione a causa della minaccia della Cina di porre il veto ad una versione più “aggressiva” e desiderosa di porre fine al più presto possibile a quello che è stato definito dalla stessa Onu “il peggior disastro umanitario del mondo”. Quello che non è stato evidenziato a sufficienza, soprattutto dai moralisti-progressisti-pacifisti di casa nostra, è il fatto che la Cina, nella propria inestinguibile sete di petrolio per sostenere il proprio tumultuoso decollo economico, ha stretto delle forti relazioni commerciali con il Sudan proprio finalizzate all’approvvigionamento di petrolio. Quasi nelle stesse ore l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (watchdog dell’Onu) approva una risoluzione che chiede all’Iran di sospendere immediatamente ogni attività di arricchimento e centrifugazione dell’uranio, considerate potenzialmente strumentali a produrre armi atomiche. L’Iran respinge la richiesta, affermando che l’arricchimento dell’uranio manca dello stadio finale, quello utile per produrre bombe, e serve unicamente a scopi civili. Ci siamo sempre chiesti perché un paese che galleggia sul greggio voglia costruire delle centrali nucleari a scopi civili. Qualche indigeno verde-rosso probabilmente ci direbbe che si tratta di una utile e lungimirante diversificazione delle fonti energetiche ma, battute a parte, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, oltre ai tempi biblico-liturgici dell’Onu, la cui efficacia è prossima allo zero, è il fatto che l’adozione di sanzioni contro l’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza finirebbe nuovamente ostaggio della voracità petrolifera cinese. Attendiamo fiduciosi le manifestazioni di piazza dei pacifisti di tutto il mondo sulle vicende di Darfur e Iran, e sul tragico legame che esse hanno con il petrolio. Una Halliburton cinese non sfigurerebbe nell’agenda investigativa dei media occidentali.

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