Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Cina - page 2

Cina, la bolla e la farsa

Economia & Mercato/Esteri

Prosegue senza sosta il martellamento ribassista sulle azioni cinesi, malgrado i disperati e spesso grotteschi tentativi del regime di stendere una rete protettiva sotto le quotazioni. Mai come in questo caso è valso il motto “uno sciocco ed i suoi soldi si separano presto”, ma questa vicenda rischia di danneggiare la credibilità del partito e dei suoi onnipotenti tecnocrati, oltre che gettare i semi per qualcosa di più pericolosamente destabilizzante.

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Cina, al margine del disastro

Economia & Mercato/Esteri

Che accade quando un paese a partito unico ed una ossimorica economia capitalistica centralmente pianificata decide di instradare le masse verso il mercato azionario? Che il rischio di produrre caduti sul campo di battaglia del rapido arricchimento aumenta esponenzialmente. E che le successive mosse delle autorità per contenere le ricadute di tali guasti ne producano di altri, ancora più gravi.

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E’ la Cina a respirare, non il mondo

Economia & Mercato/Esteri

Su la Stampa, un commento al dato di bilancia commerciale cinese di maggio (che segna un avanzo di 36 miliardi di dollari, contro i 20,4 miliardi di avanzo dello stesso mese del 2013), conferma che, a volte, grande è la confusione sotto il cielo del giornalismo economico italiano.

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Tremori emergenti

Economia & Mercato/Esteri

Sul New York Times, un pezzo che spiega in modo molto comprensibile quello che sta diventando un enorme problema per l’economia (e la società) cinese: lo sboom immobiliare, dopo l’ubriacatura di credito facile. Dalla Cina, le scosse si propagano al mondo, soprattutto ma non esclusivamente agli altri paesi emergenti, ed incrociandosi con la tendenza al rialzo dei rendimenti obbligazionari negli Stati Uniti rischiano di produrre un periodo di forte instabilità sociale e politica in ampie parti del mondo.

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E se anche l’Eurozona si salvasse…

Mentre attendiamo con ansia il mese di settembre per capire che faranno i tedeschi di Draghi, anche se il vigore dialettico sta rapidamente salendo a livelli di insulti di stampo italiano, può essere utile ricordare che nel mondo, oltre all’Eurozona, ci sono altre due grandi aree di potenziale crisi. Queste aree sono Stati Uniti e Cina.

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Il mistero francese

Malgrado una congiuntura che peggiora a vista d’occhio, malgrado conti pubblici sempre più deteriorati a causa della crisi, malgrado annunci di manovre correttive fatti di aumenti d’imposta tali da provocare una fuga nottetempo dei contribuenti più agiati e delle imprese, le quali a loro volta strepitano per ottenere lo spostamento sulla fiscalità generale di 30-50 miliardi di euro del cuneo fiscale sul costo del lavoro come ultima spiaggia per evitare delocalizzazioni selvagge e licenziamenti di massa, i titoli di stato francesi sono sugli scudi: le aste vanno benissimo, i rendimenti si muovono di conserva con quelli tedeschi, lo spread sul decennale si è stabilizzato contro Bund intorno a cento punti-base. Cosa ci sfugge?

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La crisi europea vista dalla Cina

I costi di spedizione delle esportazioni cinesi verso l’Europa stanno crollando per effetto dell’approfondirsi della crisi nel nostro continente, secondo l’analisi di un importante gruppo di spedizioni norvegese.

Il grafico di Bloomberg mostra che il costo delle spedizioni dalla Cina all’Europa, per il container standard di venti piedi (circa sei metri) è diminuito del 39 per cento dal 31 agosto, al livello di 511 dollari. Un calo più che doppio rispetto alla flessione del 18 per cento del costo di spedizione sulla West Coast degli Stati Uniti, misurato su container di dimensione doppia.

Si tratta di una evidenza aneddotica molto pesante, che sembra confermare che la capacità dell’Europa di assorbire importazioni (a sua volta legata alla crescita) sta letteralmente crollando. E questo potrebbe essere solo l’inizio. Le potenzialità destabilizzanti dell’Europa a livello globale iniziano solo ora ad essere percepite in tutta la loro gravità.

Non schermitevi

Economia & Mercato/Esteri/Italia

Dal NYT di oggi:

“La Cina è un paese povero con solo 4.000 dollari di reddito pro-capite”, ha detto Yu Yongding, economista cinese ed ex membro del comitato di politica monetaria della banca centrale. “Parlare o pensare della Cina che soccorre paesi con 40.000 dollari di reddito pro-capite è ridicolo”

Questa è una fallacia furbetta, perché quello che conta in questo contesto sono le riserve valutarie investibili, non il reddito pro-capite.

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De Minimis e la Cina

Oggi su il Giornale (e dove, altrimenti?), nel tentativo disperato e ormai tragicomico di negare quello che la realtà ha ormai disvelato, e cioè che il nostro paese è effettivamente stato commissariato da un “governo tecnico sovranazionale”, per usare la pregnante espressione del comunista Mario Monti, il buon Giuseppe De Bellis si avventura in uno spericolato parallelo.

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