Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Cina - page 5

Revisionismi

in Economia & Mercato/Esteri

Il Partito Comunista cinese ha lanciato una campagna tra leader politici e personalità accademiche per tentare di modernizzare il marxismo cinese, e riconciliare le stridenti contraddizioni esistenti tra l’ideologia governativa e le ampie e profonde riforme economiche, che vanno in direzione dell’affermazione del libero mercato. Milioni di dollari saranno spesi per aggiornare i testi universitari e delle scuole secondarie nel tentativo, piuttosto surreale, di conciliare marxismo e libera impresa privata. La “rilettura” dei sacri testi marxisti rappresenta parte del tentativo di rivitalizzare il partito, nel quale funzionari di vario grado sono attivamente coinvolti in attività economiche svolte in regime privatistico. Leggi tutto

Val più un’immagine…

in Economia & Mercato

Da Deutsche Bank Research un interessante confronto visuale tra le economie di India e Cina, che tenta di identificare le principali similitudini e differenze tra i due paesi. Oggi, il prodotto interno lordo pro-capite cinese è circa 2.2 volte quello indiano (espresso in dollari statunitensi e a parità di potere d’acquisto), mentre alla fine degli anni Novanta i due paesi erano approssimativamente alla pari. La Cina, oggi, è molto più integrata nel sistema del commercio mondiale, avendo avviato profonde riforme strutturali da circa un decennio, mentre il decollo dell’India, malgrado il vastissimo capitale umano di cui il paese dispone, è stato finora rallentato da pratiche collettivistiche nella gestione dell’economia.

La Cina ha scelto di utilizzare l’industria quale leva strategica di sviluppo, mentre l’India fa affidamento sul settore dei servizi. Entrambi i paesi hanno una bassa incidenza del debito estero sul prodotto interno lordo ed un rapporto molto contenuto tra debito estero a breve scadenza e riserve valutarie. Malgrado deficit fiscali in progressiva riduzione, il principale problema dei due paesi resta l’ampia dimensione del settore pubblico. Nei prossimi anni, la sfida per le autorità indiane sarà quella di riuscire ad attrarre investimenti diretti esteri, in competizione con la Cina.

Un documento molto interessante e consigliato a tutti, soprattutto ai non-iniziati alle materie economiche.

Scogli

in Economia & Mercato/Stati-Uniti

La richiesta di amministrazione controllata (negli Stati Uniti la procedura si chiama Chapter 11) da parte di Delphi, il fornitore di componentistica nato nel 1999 dallo spin-off di General Motors, ha avviato un dibattito tra economisti e politici su squilibri e rischi del sistema-paese Stati Uniti. Secondo i pessimisti, il 2005 segna l’inizio dell’era dell’allontanamento dei flussi finanziari internazionali dalle attività denominate in dollari. Nell’anno in cui la Cina ha iniziato la tanto attesa (e temuta) Lunga Marcia verso la rivalutazione della propria valuta, sarebbe stato razionale attendersi che gli investitori internazionali si tenessero alla larga dalle attività espresse in dollari. Il riscontro è contraddittorio: mentre il dollaro ha retto molto bene, giungendo addirittura ad apprezzarsi, non altrettanto si può dire per azioni ed obbligazioni statunitensi. Leggi tutto

Collettivismo demografico

in Esteri

In Cina, come segnala un reportage Ansa, la pratica degli aborti e delle sterilizzazioni forzate è ancora diffusa nelle zone rurali, secondo la denuncia di Teng Biao, un giovane professore universitario di Pechino. Dopo una visita nella contea di Yinan, nella provincia settentrionale dello Shandong, Teng ha denunciato una serie di spaventosi abusi commessi nei mesi scorsi da un gruppo di funzionari locali tra cui il presidente della contea, Zhu Hong Guo, e il capo del locale Dipartimento per la Pianificazione Familiare, Du Feng Ze. Leggi tutto

Eugenetica fatta in casa

in Esteri

Lo squilibrio tra maschi e femmine in Cina ha superato il livello di guardia, arrivando ad essere di 119,86 maschi per 100 femmine. Lo ha detto in una conferenza stampa Gu Xiulian, vicepresidente della Federazione delle Donne Cinesi.

Gu ha detto che la principale ragione dello squilibrio sta nel persistente pregiudizio a favore dei maschi nella società cinese, ed in particolare nelle zone rurali. In secondo luogo, ha proseguito Gu, contribuisce a creare questa situazione la carenza di un affidabile sistema di assistenza agli anziani, che porta le famiglie contadine a preferire un figlio maschio che possa occuparsi dei genitori quando invecchiano.
La signora Gu ha ricordato che in Cina l’individuazione del sesso dei nascituri e gli aborti sono consentiti solo per ragioni terpeutiche.

Date queste premesse, è evidente che delle due l’una: o il sesso dei nascituri viene effettivamente individuato a livello prenatale, e di conseguenza si procede ad aborti clandestini per sopprimere le bambine, oppure le neonate indesiderate vengono soppresse subito dopo la nascita. Simili mostruosità sono sintetizzate proprio dal numero citato da Gu Xiulian.

Orwell a Pechino

in Economia & Mercato/Esteri

Sul sito web di Yahoo China si può leggere che agli utenti è fatto divieto di postare contenuti che “divulgano segreti di stato, sovvertono l’ordinamento di governo o minano l’unità nazionale”. Malgrado simili amenità, Yahoo ha investito, un paio d’anni fa, 120 milioni di dollari per acquisire un motore di ricerca cinese. Lo scorso anno la società di Sunnyvale ha avviato un sito di aste online, un mercato che in Cina genera 1,1 miliardi di dollari l’anno, e che quest’anno è atteso crescere del 30 per cento. Le restrizioni sui contenuti non hanno disincentivato le aziende americane dall’investire nel mercato cinese della tecnologia.

La Cina conta attualmente 94 milioni di navigatori internet, agevolati dall’ampia disponibilità di linee telefoniche: tra fisso e mobile se ne contano 667 milioni, una ogni 1.9 abitanti. Per poter accedere al promettente mercato cinese, compagnie quali Microsoft Networks, sussidiaria dell’azienda di Redmond, sono disposte a conformarsi alla legislazione sulla censura. Ad esempio, MSN ha costituito in maggio una joint venture con la società statale Shanghai Alliance Investment, per dar vita al portale MSN China, che fornisce anche servizi di blog. Quando un utente digita, nel titolo di un post, le parole cinesi che equivalgono a “libertà” o “democrazia”, ottiene un messaggio d’errore che recita: “Dovete inserire un titolo per il vostro contenuto. Il titolo non deve contenere linguaggio proibito. Si prega di digitare un titolo differente.” Leggi tutto

Non solo esercito. Nuove sfide per l’America

in Discussioni/Stati-Uniti

La scorsa settimana la Cina ha ufficializzato il proprio ingresso nel mondo della simbologia capitalista, e lo ha fatto con un atto molto concreto: l’offerta da parte di China National Offshore Oil Corporation (controllata dallo stato cinese) di acquistare per contanti, al prezzo di 18.5 miliardi di dollari la società petrolifera statunitense Unocal. I dirigenti cinesi hanno sottolineato che la mossa non ha carattere ostile, anche se in effetti giunge circa due mesi dopo che il consiglio di amministrazione di Unocal ha accettato l’offerta di acquisizione proveniente da Chevron, pari a 16.4 miliardi di dollari. Parlare di Cina dalle parti di Capitol Hill, di questi tempi, equivale a mostrare un drappo rosso fuoco ad un toro sovreccitato, soprattutto alla luce del contenzioso sul tessile che gran parte della classe politica americana sta tentando di condurre all’esito di sanzioni contro l’import cinese. L’obiezione politica americana contro l’acquisizione di Unocal ha delle basi razionali: la Cina, con la propria smodata sete di petrolio, sta progressivamente incettando riserve petrolifere in giro per il mondo, mentre gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno visto crescere la propria dipendenza energetica dall’estero. Leggi tutto

Come evolve l’economia cinese

in Economia & Mercato

Hu Jintao Tra i dati macroeconomici cinesi pubblicati questa settimana, segnaliamo l’indice dei prezzi al consumo, cresciuto in maggio dell’1.8 per cento su base annua. Un dato che conferma il minimo degli ultimi 19 mesi, e rafforza le aspettative che la banca centrale cercherà di sostenere la crescita della spesa dei consumatori astenendosi dall’alzare i tassi, che restano fermi al 5.58 per cento sulla scadenza benchmark a un anno, dopo l’ultimo rialzo, effettuato lo scorso ottobre. Il vice premier cinese Wu Yi ha affermato che il governo è fiducioso di poter pilotare l’economia verso un soft landing, dopo il rallentamento della crescita degli investimenti nel settore dell’acciaio, cemento e metalli non ferrosi, ottenuto attraverso misure amministrative di razionamento del credito. Leggi tutto

Radici etiche

in Esteri
    At the outset of a three-day visit to China, French Prime Minister Jean-Pierre Raffarin said he supported Beijing’s “anti-secession” law on Taiwan, and vowed to keep pushing for an end to an EU arms embargo that could open the door for Paris to sell weapons to the Asian giant.

Courtesy Cox and Forkum

Retoriche

in Economia & Mercato/Esteri

Dopo anni di paziente ed infruttuosa attesa, il G7 rompe gli indugi e manda un duro avvertimento alla Cina: rivalutare lo yuan o subire le conseguenze dell’inazione, che saranno inevitabilmente rappresentate da misure protezionistiche come quelle che il Senato americano sta studiando: una tariffa del 28 per cento sull’import cinese. Il cambio dello yuan, da anni fisso a 8.3 contro dollaro, appare ormai insostenibile alla luce dei fondamentali macroeconomici dell’economia cinese, che cresce del 9.5 per cento reale annuo, e gestisce enormi surplus commerciali causati anche dal peg sul dollaro. Il ministro delle finanze canadese ha affermato che i cinesi dovrebbero rendersi conto che “sta arrivando un treno merci”, riferendosi alle crescenti pressioni per reintrodurre dazi e quote all’import cinese. Il governo di Pechino prosegue tetragono nella difesa dello status quo, non ritenendo maturi i tempi per una rivalutazione. Resta il problema, molto grave, della possibile messa in discussione degli accordi che hanno portato la Cina nella WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ingresso che all’epoca venne visto come un tentativo d’imbrigliare la potenza economica cinese e di ridurre i danni causati, tra l’altro, dalla diffusa contraffazione dei marchi attuata dai cinesi, una piaga troppo spesso sottovalutata dagli analisti dell’economia internazionale e dalle sacerdotesse no-global alla Naomi Klein, per le quali esistono solo multinazionali statunitensi che forniscono la prova dell’operare del Maligno nelle terrene vicende. Per molti aspetti, il tentativo di addomesticare il dragone cinese attraverso l’ingresso nella WTO sarebbe riuscito se il cambio dello yuan fosse stato lasciato libero di riflettere, anche solo in parte, i fondamentali macroeconomici. Leggi tutto

Riletture costituzionali

in Discussioni/Italia

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90: Leggi tutto

Realismi

in Economia & Mercato/Italia

Il presidente Ciampi, durante la visita in Cina, si dice favorevole alla revoca dell’embargo sulla vendita di armi a Pechino, imposto dall’Unione Europea dopo la repressione di Piazza Tien An Men, nel 1989. La presa di posizione di Ciampi segue quelle analoghe di Francia e Germania, anch’esse favorevoli alla fine dell’embargo. E’ vero che oggi è particolarmente trendy citare la forte espansione economica cinese e cercare di agganciarsi a questo treno in corsa dell’economia globale. E’ anche vero che Ciampi (e il governo italiano) sono favorevoli a subordinare la fine dell’embargo all’adozione di un non meglio specificato (dai media) “codice di condotta”, chissà, forse una sorta di uso “etico” delle armi da parte della Cina (!). E’ vero altresì che l’Italia cerca appoggi influenti alla vigilia della partenza del progetto di riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per evitare di restare estromessa dal giro che conta, a livello internazionale e (soprattutto) comunitario, cosa che avverrebbe se la Germania entrasse a titolo definitivo nel consiglio di sicurezza e l’Italia restasse fuori, perché in tal modo si avrebbe di fatto la creazione (o la definitiva, solenne certificazione) di un direttorio europeo a tre. E’ vero tutto ciò, ma suona piuttosto male il fatto che la stampa non trovi di meglio che dedicarsi alla ormai stucchevole vicenda della richiesta leghista di dazi contro la Cina, e non trovi modo di spendere nemmeno una parola sull’esigenza di “invitare” Pechino al rispetto dei diritti umani. Di fatto, da quando la Cina è entrata nel WTO, diventando di fatto il più grande mercato di sbocco del pianeta, la tensione e l’attenzione di politici e media per il tema dei diritti umani è scemato in proporzione al crescere dei fatturati. Come stanno trattando la vicenda i media italiani? L’ineffabile Repubblica, confermando la propria vocazione a trattare grandi temi planetari, riesce a rimarcare il “fossato” aperto nel centrodestra dalla posizione leghista. Non una parola sull'”auspicata” revoca dell’embargo, e sul rispetto dei diritti umani in Cina, anche per non disturbare il manovratore Montezemolo, calato a Pechino con il kit del perfetto agente di commercio, perché in definitiva pecunia non olet. Forse perché Ciampi parla ex cathedra e criticarlo sarebbe sconveniente? Mentre attendiamo la prossima enciclica del Quirinale, vorremmo segnalare a quanti vedono ovunque neoconservatori trionfanti,che è proprio il realismo politico quello che porta a fare business con chiunque e comunque. L’amministrazione Bush, ben più di quella Clinton, ha deciso di seguire i realisti, e non i neoconservatori, nella gestione dei rapporti con la Cina. Speriamo che questa distinzione non di poco conto sia ben chiara ai nostri alfieri del progresso, quando si troveranno a descrivere i rapporti dell’Occidente (e dell’Italia) con Pechino.

No blood for oil

in Economia & Mercato/Esteri

L’Onu alfine delibera: dapprima il Consiglio di Sicurezza approva, con 11 voti a favore e 4 astenuti (Cina, Russia, Pakistan e Algeria), una risoluzione presentata dagli Stati Uniti, che “minaccia di considerare” (sic) sanzioni petrolifere a carico del governo sudanese, se lo stesso non si impegnerà per porre fine alla pulizia etnica ed ai massacri perpetrati da milizie arabe filogovernative nella regione del Darfur, e che hanno finora prodotto oltre 50.000 morti e 1,2 milioni di profughi. La risoluzione è stata fortemente annacquata nella formulazione a causa della minaccia della Cina di porre il veto ad una versione più “aggressiva” e desiderosa di porre fine al più presto possibile a quello che è stato definito dalla stessa Onu “il peggior disastro umanitario del mondo”. Quello che non è stato evidenziato a sufficienza, soprattutto dai moralisti-progressisti-pacifisti di casa nostra, è il fatto che la Cina, nella propria inestinguibile sete di petrolio per sostenere il proprio tumultuoso decollo economico, ha stretto delle forti relazioni commerciali con il Sudan proprio finalizzate all’approvvigionamento di petrolio. Quasi nelle stesse ore l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (watchdog dell’Onu) approva una risoluzione che chiede all’Iran di sospendere immediatamente ogni attività di arricchimento e centrifugazione dell’uranio, considerate potenzialmente strumentali a produrre armi atomiche. L’Iran respinge la richiesta, affermando che l’arricchimento dell’uranio manca dello stadio finale, quello utile per produrre bombe, e serve unicamente a scopi civili. Ci siamo sempre chiesti perché un paese che galleggia sul greggio voglia costruire delle centrali nucleari a scopi civili. Qualche indigeno verde-rosso probabilmente ci direbbe che si tratta di una utile e lungimirante diversificazione delle fonti energetiche ma, battute a parte, l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, oltre ai tempi biblico-liturgici dell’Onu, la cui efficacia è prossima allo zero, è il fatto che l’adozione di sanzioni contro l’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza finirebbe nuovamente ostaggio della voracità petrolifera cinese. Attendiamo fiduciosi le manifestazioni di piazza dei pacifisti di tutto il mondo sulle vicende di Darfur e Iran, e sul tragico legame che esse hanno con il petrolio. Una Halliburton cinese non sfigurerebbe nell’agenda investigativa dei media occidentali.

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