Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Fisco - page 38

Diagnosi e prognosi

in Economia & Mercato/Italia

La costante perdita di competitività dell’Italia, evidenziata anche dal saldo della bilancia commerciale, per la prima volta in rosso dal 1993, ultima svalutazione della lira, ha provocato un ampio dibattito (quasi sempre sterile e ideologizzato, come nella migliore tradizione italiana) su cause e rimedi per quello che appare ormai come la fine di un modello di crescita dell’economia italiana.

Alcuni osservatori sostengono che la responsabilità di questa situazione sarebbe dell’euro, sia in relazione all’adozione della divisa unica europea, che impedisce le abituali (per l’Italia) svalutazioni competitive, sia riguardo all’ultima fase di rivalutazione contro dollaro, e parallelamente contro le valute asiatiche che mantengono un cambio più o meno fisso con la divisa statunitense. In realtà, questa sembra essere un’interpretazione errata, perché il saldo della bilancia commerciale relativo all’interscambio con paesi esterni all’area euro mostra ancora un surplus, per quanto significativamente ridotto ed in costante declino, pari nel 2004 a 1.3 miliardi di euro. Ma è rispetto agli altri partner europei, che condividono quindi la stessa moneta, che il surplus italiano si è trasformato in un pesante deficit, pari lo scorso anno a 1.7 miliardi di euro.Vale la pena sottolineare che l’inizio del declino del canale delle esportazioni italiane risale alla fine degli anni Novanta, ben prima della recente ondata di rivalutazioni dell’euro. Secondo altre analisi, la responsabilità dei cattivi risultati del commercio estero sarebbe da attribuire alla specializzazione geografica delle nostre produzioni, cioè al fatto che avremmo partner commerciali “sbagliati??, ed opereremmo in mercati esteri in contrazione, anche se con quote di mercato costanti. Anche questa interpretazione è fallace, perché l’Italia ha perso costantemente quote di mercato dal 1995, dopo l’ultima grande svalutazione della lira.

I problemi veri sono altrove: una sfavorevole specializzazione di prodotto e un’esplicita perdita di competitività dal versante dei costi. Leggi tutto

Liberalismi

in Economia & Mercato/Unione Europea

Il commissario europeo al mercato interno Charlie McCreevy ha inviato una lettera al governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio chiedendo “chiarimenti” sulla posizione dell’istituto riguardo alle regole del mercato interno. Notizia piuttosto interessante, destinata a mettere alla prova il più volte rivendicato liberalismo del governo Berlusconi. Le banche straniere si stanno lamentando della chiusura del sistema bancario italiano all’investimento diretto estero, soprattutto di provenienza comunitaria. Il recente “accordo” tra Berlusconi e Fazio, di cui la stampa ha dato ampio conto e che non è stato smentito, prevede che le banche estere possano entrare nel capitale di quelle italiane fino al massimo del 15 per cento. Decisione invero bizzarra, se si considera che l’Italia resta soggetta alle regole della concorrenza stabilite in sede comunitaria. Aspettiamo la risposta di Fazio, ma alcune considerazioni s’impongono. Tutti siamo a conoscenza dello stato catatonico delle banche italiane, che tuttora rappresentano l’antitesi della libera concorrenza. Certo, il costo dei servizi offerti non è più determinato attraverso il famigerato “cartello”, ma a nostro giudizio ciò avviene solamente perché la moltiplicazione di servizi inutili (nota pratica del marketing alla Vanna Marchi…) rende difficile individuare delle classi omogenee di prestazioni. Per il resto, le dimensioni delle banche italiane restano molto contenute su scala europea, la politica del credito viene ancora prevalentemente gestita attraverso motivazioni che poco o nulla hanno a che vedere con l’analisi del merito di credito, la redditività viene “aggiustata” a colpi di manovre sulle commissioni (una delle principali fonti d’inflazione in questo paese), non esiste di fatto la possibilità/capacità per le banche italiane di espandersi all’estero, con la sola parziale eccezione di Unicredito, che appare la banca italiana a maggiore vocazione internazionale, anche se finora limitata al sia pur promettente Est europeo. Soprattutto, esiste una condizione di drammatico conflitto d’interessi che ha fatto seguito all’apertura del capitale bancario alle imprese. Come definire diversamente il fatto che il vicepresidente di una banca italiana, già condannato a titolo definitivo per insider trading, ma nel cui consiglio d’amministrazione siede perché ha patteggiato la pena, riconoscendosi colpevole (!!), ha ottenuto un finanziamento di 100 milioni di euro per partecipare all’aumento di capitale di una società partecipata dal proprio gruppo? Per il resto, business as usual: convegni in cui i banchieri ci spiegano come vincere la sfida della competitività, la Banca d’Italia pervicacemente contraria a perdere le proprie attribuzioni di antitrust congiunte a quelle di controllo della stabilità del sistema bancario italiano (lieve contraddizione, ma fa nulla…), dove il governatore decide ex cathedra (senza dover fornire motivazioni a chicchessia, e meglio così, perché spesso tali motivazioni non sarebbero di natura economica…) sulla validità o meno delle eventuali aggregazioni tra istituti, e più non dimandare.

Lo stessa caratteristica del mandato a vita del governatore (altra singolare analogia con il pontificato…), intesa in altri tempi come baluardo contro l’ingerenza e la voracità partitica, appare ora come un retaggio medievale finalizzato a preservare situazioni di potere interno al mondo finanziario (e politico) italiano. Un governo che si definisca autenticamente liberale non può non intervenire su questi temi, così come su quelli relativi alla riforma delle libere professioni, per tutelare la concorrenza ed i consumatori prima ancora delle solite avvilenti zuffe partitiche. Attendiamo fiduciosi, anche se sempre disincantati…

Altri riformismi

in Economia & Mercato/Italia

Tempo addietro avevamo segnalato l’esigenza che l’opposizione facesse il proprio mestiere e che quindi si tornasse al vecchio sistema anglosassone del governo-ombra, in cui l’opposizione presenta le proprie controproposte alla legislazione introdotta dalla maggioranza. Siamo stati ascoltati, anche se l’esito non è esattamente quello atteso, e vedremo perché.

L’Ulivo-Gad-Fed ha presentato ieri la propria proposta di ridisegno delle aliquote dell’imposta personale sui redditi. Fin qui tutto bene, anche se sarebbe lecito chiedersi perché, dopo aver sostenuto fino allo sfinimento che “non esistono margini di manovra per ridurre la pressione fiscale”, ora ci si impegni in questa atletica giravolta. Abbiamo il legittimo sospetto che si tratti di un tema molto “popolare”, ed essere spinti all’angolo ed etichettati come il “partito delle tasse” non faccia piacere a nessuno. Ma tant’è.

Nel dettaglio, il centrosinistra propone quattro aliquote: 23, 30, 40 e 45 per cento (vedi dettagli e soprattutto terminologia usata dall’Unità). L’aspetto più interessante della vicenda è rappresentato dalla copertura finanziaria per reperire i 6.5 miliardi di euro necessari. Secondo l’Ulivo sarebbe necessario rimodulare la tassazione delle attività finanziarie, portando l’imposta sui capital gain (non solo azionari) dal 12.5 per cento al 20 per cento, e abbassando quella sui depositi bancari, attualmente al 27 per cento. Inoltre, è previsto un contributo straordinario addizionale del 5 per cento sui capitali rimpatriati per effetto dello scudo fiscale. Che dire? La rimodulazione della tassazione delle attività finanziarie potrebbe, in astratto, essere fattibile, anche se evidenti motivi di “competitività fiscale” rispetto ai partner europei consiglierebbero prudenza, soprattutto quando si ha, come nel caso dell’Italia, un mercato dei capitali asfittico e sottodimensionato, riflesso di un pressoché inesistente investimento diretto estero. Ma tornare a tassare retroattivamente capitali rimpatriati in applicazione di una sorta di “patto fiscale”, discutibile quanto si vuole, appare una misura di tipo sudamericano, l’italianissima “incertezza del diritto” che provocherebbe verosimilmente nuovi massicci deflussi di capitali. Ancora una volta, prevale l’impostazione bertinottiana e della sinistra antagonista, quella di usare ideologicamente, cioè come una clava, la logica delle imposte patrimoniali, cosa che nemmeno Lula in Brasile e Toledo in Perù si sono mai sognati di fare. Colpisce (ma non troppo…) che Prodi si metta a scrivere una proposta di tale anacronistica demagogia di fatto sotto dettatura della “sinistra onirica”. L’impressione è che la manovra di Berlusconi, pur abborracciata e (al solito) frutto di percorsi assolutamente erratici e casuali, abbia in sé una tale valenza simbolica da costringere il centrosinistra perlomeno a rispondere. Si potrebbe dire che ad una maggioranza approssimativa e pasticciona corrisponde una opposizione ormai vittima di una demagogia populista altrettanto pericolosa. In entrambi i casi, la vittima designata del sistema politico italiano è il liberalismo, con cui il nostro paese sembra geneticamente incompatibile. Per il resto, siamo sempre in attesa della favolosa Bad Godesberg della sinistra, anche 30 anni dopo…chi va piano va sano e va lontano…

Regole

in Discussioni/Economia & Mercato

Oggi sciopero dei sindacati autonomi delle aziende di trasporti pubblici contro il rinnovo della parte economica del contratto di lavoro, di cui i cobas rifiutano l’accordo raggiunto. A beneficio di quanti si genuflettono per riflesso pavloviano di fronte alla Costituzione (anche noi usiamo la maiuscola per deferente riflesso condizionato) vorremmo timidamente ricordare che esiste almeno un articolo della nostra carta fondamentale che è di fatto disapplicato, dopo quasi sessant’anni di “benevola negligenza” da parte del legislatore:

Art.39 L’organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Ebbene, questo articolo non è mai stato applicato: Leggi tutto

Memoria corta

in Economia & Mercato/Italia

Il governo capitola: la tanto strombazzata riduzione delle tasse avverrà (se mai avverrà) solo dal primo gennaio 2006. Nel 2005 la precedenza verrà data alla riduzione dell’Irap, la famigerata imposta sul reddito delle attività produttive, che tanto ha contribuito ad affossare, dalla sua introduzione, la competitività delle imprese italiane. Questa della mancata riduzione dell’Irpef (o dell’Ire, come si chiama ora) è una storia molto istruttiva: nel programma originario della Casa delle Libertà era prevista l’introduzione di due sole aliquote: 23 e 33 per cento. Ciò avrebbe confermato, ma potenzialmente assai indebolito, la progressività del nostro sistema tributario, stabilita dalla costituzione, e probabilmente sarebbero stati necessari robusti aggiustamenti alle esenzioni ed alla cosiddetta “no-tax area” per mantenere una progressività soddisfacente. Oggi, dopo anni di proclami, Berlusconi “scopre” che non ci sono le condizioni per un simile alleggerimento fiscale, il che ci fa sospettare che il premier viva su una sua nuvoletta, in una sorta di autismo politico a cui gli italiani continuano a prestare orecchio. La realtà è un po’ più complessa: il governo ha alfine scelto di ridurre la pressione fiscale sulle imprese, alleggerendo l’Irap (nei limiti in cui sarà possibile) per tentare di dare ossigeno ad un sistema delle imprese ormai agonizzante, come mostrano le statistiche sull’emorragia di quote di mercato all’esportazione negli ultimi 2 anni. Fin qui l’aspetto esteriore. Restano poi alcune situazioni “di contorno”. Prima tra tutte il fatto che abbiamo scoperto che in questo paese esiste un robustissimo partito delle tasse e della spesa pubblica, che ha in ampi settori di Alleanza Nazionale e dell’Udc i propri principali sostenitori. Esistono alcuni milioni di voti che letteralmente dipendono dalla spesa pubblica, ed esistono partiti che senza tali voti semplicemente non esisterebbero. Ora l’unica cosa che possiamo augurarci è che il ministro Siniscalco si erga a guardiano della spesa pubblica, senza sbracare sui rinnovi contrattuali del pubblico impiego, anche se confessiamo di essere sempre stati molto ingenui. Di Berlusconi abbiamo già detto, l’uomo appare molto meno il Grande Comunicatore di cui si favoleggiava, e sempre più il prigioniero di logiche partitocratiche autenticamente da Prima Repubblica, di cui stiamo vivendo semplicemente il secondo tempo. Restiamo in attesa di vedere il giorno in cui gli enti locali verranno messi nella condizione di gestire autonomamente le proprie entrate e le proprie spese, e di non nascondersi, come ora, dietro il mantello dei trasferimenti pubblici per coprire imbarazzanti insipienze amministrative o più propriamente redistribuzioni truffaldine dei soldi dei contribuenti, vedasi il giro miliardario (in euro) delle consulenze, sul quale ci auguriamo presto si scoperchi la pentola. L’ultima parola (come sempre) è per il centrosinistra. Esultanza per il mancato taglio delle imposte personali (??), rimbrotti a Berlusconi per non aver mantenuto le promesse elettorali, nell’ormai abituale strabismo demagogico che caratterizza uno schieramento profondamente involuto e tenuto assieme solo dal collante dell’ossessione antiberlusconiana. All’Ulivo vorremmo sommessamente ricordare che l’Irap venne introdotta dal governo Prodi, ministro dell’economia Vincenzo Visco, nel 1997. L’Irap rappresenta un autentico doppione dell’Iva, al punto che il 16 novembre è atteso il pronunciamento della Corte europea di Lussemburgo sull’ipotesi di violazione dell’ordinamento fiscale comunitario che impedisce l’imposizione basata sulla “cifra d’affari delle imprese”, proprio per non provocare pericolose duplicazioni dell’imposizione indiretta. L’Ulivo è responsabile dell’introduzione di questa imposta, che ha pesantemente contribuito al declino della competitività del nostro paese. Ma vedrete che se arriverà una sentenza di condanna europea per l’Irap, la Gad riuscirà a compiacersene e dare la colpa di tutto a Berlusconi. Il circo Italia continua, sempre nuovi animali sulla pista…

Leggere, scrivere e far di conto

in Economia & Mercato/Italia

Luciano Violante, ieri sera ospite di Ballaro’ su Raitre, commentando il rimpatrio di capitali indotto dallo “scudo fiscale”, si lancia in alcuni commenti arditi e in uno spettacolare svarione. Afferma infatti l’esponente diessino che “la mafia ricicla al 25 per cento, lo Stato con lo scudo fiscale ha riciclato al 2.5 per cento, mettendo fuori causa la mafia”. Il riferimento è all’imposta sostitutiva del 2.5 per cento, in titoli di stato o contanti, pagata da chi ha aderito al rimpatrio di fondi depositati all’estero negli scorsi anni in violazione dell’allora vigente normativa valutaria. Certo il parallelo tra mafia e stato concorrenti nel riciclaggio è piuttosto ruvido, ma il realismo ha suggerito che per far rientrare in Italia dei capitali (certo non tutti di origine criminale) usciti per sottrarsi ad una legislazione fiscale perlomeno vessatoria questa fosse l’unica via. Ma Violante si supera subito dopo. “Chi ha illecitamente esportato un miliardo di lire, ora li rimpatria e se ne ritrova 975 milioni. Chi ha lasciato i propri soldi in Italia, dopo le tasse se ne ritrova 600”. Ora, è palese che Violante confonde l’imposta sui redditi (che colloca spannometricamente al 40 per cento, peraltro annuo), e l’imposta sullo stock di ricchezza finanziaria fatta rientrare, che e’ tutt’altra cosa, e che certo non è reddito. Chiedere un’oncia di competenza incastonata in un mare di demagogia è troppo?

Ombre rosse

in Economia & Mercato/Italia

Come ogni autunno, e’ ricominciata la saga nazional-popolare della legge finanziaria, quest’anno con la “novità” delle tanto strombazzate riduzioni alle aliquote sui redditi personali. In attesa di vedere come finirà, ci colpisce molto l’urlo di dolore del centrosinistra, e la cosa merita qualche approfondimento. L’Ulivo dice che tutta l’operazione è un gigantesco inganno, molto peggio di una partita di giro, perché gli enti locali saranno costretti ad applicare nuove tasse, mentre governo e maggioranza ritengono che il taglio delle aliquote servirà a rimettere in movimento un’economia asfittica come quella italiana. Crediamo che nessuna delle due cose sia vera: non è vero che gli sgravi fiscali serviranno a far ripartire l’economia italiana, che sta progressivamente deindustrializzandosi, non potendo più contare sulle svalutazioni competitive del cambio. Stiamo vivendo la fine di un sistema-paese, e solo un profondo trauma, simile all’uscita della lira dallo Sme nel ’92, potrà produrre un cambiamento durevole. Ma allo stesso tempo, abbiamo la netta, sgradevole impressione che in questo paese esista un blocco sociale che ha costruito le proprie fortune sulle tasse, e continua a non realizzare che le risorse sono finite. I comuni fingono di voler una qualche forma di “federalismo”, purché preservi la loro irresponsabilità fiscale, i sindacati vogliono la “concertazione”, cioè la sistematica sottrazione di valore aggiunto al lavoro dipendente e a favore dell’impresa purché continuino ad ottenere in cambio delle forme di sussidio pubblico alle proprie attività, vedi i patronati e non solo, i politici continuano a fare l’unica cosa che sanno fare, per natura: annusare l’aria e giocare di sponda. In Europa in questo momento stiamo affrontando la concreta minaccia del declino economico, che porta con sé inevitabilmente anche quello sociale, con buona pace del solito chiacchiericcio sulla multietnicità ineluttabile, meglio se islamica. Ci sono due modi per reagire al declino: quello di aumentare la dose di stato e regolamentazioni pubbliche, e quella di aumentare la flessibilità dell’economia, a tutti i livelli, anche se questo può (inizialmente) risultare doloroso. In Italia, siamo riusciti a trovare l’ennesima “terza via”: un nucleo di soggetti “protetti”, ed uno esterno di soggetti “flessibilizzati”, che vivono in una condizione di permanente precarietà. Ora attendiamo dal governo Berlusconi la riforma delle libere professioni, ultimo bastione medievale di una società sclerotizzata, dove alberga ancora il germe della rendita parassitaria, e che un governo sedicente “liberale” come questo non può non avere in agenda. Un bel tema “progressista”, sempre che qualcuno a sinistra riesca ad accorgersene, ma ne dubitiamo, visti i tradizionali riflessi pavloviani che questo schieramento sviluppa nei confronti dei poteri forti, in una permanente ansia da legittimazione che li fa apparire come i veri conservatori. Alla Grande Alleanza Democratica (perché, lo schieramento avversario è forse fascista? O forse “democratico” è qui inteso nello stile un po’ demodè ma sempre irresistibile del patto di Varsavia e del Comintern?) vorremmo suggerire di essere più “operativi” nella critica, magari ricostituendo un bel governo-ombra che presenti una legge finanziaria anch’essa ombra, ma che abbia proposte concrete per la finanza pubblica, senza limitarsi alla solita fraseologia millenaristica dei lutti e devastazioni prodotti dalla “destra” di Berlusconi.

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