by Editor on November 27, 2007
di Mario Seminerio
La fine degli scioperi dei ferrovieri francesi (sia quelli della SNCF che quelli della RATP, la Régie locale della regione parigina), ha scatenato una corsa all’interpretazione ed all’analisi su chi abbia “vinto” il braccio di ferro che per una decina di interminabili giorni ha visto fronteggiarsi gli cheminots da un lato, ed il governo Sarkozy-Fillon dall’altro. Passeggiando per la blogosfera abbiamo notato alcuni spericolati paragoni tra l’azione di Sarkozy ed il braccio di ferro che oppose Margaret Thatcher ai minatori inglesi, alla fine degli anni Settanta, o ancora il licenziamento in tronco dei controllori di volo in sciopero, adottato da Ronald Reagan nel 1981. Ci colpisce, soprattutto, l’interesse quasi ossessivo che ogni iniziativa di Sarkozy suscita presso politici e giornalisti italiani, un interesse che non ha pari in nessun altro paese europeo.
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by Editor on August 1, 2007
“Un bon deal“, un buon affare. Così, in un patchwork anglo-francese, si è espresso Saïf Al-Islam, figlio del colonnello Gheddafi, in un lungo colloquio con i giornalisti di Le Monde, in cui ha ricostruito i retroscena della liberazione delle infermiere bulgare. Secondo Gheddafi Junior l’accordo sarebbe stato basato, oltre che sulla fornitura di tecnologia francese per la costruzione di un reattore nucleare a scopi civili, anche sull’intervento del governo britannico, che avrebbe consentito ad uno degli agenti segreti libici detenuti per l’attentato di Lockherbie al Jumbo Pan Am, in cui nel 1988 morirono 270 persone, di presentare per la seconda volta appello contro l’ergastolo a cui è stato condannato dalla giustizia scozzese.
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by Editor on July 30, 2007
Negli ultimi giorni, l’attivismo in politica estera del presidente francese Sarkozy ha evidenziato una sostanziale continuità con le tradizionali linee-guida di Parigi, indipendentemente dal colore politico dell’inquilino dell’Eliseo. Dopo aver messo il cappello sulla liberazione delle infermiere bulgare e del medico palestinese (con passaporto di Sofia), incriminati dal regime libico con la fantasiosa accusa di aver infettato con il virus dell’Aids oltre 400 bambini, per il solo levantino obiettivo di battere cassa, Sarkozy è quindi volato da Gheddafi ed ha siglato un accordo per la fornitura di tecnologia nucleare civile al regime libico, suscitando la reazione stizzita dei tedeschi, che da tempo corteggiavano Tripoli per stringere accordi per lo sviluppo di energie rinnovabili.
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by Editor on June 27, 2007
di Postman - © Libero Mercato
Il governo Sarkozy-Fillon ha in progetto l’introduzione della cosiddetta “Iva sociale”, una maggiorazione dell’aliquota delle imposte indirette con la finalità di ridurre gli oneri sociali in carico alle imprese, riducendo il costo del lavoro. Tale strategia, al contempo, renderebbe più costosi i beni importati, producendo l’effetto equivalente a un’imposta sui prodotti importati ed un disincentivo alle imprese a delocalizzare. La materia è molto delicata, visto che un inasprimento Iva indifferenziato per tipologie di consumi avrebbe un effetto regressivo, a tutto danno delle fasce sociali più deboli. Oggi, nel sistema fiscale francese, l’Iva determina già circa il 51 per cento del gettito totale, contro il 17 per cento dell’imposta sul reddito. Inoltre, il dieci per cento delle famiglie francesi più povere destinano l’8 per cento del reddito al pagamento dell’Iva, contro solo il 3 per cento del decile di famiglie più ricche.
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by Editor on June 22, 2007
Coerente con le proprie promesse elettorali, il presidente francese Sarkozy sta tentando di far passare, nella bozza del nuovo trattato costituzionale europeo (sul quale si sta furiosamente e spesso grottescamente negoziando in queste ore a Bruxelles sotto gli auspici del Cancelliere Merkel, presidente di turno della Ue), alcune modifiche di rilievo per alleviare l’anglofobia antimercantilista dei propri connazionali. Ieri la delegazione francese è riuscita a far rimuovere dalla lista degli obiettivi fondamentali della UE, il riferimento ad un “mercato interno ove la competizione sia libera e non distorta“, presente nelle sacre scritture comunitarie dal Trattato di Roma del 1957. Secondo molti tecnici, questa rimozione indebolirebbe gravemente l’azione antitrust europea. Cosa di cui potremmo anche essere lieti, se non fosse che questo esito permetterebbe agli stati membri la reintroduzione delle pratiche di aiuti di Stato, in cui i francesi sono da sempre maestri, e gli italiani zelanti discepoli. A Parigi ricordano ancora con rabbia le epiche lotte contro l’allora Commissario Ue Mario Monti, contrario agli aiuti di Stato ad Alstom, campione nazionale transalpino.
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by Editor on May 7, 2007
In un elegante edificio parigino del Diciottesimo secolo, 169 dipendenti del defunto ufficio governativo per la pianificazione continuano a produrre rapporti su previdenza sociale ed energia, duplicando le analisi elaborate da altre agenzie governative. Quell’ufficio, creato per elaborare sovietizzanti piani quinquennali prima dell’interruzione di quella pratica, negli anni Novanta, esemplifica gli eccessi statalisti che il neo-presidente francese dovrà tentare di rimuovere. Perché in Francia, terra di antiche ispirazioni rivoluzionarie, ogni tentativo di riformare la pubblica amministrazione suscita sollevazioni popolari e proteste di strada, costringendo il governo di turno a battere in ritirata, sia pure solennemente, come si conviene allo stile del paese. La spesa pubblica francese, al 54 per cento del prodotto interno lordo, è ai massimi di tutte le maggiori economie. Secondo l’Ocse i pubblici dipendenti francesi, ministeriali o di imprese pubbliche, nel 2004 costituivano il 23 per cento del totale degli occupati, contro la media del 14 per cento degli altri 30 paesi membri dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica.
Il numero dei dipendenti ministeriali è cresciuto del 24 per cento dal 1982, il doppio del tasso di crescita di tutto il mercato del lavoro. La forza lavoro del Ministero dell’Agricoltura è passata dalle 30.000 persone del 1985 alle attuali 39.000, malgrado nello stesso arco di tempo il numero dei coltivatori francesi sia dimezzato. Il corpo docente della scuola pubblica è rimasto stabile ai livelli del 1991, a 740.000 persone, a fronte di una riduzione del 5 per cento nel numero di studenti. Dati ufficiali stimano che la Francia, con una popolazione di 61 milioni di persone, conta su 5.1 milioni di pubblici dipendenti. Ma il loro numero potrebbe addirittura arrivare a sette milioni di persone, visto che anche in Francia vanno molti di moda i distacchi presso agenzie, commissioni, sindacati, ed il potere legislativo non dispone di strumenti di controllo e censimento della spesa per il personale pubblico.
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by Editor on April 30, 2007
Brutta sorpresa per François Bayrou, sedicente “terza forza” dell’imperfetto bipolarismo francese. Dopo il primo turno delle presidenziali, Bayrou si è misurato in un singolare contraddittorio televisivo con Ségolène Royal, dichiaratamente mirato a mettere in vendita al miglior offerente il proprio 18 per cento di voti, con il consunto slogan “né di qua, né di là”, che noi italiani conosciamo purtroppo assai bene, e che in realtà è propedeutico a contrattare con la sinistra poltrone e strapuntini.
Il copione era perfetto: annuncio solenne della creazione di un Partito Democratico francese, centrista in marcia verso sinistra (il percorso opposto a quello del Pd nostrano), telefonata con Rutelli e Prodi, altrettanto solennemente finto annuncio di non schieramento tra i due candidati, con i caratteristici accenti di sicumera terzista, un nuovo e pernicioso ceppo del virus della superiorità morale.
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by Editor on April 26, 2007
In vista del ballottaggio di domenica 6 maggio, tentiamo di analizzare i programmi economici dei due candidati alla presidenza francese. La competizione tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal si risolve nella diversa enfasi attribuita a competitività e consumi. Sarkozy appare più un supply sider (per quanto sui generis ed autenticamente francese): riduzione dell’imposizione fiscale sulle imprese, eliminazione delle penalizzazioni sul ricorso al lavoro straordinario, attenuazione dei vincoli alla legislazione sul lavoro. Ségolène Royal, per contro, punta al rilancio della domanda attraverso l’aumento di sicurezza del lavoro, spesa pensionistica e salario minimo.
L’obiettivo dei due candidati è quello di rilanciare un’economia che cresce meno di quella tedesca, soffre di una progressiva perdita di competitività, come testimoniato dalla costante riduzione della quota francese sul totale dell’export europeo e dal maggior deficit delle partite correnti da un quarto di secolo, e di un tasso di disoccupazione, oggi all’8.8 per cento, che è il maggiore tra le 13 nazioni che condividono l’euro. La crisi francese si sostanzia quindi in una competitività debole ed una crescita mediocre.
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by Editor on April 16, 2007
Con l’approssimarsi del primo turno delle elezioni presidenziali, anche in Francia si assiste alla moltiplicazione di stralunate dichiarazioni dei candidati, tese a catturare singoli segmenti dell’elettorato. Negli ultimi giorni, a segnalarsi maggiormente in questa attività è stato il candidato neogollista, Nicholas Sarkozy. Il quale dapprima ha detto che, se eletto, farà tutto il possibile per ottenere la riscrittura del Trattato istitutivo della Banca Centrale Europea, per rendere l’istituto di emissione di Francoforte più orientato alla creazione di nuova occupazione. Lungi dall’essere un tentativo di “americanizzare” la Bce, questa sembra essere una posizione di demagogia politica di basso conio (per restare in tema), visto che Sarkozy e la stessa Royal in queste settimane reiterano ossessivamente il mantra che la moneta unica europea ha danneggiato le imprese del continente. Affermazione priva di senso, come dimostra l’assai vigorosa crescita tedesca, basata sull’esportazione di beni capitali ad elevata tecnologia, che appaiono meno sensibili all’evoluzione del cambio. Ma l’euro è certamente un capro espiatorio buono per tutte le stagioni politiche. Credere che la politica monetaria di Eurolandia sia restrittiva, anche considerando il trend di apprezzamento del cambio sul dollaro, significa aver capito assai poco delle dinamiche monetarie. Si dirà: siamo in campagna elettorale, i francesi restano pur sempre pervicacemente “globalofobi”, nutriti a pane e sussidi agricoli, e quindi i candidati (con l’unica lodevole eccezione del centrista Bayrou) recitano a soggetto. Può essere.
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by Editor on March 9, 2007
L’Insee, l’ufficio centrale di statistiche, ha lanciato la scorsa settimana in Francia un indice dei prezzi “personalizzato”: dopo inglesi e tedeschi, anche i francesi potranno cioè controllare l’evoluzione dei prezzi dei prodotti del loro paniere.
Con questo nuovo indice, l’Insee intende rispondere alle critiche formulate sia a destra che a sinistra all’indice ufficiale, accusato di non riflettere il costo della vita. Secondo responsabili politici, sindacali e rappresentanti dei consumatori il tasso ufficiale di inflazione (+1,6% su un anno), sottostimerebbe la reale dinamica dei prezzi. L’IPC, segnala l’Insee, è inoltre rifiutato in blocco da tutti quelli che guadagnano meno di 1.500 euro al mese.
Grazie a questo nuovo indice, ognuno potrà misurare il rincaro della sua spesa e compararlo con l’IPC, l’indice dei prezzi al consumo che, precisa l’Insee, continuerà a restare come unico riferimento ufficiale. L’indice personalizzato servirà però ai francesi per modificare le loro voci di bilancio e misurare ciò che i consumatori constatano intuitivamente, spiega sempre l’Insee.
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