Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Germania

Deutsche Bank, la malata d’Europa. Che riuscirà a curarsi

Economia & Mercato/Esteri

Per la prima banca tedesca, Deutsche Bank, il momento della resa dei conti sembra avvicinarsi. L’ultima di una lunga serie di gocce avvelenate è stata la richiesta del Dipartimento di Giustizia statunitense di una sanzione da 14 miliardi di dollari per frode legata a vendita inappropriata (misselling) di mutui. La banca tedesca ha una serie di problemi esistenziali, tra cui la propria missione, tra banca commerciale e banca d’investimento, ed un carico di contenziosi il cui petitum eccede ampiamente quanto sinora accantonato. La sorte del sistema bancario tedesco, e di DB in particolare, è seguita in Italia con singolare attenzione, sia per una classica Schadenfreude che per l’assai poco segreta ma del tutto irrazionale speranza che, presto o tardi, DB riceva aiuti di stato e che ciò apra la strada anche da noi ad una bella cascata di soldi pubblici (che non ci sono, ma sono dettagli) su un sistema bancario sinistramente scricchiolante, da MPS in giù. Sono speranze molto italiane, cioè miopi ed irrazionali.

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Surplus tedesco e balordoliberalismo italiano

Ieri Matteo Renzi, impegnato allo spasimo ad ottenere dalla Ue nuovo deficit di pessima qualità con cui impiccare il paese, ha detto che “la Germania ha un surplus commerciale di 90 miliardi di euro, che tiene fermi anziché investirli”. Oggi, in suo soccorso, accorre Federico Fubini sul Corriere con un’altra perla, sull’export tedesco: “Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità, dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi”.

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Il deficit di comprensione del surplus

Come noto, nella disperata ricerca di capri espiatori e complotti esterni a cui imputare la non brillantissima performance economica nazionale, gli italiani ed i loro prestigiosi editorialisti hanno trovato da tempo un numero da coccolarsi e per cui sdegnarsi: il saldo delle partite correnti tedesche, o meglio il saldo commerciale germanico, che del primo è magna pars. “Se solo i tedeschi riducessero il loro surplus, noi cresceremmo di più!”, è il ritornello ricorrente. Ma da cosa deriva il surplus tedesco? E in che modo noi italiani potremmo avvantaggiarci da una sua riduzione?

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Una Germania un po’ meno tedesca

Economia & Mercato/Esteri

La non-notizia del giorno non è il fatto che l’Italia nel primo trimestre del 2016 sia cresciuta alla metà del passo dell’Eurozona. A questo siamo ormai abituati da tempo, anche se ora verrete rimbecilliti dal frastuono di trombe e fischietti governativi. La non-notizia del giorno è che la Germania continua a crescere per spinta della domanda interna. Scriviamo continua perché la tendenza è in atto da tempo anche se qui da noi, nell’altro frastuono nazional-popolare del “piove, governo tedesco ladro”, non ci si era accorti del dettaglio.

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Diventa anche tu un piccolo McKinsey, con i nostri editoriali

Oggi sul Corriere un commento del vicedirettore Federico Fubini sui destini incrociati dei sistemi bancari italiano e tedesco, davanti alla Commissione Ue. È ormai divenuta un’ossessione, quella degli editorialisti italiani, per questa HSH Nordbank vista come prova provata dei “favoritismi” di cui godrebbe la Germania. Se poi si scava nemmeno troppo in profondità, si scopre che le cose non stanno in questi termini, che il contesto è radicalmente differente, e che alla fine gli editoriali finiscono spiaggiati a constatare amaramente le debolezze e vulnerabilità italiane, dopo essersi abbeverati alla fonte dell’invidia per i guai altrui, la celeberrima Schadenfreude. Ma, ehi!, restano sempre imprescindibili fonti di precetti e ricette.

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Opposte miopie

Ieri, in un editoriale, il direttore del Sole, Roberto Napoletano, ha posto un singolare veto sulla “candidatura” di Jens Weidmann a successore di Mario Draghi. E sin qui, nulla quaestio (battutona bancaria). Napoletano dipinge Weidmann come una sorta di automa insensibile alla realtà, un vulcaniano degenerato ed anaffettivo, l’erede immeritevole di Hans Tietmeyer, che quando lasciò la guida della Buba si prese un bel rimbrotto di commiato dall’ex cancelliere Helmut Schmidt causa sua rigidità nel sostenere i parametri di Maastricht senza spiegare da dove originassero quei numeri. Ognuno è libero di criticare i tedeschi come meglio crede, ci mancherebbe. Solo servirebbe farlo con motivazioni non eccessivamente stranianti.

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Ma lo “scandaloso” Weidmann non ha tutti i torti

Un nuovo ed antico tormentone di questa Eurozona lacerata e nevrotica ha ripreso corpo in queste settimane: i tedeschi che puntano il dito contro l’Italia, l’Italia che punta il dito contro la Germania. Dinamica frusta e stucchevole, inasprita dai tassi negativi di Mario Draghi, che stanno rendendo nervosi risparmiatori e governanti tedeschi, dimentichi che esistono risparmiatori anche in Italia e nel resto d’Europa, che affrontano le stesse problematiche. Nel mezzo, dispettucci assortiti, con i giornali popolari tedeschi che tentano di fare lo sgambetto al turismo italiano, provocando le solite reazioni pittoresche a casa nostra, anche se di fatto questa è la ritorsione verso un premier italiano che si è detto pubblicamente “preoccupato” per la salute della prima e della seconda banca tedesche, oltre che per tutto il sistema creditizio teutonico. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, all’Asilo Mariuccia d’Europa, dove tic e luoghi comuni ormai sono incontrastati padroni del campo.

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Fermate il mondo ed alzate i tassi, la Germania vuole scendere

Nel suo editoriale settimanale sul Financial Times, Wolfgang Munchau riconduce l’intemerata di Wolfgang Schaeuble contro la politica monetaria non convenzionale della Bce di Mario Draghi alla pressione che i tassi negativi esercitano sui bilanci di banche ed assicurazioni, che come noto sono l’architrave del sistema finanziario tedesco. Anche di quello italiano, a dire il vero, ma sono dettagli che a breve analizzeremo.

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Avanzi di narrativa

Oggi, parlando alla Camera, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha affrontato un tema molto pop, per gli italiani alla spasmodica ricerca di un capro espiatorio esterno per giustificare i propri guai. Un tema che in astratto avrebbe anche qualche fondamento ma che viene declinato da Renzi in un modo buffo, che pare indicare che il Nostro ha in testa una discreta confusione macroeconomica.

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Il demokeynesiano di Rignano

Quest’oggi, in una delle sue molteplici comparsate mediatiche, il presidente del consiglio Matteo Renzi ha detto la sua circa l’insufficiente crescita italiana rispetto alla media europea. Confermandosi un singolare esempio di keynesiano fuori tempo massimo, ma soprattutto l’erede naturale della grande tradizione democristiana della spesa pubblica. Anche in questo caso abbondantemente a tempo scaduto.

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