Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Germania - page 2

Favoritismi alla tedesca

(Questo è il secondo di tre post dedicati ai “favori” che la Germania avrebbe ricevuto in tema di aiuti di stato dalla Commissione Ue. Il titolo del post è evidentemente un’esca acchiappagonzi. Dovreste comunque sentirvi riconoscenti per il posizionamento di questo disclaimer-spoiler in testa al post anziché in coda.)

Mentre in queste ore il nostro premier pare intento ad esibirsi in una versione geneticamente mutata di grillino con qualche sfumatura no-euro, può essere utile gettare un occhio a criteri e tecnicalità con cui la Germania ha speso il proprio denaro pubblico per supportare i propri istituti bancari durante la Grande Crisi. Oggi parliamo del programma cosiddetto di Asset Relief.

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Invidia debitorum

In questi giorni di disvelamento della triste realtà di un sistema bancario nazionale che presenta ampie zone di sofferenza, prodotto di mirabile sintesi di stupidità e comportamenti criminogeni e a volte pure criminali, si leva alto lo strepito: “la Germania ha potuto spendere tanti soldi pubblici nelle proprie banche, perché noi no? Orsù, andiam andiamo a sbattere i pugni sul tavolo e sul tavolino della perfida Europa, deh!”. A sostegno di questa tesi, è assurto di moda citare il caso di una sconosciuta (per noi) banca regionale tedesca. Esempio che non è chiaro che c’entri con la decomposizione italiana, come andiamo a spiegarvi.

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Der gomblodden

Poiché nulla si butta e tutto si ricicla, soprattutto in un paese come questo, dove il dibattito pubblico è a livelli di discarica, vi segnaliamo l’ultima pillola di memorie dell’uomo che volle bere l’amaro calice sostituendolo allo Stock 84. E mal gliene incolse.

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Grattando sotto la superficie dell’apparenza

Economia & Mercato/Esteri

(Post tecnico, ma solo il giusto. Per proseguire l’inane sforzo divulgativo e contribuire ad un dibattito pubblico sull’economia un po’ meno demenziale. Sono un illuso, lo so)

Oggi l’ufficio statistico federale tedesco ha pubblicato la disaggregazione del Pil del primo trimestre. E’ un dato importante perché consente di identificare quali componenti (consumi privati e pubblici, investimenti, scorte, commercio estero) hanno contribuito al dato complessivo. Tra poco capiremo il perché, non prima di aver precisato l’ovvio, e cioè che il dato di un singolo trimestre serve a ben poco. Ma tant’è, rispetto alla temperie culturale in cui siamo immersi in Italia, malgrado lodevoli tentativi di “laicizzare” la lettura dei dati economici.

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La Germania si cura una sindrome sindacale italiana

Oggi, al parlamento tedesco, va in prima lettura la bozza di un disegno di legge che punta a ridimensionare il potere negoziale (e di sciopero) delle sigle sindacali minori, che in alcuni settori (macchinisti, piloti d’aereo e controllori di volo) ha prodotto recentemente esiti “italiani” in termini di danno inflitto all’utenza.

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Razionale come un tedesco

Della serie “frasi su cui riflettere”, e sapendo che la politica energetica è una gran brutta bestia, spesso vittima di demagogia e della pancia dell’elettorato, e non solo in Italia, ecco un articolo da leggere nella sua interezza, ma di cui è utile evidenziare soprattutto questo:

«E’ impossibile ignorare i paradossi della politica energetica tedesca. Questo è un paese impegnato a ridurre le emissioni di CO2 ma che sta costruendo nuove centrali a carbone. [Un paese] che non vede molto il sole ma che ha legato molto del proprio futuro all’energia solare. [Un paese] che sta chiudendo le proprie centrali nucleari, ben gestite, e tuttavia si affida alle importazioni di energia nucleare dalla Francia»

Un giorno i tedeschi si sveglieranno scoprendo di aver fatto un discreto numero di errori strategici, nelle proprie implacabili e geometriche esistenze. Ed allora scopriremo se prevarrà l’angoscia, l’autoflagellazione o la capacità di ammettere l’errore e rimettersi in gioco.

I cocoriti renziani diventano gufi

E festeggiano la frenata tedesca

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Come informa la sempre preziosa Wikipedia, con il termine Schadenfreude si intende, in lingua tedesca, uno “stato di piacere provocato dalla sfortuna altrui”. Una sorta di “compiacimento malevolo”, in pratica. L’antitesi del concetto buddhista di mudita, che indica “felicità per la buona sorte altrui”. In Italia abbiamo visto all’opera questo stato d’animo ieri, in occasione della pubblicazione del dato di Pil tedesco del secondo trimestre. Uguale al nostro, un deprimente meno 0,2%.

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La Schadenfreude di un paese stressato

Alla fine, è uscito il Pil tedesco del secondo trimestre. Mostra una variazione negativa, pari allo 0,2% trimestre su trimestre, mentre la variazione su base annuale è dello 0,8% e dell’1,2%, se calcolato rettificando per i giorni lavorati. Come sempre, da un singolo dato non si possono trarre inferenze rilevantissime. Sarà l’inizio di un trend o un episodio isolato? Lo scopriremo nei prossimi mesi. Per ora è utile analizzare i dati.

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Germania, Pasqua di disinflazione

Ieri è stata pubblicata la stima preliminare dell’indice dei prezzi al consumo tedeschi per il mese di maggio. Come confermato anche dal dato di stamane per l’intera Eurozona, si è avuta una sorpresa negativa, con la variazione mensile in calo dello 0,1% calcolata sul paniere dell’Ufficio Statistico nazionale tedesco e dello 0,3% su base euro-armonizzata. Particolarmente affascinante la spiegazione, ancora una volta legata agli effetti della Pasqua “tardiva” di quest’anno rispetto allo scorso anno.

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L’audace piano della Bundesbank per abbassare i rendimenti tedeschi

Poiché il momento è assai propizio, a pochi giorni dalle elezioni europee, cosa c’è di meglio di una bella bufala complottarda per spiegare ai poveri italiani che i perfidi tedeschi sono dei volgari bari? Bufala peraltro ricorrente, ad intervalli regolari, in questo paese di vittimizzati piagnucolosi. La vicenda, e siamo sinceramente annoiati a parlarne ancora, è quella della Bundesbank che si “comprerebbe” l’invenduto delle aste dei titoli di stato tedeschi, facendo marameo a noi poveri mediterranei sofferenti e costretti dalla camicia di forza delle regole dell’Europa Matrigna.

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E la Germania scoprì di abbaiare alla luna

Alla fine, è accaduto quello che qui si attendeva: i ministri delle Finanze di Germania e Finlandia hanno emesso una nota in cui accusano la Commissione europea di aver modificato, in qualche modo arbitrariamente, i criteri di flessibilità di bilancio pubblico concessi a Francia e Spagna.

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Perché noi siamo noi

Oggi una combattiva Angela Merkel ha dimostrato di fronte al mondo e, più limitatamente, all’Europa, che alcuni paesi vivono in una comunità di stati con l’obiettivo di rivendicare la propria eccezionalità ad ogni occasione utile. Non che non lo si sapesse, per carità, ma a volte questi reminder sono utili per alimentare il cinico che è in noi.

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Salario minimo, contratti e democrazia

Economia & Mercato/Esteri

Quanto sono precisi, i tedeschi. Fanno le elezioni, prendono atto che non esiste un partito o una coalizione “naturale” di partiti in grado di ottenere la maggioranza assoluta, iniziano i negoziati per una Grande Coalizione, durante i quali alcune decine di persone annotano diligentemente i termini del “contratto”. Dopo di che, gli iscritti di uno dei due partiti possono essere chiamati ad esprimersi sull’accordo e, in caso, bocciarlo, riportando tutti alla casella di partenza.

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Nove in punto – Maledetta Germania

Intervento piuttosto problematico (non per i contenuti quanto per la qualità della connessione telefonica) del vostro titolare a Nove in punto, condotto da Simone Spetia su Radio24, sugli esiti delle elezioni politiche tedesche, con commenti di Sergio Nava, Veronica De Romanis ed Alessandro Merli. In sintesi, i punti del vostro titolare sono:

  • Non c’è, oggi, esportabilità del “modello tedesco”, contrariamente alla narrativa di Herr Schaeuble. Il perché lo leggete anche qui, oltre al fatto che la Germania non ha ristrutturato sotto le bombe di una recessione autoinflitta;
  • E’ innegabile tuttavia che la Germania le riforme le ha fatte, a inizio anni Duemila, quindi le si può riconoscere il first move advantage, soprattutto dal versante del costo del lavoro. Assai platonico, però, vista la situazione attuale;
  • La Germania resta incardinata in Europa, e non altrove. Quindi è interesse tedesco evitare di finire sotto le macerie di una ipotetica (ma inesistente) “guerra di conquista” che rischia di far vincere ai tedeschi il Premio Tafazzi. Inoltre, il paese ha problemi strutturali non lievi, quali dotazione infrastrutturale in via di obsolescenza ed invecchiamento della popolazione, e peraltro non appare il mostro di produttività di cui si favoleggia;
  • Noi italiani siamo comunque in una botte di ferro, visto che abbiamo abolito l’Imu sulla prima casa (questa è ironica, mi raccomando);

Buon ascolto.

Le fiabe a lieto fine di zio Wolfgang

Sul Financial Times, un editoriale moderatamente panglossiano di Wolfgang Schaeuble tenta di trasmettere il messaggio che, alla fine, il duro lavoro premia i riformatori. Abbiamo il fulgido esempio della Germania, argomenta Schaeuble, non date retta ai profeti di sventura. Può essere, ma la narrativa di Schaeuble fa acqua sotto molti aspetti.

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Modello tedesco in crisi?

In un commento sul Financial Times, il presidente del Peterson Institute for International Economics ed ex membro del comitato di politica monetaria della Bank of England, Adam Posen, elenca tutte le vulnerabilità del “modello” di sviluppo tedesco, che paiono riconducibili soprattutto a quella che viene definita l’ossessione per le esportazioni. “Se il modello economico tedesco è il futuro dell’Europa, dobbiamo essere tutti molto inquieti”, è la sintesi.

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Il creditore privilegiato di un cumulo di rovine

Ennesimo psicodramma per la tragedia greca: non sarà l’ultimo. Il Fondo Monetario Internazionale si è messo di traverso ancora una volta, dopo i recenti e crescenti segnali di nervosismo (o di risveglio alla realtà) che lo stanno portando in rotta di collisione con la Ue.

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