Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Inflazione - page 7

L’inflazione di Robin Hood

Economia & Mercato/Italia

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha indicato nel Dpef presentato nei giorni scorsi un tasso d’inflazione programmata dell’1,7 per cento per il 2008 e dell’1,5 per cento per il 2009. L’ultimo dato di inflazione tendenziale italiana, in aprile, era al 3,6 per cento. Scenario virtuoso o espediente contabile? E’ noto che il tasso d’inflazione programmata serve da base negoziale per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, ma soprattutto viene utilizzato per le rivalutazioni annuali delle pensioni. E’ in questo ambito, a nostro giudizio, che il governo dovrebbe intervenire per evitare il tangibile rischio di caduta in povertà di ampie fasce della popolazione.

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E’ cambiato il vento

Economia & Mercato

Dopo la Fed e la Bank of England, che hanno annunciato di aver arrestato il processo di allentamento monetario, la Bce che ha segnalato la ripresa della restrizione creditizia, la Riksbank svedese che ha deciso di eliminare il proprio indice core di inflazione, che sta crescendo meno dell’indice generale, anche la Bank of Canada si unisce al club anti-inflazione, lasciando invariato il proprio tasso-chiave, contro attese unanimi di un taglio di 25 punti-base. Le banche centrali hanno quindi scelto: i rischi per la crescita ci sono ancora, ma quelli di inflazione sono superiori.

Scelta condivisibile, perché prezzi persistentemente più alti finiscono con l’incorporarsi nelle attese di imprese e lavoratori, e innescare spirali inflazionistiche che possono essere domate solo a prezzo di recessioni profonde e protratte. Non ascoltate, quindi, le idiozie di Scalfari e di tutti gli “esperti” che lamentano la crudeltà e/o l’ottusità delle banche centrali. Questo cambiamento di stance è dolorosamente necessario per non finire in guai peggiori di quelli in cui ci troviamo ora.

UPDATE dell’11 giugno: anche l’India alza i tassi sui propri impieghi, di un quarto di punto.

La seconda morte di Bretton Woods

Articoli/Economia & Mercato

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Alla data di oggi vi sono almeno undici economie asiatiche i cui tassi ufficiali d’interesse sono inferiori all’inflazione. La Cina, ad esempio, ha un tasso d’inflazione tendenziale all’8,5 per cento, prossimo al massimo degli ultimi 12 anni, eppure il tasso-chiave al quale la banca centrale di Pechino presta al sistema creditizio è fermo da inizio anno al 7,47 per cento. Analogamente, il tasso benchmark indiano è al 6 per cento, due punti sotto l’inflazione. E ancora: i prezzi al consumo in Russia, Arabia Saudita, Repubblica Ceca e Cile superano il tasso-base di politica monetaria.

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I paesi emergenti hanno un debito col trucco

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Con buona pace degli ultimi giapponesi dell’easy money, quelli che continuano a invocare tagli ai tassi d’interesse della Banca Centrale Europea, il mondo sta lentamente ma inesorabilmente prendendo coscienza della nuova era inflazionistica che stiamo vivendo. Con tutti i rischi che ciò implica. Abbiamo già segnalato il fatto che oggi i tassi reali d’interesse di mercato monetario sono negativi: ciò rappresenta un forte stimolo a consumi ed investimenti finanziati a credito (dove il credito esiste ancora, s’intende). Ma vi sono aree del pianeta, segnatamente le economie emergenti (o emerse) esportatrici di materie prime, che hanno le proprie valute agganciate in modo totale o parziale al dollaro statunitense, che sono entrate in un pericoloso circolo vizioso.

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Un fisco pro-inflazione. Quello del governo Prodi

Nuova robusta picconata di Tito Boeri e Pietro Garibaldi all’impianto tax and spend della legge Finanziaria 2008. I due economisti de lavoce.info confermano l’appesantimento della manovra, pur a saldi complessivi apparentemente invariati. E confermano quanto osservato nei giorni scorsi da esponenti dell’opposizione: l’esercizio provvisorio ci avrebbe consegnato un rapporto deficit-pil all’1,8 per cento, contro il 2,1 per cento realizzato dalla manovra di Prodi e TPS. Per una volta, quindi, la mancata approvazione della Finanziaria entro il 31 dicembre non sarebbe andato a detrimento dei conti pubblici. Un altro piccolo ma significativo record per il governo in carica, oltre alla contrazione della spesa in conto capitale, che gli autori generosamente imputano anche a migliore gestione dei residui. La legge di bilancio verrà poi ulteriormente appesantita da emendamenti di spesa approvati dal relatore di maggioranza, la cui approvazione è quindi altamente probabile. Ma non c’è solo l’espansione di spesa corrente a peggiorare il deficit. Anche la riduzione di entrate fiscali per 2 miliardi di euro a seguito dei tagli Ici contribuirà al risultato finale. Quasi superfluo aggiungere che questo rapporto deficit-pil è condizionato e subordinato allo scenario di crescita stimato dal governo. Il Tesoro si è limitato ad un’analisi di sensitività con worst case scenario dato da una crescita del pil dell’1 per cento. Se la crescita scendesse allo 0,5 per cento il rapporto deficit-pil salirebbe al 2,5 per cento.

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Castronerie liberalizzate

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Oggi Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione Europea, ha comunicato la stima flash (cioè preliminare) dell’indice dei prezzi al consumo armonizzati per il mese di novembre. La variazione tendenziale (cioè rispetto al mese di novembre 2006) è pari al 3 per cento. Giova ricordare che l’indice euro-armonizzato di un paese può differire, nello stesso mese, rispetto a quello calcolato con metodologia nazionale, pur essendo entrambi calcolati dagli uffici statistici nazionali. L’Italia, secondo l’elaborazione Istat, in novembre ha un indice tendenziale nazionale del 2,4 per cento, ottenuto attraverso un aumento mensile (novembre 2007 su ottobre 2007) dello 0,4 per cento. Capita poi che il ministro dello Sviluppo Economico, Bersani, se ne esca con questo commento che è un ibrido tra il bar dello sport e i trionfalismi dei partiti politici dopo le elezioni, sempre vincenti. Sostiene Bersani:

Non nasconde la preoccupazione neanche il ministro Pier Luigi Bersani, che però trova il modo di consolarsi: l’Italia si conferma «più virtuosa dei suoi partner europei» e questo grazie alle «liberalizzazioni già attuate che hanno fatto da scudo alle tensioni internazionali sui prezzi delle materie prime (cereali e prodotti petroliferi) dovute anche a comportamenti speculativi», è il commento del ministro per lo Sviluppo Economico.

Bene. A beneficio di Bersani e dei lettori forniamo alcuni “dettagli” interpretativi del dato.

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Area Euro, timori di stagflazione?

Articoli/Economia & Mercato

di Mario Seminerio

I dati di fiducia dell’economia di Eurolandia, pubblicati oggi dalla Commissione Europea, si posizionano nella parte bassa del range di aspettative. Il dato complessivo di fiducia cala di 3 punti in settembre, al livello di 107,1 da 110 in agosto. L’indicatore di clima di business peggiora sensibilmente, da 1,37 a 1,09. La fiducia industriale passa da 5 a 3 punti, per effetto della valutazione di debolezza degli ordinativi. La forza dell’Euro sta evidentemente iniziando ad esercitare un impatto negativo sulle attese di crescita delle esportazioni. Anche l’indicatore di fiducia del settore dei servizi flette, da 20 a 18. Piuttosto sorprendentemente, migliora lievamente la fiducia nel settore delle costruzioni, passando da meno 1 a zero. In flessione anche la fiducia dei consumatori, da meno 4 a meno 5. La domanda resta sempre la solita: riusciranno i consumi a diventare motore della crescita?

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Baratto o gold standard?

di Mario Seminerio

Lo scorso mese, in un discorso pubblico, Ben Bernanke aveva dichiarato: “Non è responsabilità della Federal Reserve – né sarebbe appropriato – proteggere prestatori ed investitori dalle conseguenze delle loro decisioni finanziarie“. Che tradotto voleva dire che la Fed di Bernanke non avrebbe agito come la Fed di Greenspan, cioè non avrebbe iniettato fiumi di liquidità nel sistema finanziario statunitense (e globale) al solo scopo di evitare il panico di mercati finanziari gonfiati dagli anabolizzanti di bolle finanziarie create da precedenti “salvataggi” dei bonus di Wall Street.

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Inflazione su misura

Economia & Mercato/Esteri

L’Insee, l’ufficio centrale di statistiche, ha lanciato la scorsa settimana in Francia un indice dei prezzi “personalizzato”: dopo inglesi e tedeschi, anche i francesi potranno cioè controllare l’evoluzione dei prezzi dei prodotti del loro paniere.

Con questo nuovo indice, l’Insee intende rispondere alle critiche formulate sia a destra che a sinistra all’indice ufficiale, accusato di non riflettere il costo della vita. Secondo responsabili politici, sindacali e rappresentanti dei consumatori il tasso ufficiale di inflazione (+1,6% su un anno), sottostimerebbe la reale dinamica dei prezzi. L’IPC, segnala l’Insee, è inoltre rifiutato in blocco da tutti quelli che guadagnano meno di 1.500 euro al mese.

Grazie a questo nuovo indice, ognuno potrà misurare il rincaro della sua spesa e compararlo con l’IPC, l’indice dei prezzi al consumo che, precisa l’Insee, continuerà a restare come unico riferimento ufficiale. L’indice personalizzato servirà però ai francesi per modificare le loro voci di bilancio e misurare ciò che i consumatori constatano intuitivamente, spiega sempre l’Insee.

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