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	<title>Phastidio.net &#187; Liberismo</title>
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	<description>&#34;Speak softly and carry a big stick&#34;  (T. Roosevelt)</description>
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		<title>La politica alla prova della realtà economica</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Libertiamo Il grafico qui sotto, realizzato dal think tank no-profit statunitense Economic Policy Institute (dichiaratamente vocato a rappresentare nella politica economica gli interessi dei lavoratori a reddito medio e basso), rappresenta il tema con cui la politica, negli Stati Uniti ed in Occidente, dovrà misurarsi oggi e nei prossimi anni. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><div class="socialize-in-content" style="float:left;"></div><p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p>
<p>Il grafico qui sotto, realizzato dal <em>think tank</em> no-profit statunitense <a href="http://www.epi.org/"><em>Economic Policy Institute</em></a> (dichiaratamente vocato a rappresentare nella politica economica gli interessi dei lavoratori a reddito medio e basso), rappresenta il tema con cui la politica, negli Stati Uniti ed in Occidente, dovrà misurarsi oggi e nei prossimi anni.</p>
<p><span id="more-5157"></span>In esso si vede che la crisi ha causato una perdita di occupazione che può tranquillamente essere definita epocale, mentre l&#8217;aggregato degli utili aziendali ha goduto di una vera e propria ripresa a forma di V, superando il livello immediatamente precedente la crisi.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://dl.dropbox.com/u/3386371/EPI.jpg"><img class="aligncenter" src="http://dl.dropbox.com/u/3386371/EPI.jpg" alt="" width="406" height="315" /></a></p>
<p>Occorre premettere che, metodologicamente, il dato degli utili aziendali aggregati è piuttosto grezzo: in primo luogo, è una grandezza nominale; poi assomma banche ed imprese manifatturiere, piccole imprese locali e grandi multinazionali. Realtà eterogenee la cui <em>performance</em> in termini di profittabilità è fortemente differenziata, nella realtà americana e non solo. Ma anche con questi <em>caveat</em>, la questione politica resta intatta: <strong>le imprese stanno <em>mediamente</em> assai meglio dei lavoratori</strong>. Questo era tuttavia vero anche prima della crisi, osservando la tendenza della distribuzione della torta del valore aggiunto tra capitale e lavoro, cioè tra utili e stipendi/salari.</p>
<p>Prima della crisi, in un contesto di pressoché piena occupazione, il problema è rimasto sottotraccia. Oggi, su entrambe le sponde dell&#8217;Atlantico, abbiamo una situazione completamente diversa: <strong>un sistema economico che pare non essere in grado di produrre occupazione in modo sostenuto</strong>, neppure nel momento di &#8220;presunta&#8221; uscita dalla crisi, come dovrebbe essere l&#8217;attuale. Ma non vi è più solo il dualismo tra capitale e lavoro: le grandi banche e le istituzioni finanziarie globali escono dalla crisi (di cui peraltro sono state il catalizzatore) con un accresciuto potere di mercato e di generazione di utili; accanto ad esse, è ripresa la crescita dei grandi <em>corporate</em> globalizzati, soprattutto quelli attivi sui mercati emergenti e nella produzione di   beni capitali e materie prime. Abbiamo, per contro, un ampio strato di piccole e medie imprese che stanno soffrendo per il combinato disposto dell&#8217;irrisolto problema del razionamento del credito e per la concorrenza delle omologhe imprese dei paesi emergenti.</p>
<p><strong>Non è inoltre pensabile che i sistemi di welfare possano compensare indefinitamente il mancato riassorbimento del &#8220;buco&#8221; di occupazione creato dalla crisi</strong>. Negli Stati Uniti, il sondaggio <a href="http://www.bls.gov/web/jolts/jlt_labstatgraphs.pdf">JOLTS</a> (<em>Job Openings and Labour Turnover Survey</em>) evidenzia che, mentre il tasso di &#8220;separazioni&#8221; tra imprese e lavoratori (frutto di licenziamenti e dimissioni) si è ormai stabilizzato, le &#8220;aperture&#8221; di posti di lavoro (cioè la domanda di lavoro da parte delle imprese) restano in numero storicamente depresso e del tutto incompatibile con quella che viene considerata una fase di ripresa. Vi è motivo per ritenere che problemi analoghi siano presenti anche in altri paesi occidentali, non solo negli Stati Uniti.</p>
<p>Il mancato riassorbimento della disoccupazione non sembra quindi decisivamente imputabile alla presenza di sussidi di disoccupazione protratti nel tempo, perché oggi <strong>domanda e offerta di lavoro appaiono in equilibrio su livelli di occupazione di molto inferiori rispetto ai precedenti cicli economici</strong>. Conferma a questa tesi giunge da <a href="http://www.frbsf.org/publications/economics/letter/2010/el2010-12.html">un <em>paper</em></a> dello scorso aprile della Federal Reserve di San Francisco. Un numero crescente di lavoratori, negli Stati Uniti, stanno vivendo l&#8217;incubo della disoccupazione di lungo periodo e della distruzione del proprio capitale umano. Qualcosa che noi italiani conosciamo bene, ma che sembrava impensabile in un&#8217;economia come quella americana, incomparabilmente più flessibile della nostra.</p>
<p><strong>In questo quadro di marcate &#8220;anomalie&#8221; storiche, anche gli orientamenti dell&#8217;elettorato sono destinati a mutare</strong>. La scomparsa del welfare o il suo forte ridimensionamento <em>a pressione fiscale invariata o crescente</em>, (a causa dalla crisi fiscale dello stato occidentale), rischia di minare dalle fondamenta il contratto sociale formatosi nel Novecento. Mentre l&#8217;invariabile prosperità di banche ed imprese globali rischia di innescare movimenti di opinione populistici, ove non propriamente anti-capitalistici. In alcune realtà, come quella italiana, in cui la corporativizzazione dei rapporti economici tocca da sempre livelli patologici, frenando crescita e produzione di risorse fiscali, questo processo anti-politico e anti-sistema potrebbe affiorare prima che altrove. Con una classe politica (e più in generale, una classe dirigente) così oligarchizzata ed incapace di comprendere ciò che accade fuori dal proprio ristrettissimo orizzonte, ci sono motivi di acuta inquietudine.</p>
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		<title>Liberalpaternalismo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 08:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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		<category><![CDATA[Sarkozy]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio Mele Si fa davvero fatica a comprendere certe cose. Ad esempio, che un governo sedicente di destra chiami due economisti dichiaratamente di sinistra per fare uno studio che superi il concetto di PIL come misura del benessere e che lo integri con altre importanti misure che hanno a che vedere con il benessere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><div class="socialize-in-content" style="float:left;"></div><p><strong>di <a href="http://epistemes.org/category/antonio-mele/">Antonio Mele</a></strong></p>
<p>Si fa davvero fatica a comprendere certe cose.</p>
<p>Ad esempio, che un governo sedicente di destra <a href="http://www.lemonde.fr/web/depeches/0,14-0,39-33827870@7-46,0.html">chiami due economisti dichiaratamente di sinistra</a> per fare uno studio che superi il concetto di PIL come misura del benessere e che lo integri con altre importanti misure che hanno a che vedere con il benessere dei cittadini.<br />
Ma non è questo che stupisce, per carità: la sudditanza psicologica della destra nei confronti della cultura di sinistra non si ferma ai nostri confini. Non ci stupiscono nemmeno frasi del Presidente Sarkozy quali “<em>c’è da tempo un forte sentimento, tra gli economisti di professione, che il PIL non è un buon strumento di misura [poiché] non misura adeguatamente i cambiamenti che influenzano il benessere, non permette di comparare correttamente il benessere nei diversi paesi</em>”. No davvero, non ci stupiamo di questo.</p>
<p><span id="more-1312"></span>Invece, a stupirci è <a href="http://www.decidere.net/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=729&amp;Itemid=84">questo articoletto apologetico</a>. Del quale ciò che colpisce ed irrita è la totale acriticità nel prendere per buona una gigantesca sciocchezza come quest’ultima trovata di Sarkozy. Se un economista leggesse la seguente frase:</p>
<blockquote><p>Il PIL non misura adeguatamente il benessere dei cittadini</p></blockquote>
<p>la sua esclamazione sarebbe: ovviamente! <strong>Il PIL misura la ricchezza prodotta in un determinato territorio durante un determinato lasso di tempo. Misura la ricchezza prodotta, mica il benessere!</strong> Avete alzato il gomito, di recente, o vi mancano le basi minime per discutere di economia? Il PIL, <em>per definizione</em>, non può misurare in modo adeguato il benessere dei cittadini.</p>
<p>Altra cosa che colpisce dell&#8217;articolo è l’esaltazione degli economisti che studiano la cosiddetta “<em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Happiness_economics">happiness economics</a></em>”. Di nuovo, senza un minimo di analisi critica. Ora, questa giovane branca dell’economia che cerca di capire quali siano le determinanti della felicità individuale è interessante e promettente, ma non è priva di contraddizioni e stranezze. E bisogna stare attenti a che uso si fa di tali ricerche: a sinistra si guarda con profondo interesse a questi studi, visto che molto spesso sono utilizzabili (magari distorcendoli un po’) per criticare l’economia di mercato.</p>
<p><strong>E qui veniamo al punto</strong>. Ve lo ricordate quel <a href="http://www.youtube.com/watch?v=_CSwglnbYIU">dibattito tra Prodi e Berlusconi</a>, prima delle ultime elezioni politiche dove, ad un certo punto, la Mortadella nazionale citò un certo economista inglese che diceva che, oltre una certa soglia di reddito, un aumento della ricchezza non aumenta la felicità?. Ecco, stava parlando di <a href="http://cep.lse.ac.uk/layard/">questo signore</a>, che è in effetti uno stimatissimo economista inglese, ma che ha idee un po’ particolari su come utilizzare le sue ricerche sulla felicità: leggiamo sulla pagina personale che “<em>Richard Layard always thought that the ultimate aim of public policy is to make people happier</em>.” [trad.: Richard Layard ha sempre pensato che il fine ultimo delle politiche pubbliche è di rendere la gente più felice”]. Un concetto estremamente liberale, no? D’altronde, il nostro Lord non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per il Labour, non solo e non tanto di quello di Blair.</p>
<p>Ma andiamo con ordine. La diatriba di cui Prodi si riempì la bocca origina dal <a href="http://cep.lse.ac.uk/layard/RL362.pdf">seguente grafico</a> (lo trovate qui, figura 2):</p>
<p><img src="http://epistemes.org/wp-content/happiness.jpg" /></p>
<p>Sull’asse orizzontale vi è il reddito pro-capite (PIL diviso per la popolazione), mentre sull’asse verticale vi è un indicatore di felicità della popolazione (la percentuale di persone che si dichiara felice, in una inchiesta demografica). Quello che Layard sostiene, basandosi su questo grafico, è che, sino ad un reddito pro-capite di circa 15mila dollari, i soldi fanno aumentare la felicità, ma oltre questa soglia non è più così, l’effetto di un aumento di reddito è minimo. Sinceramente ci sfugge come arrivi a questa conclusione, anche solo guardando il grafico.</p>
<p><strong>E altrettanto francamente ci sfugge tutto il senso dell’esercizio</strong>:  se io vivo in Africa, il massimo che posso aspettarmi dalla vita è sopravvivere alla dissenteria infantile e campare di stenti sino ai 15-20 anni, età in cui devo tentare di non beccarmi l&#8217;AIDS, poi per il resto della vita devo ancora vivere di stenti senza beccarmi la malaria. Ora, se queste sono le mie aspettative, già essere vivo mi rende felice. Le aspirazioni della mia vita si limitano a “continuare a respirare”. Nel mondo sviluppato, invece, la vita è piena di strade possibili: non riuscire in un progetto imprenditoriale o lavorativo rende infelici, una relazione amorosa finita male porta alla depressione. Ma è una fesseria comparare le due situazioni, proprio perché il reddito pro-capite è tanto diverso, ed è proprio questa variabile che costituisce il discrimine tra avere tante opzioni o nessuna.</p>
<p><strong>In altre parole, il dichiararsi felice dipende da cosa una persona si aspetta dalla vita</strong>; <em>ergo</em> è un concetto <strong>relativo</strong>, e dipende da caratteristiche sia economiche (come ad esempio il reddito pro-capite, la disoccupazione, ecc.) che non economiche. Per questo motivo, <strong>la misura utilizzata non permette la comparazione internazionale: dichiararsi felice in Nigeria non è la stessa cosa che dichiararsi felice in Italia o in Francia</strong>. Probabilmente è più semplice comprendere il tutto con un altro esempio. Io sono più felice se vado a mangiare in un ristorante molto caro e raffinato, anziché se mangio solo un panino; questo indipendentemente dal mio reddito. Ma se con il mio reddito posso ottenere al massimo un panino, sarò felice quando potrò mangiare il panino, perché non posso aspirare a nient’altro di più, è questo il massimo che posso ottenere. Se invece ho un reddito molto elevato, posso andare a cena al ristorante; se per un motivo o per l’altro non riesco a cenare al ristorante (non ho prenotato ed è tutto pieno), sarò molto infelice di aver potuto mangiare solo un panino. <strong>Notate però che in entrambi i casi ho mangiato un panino, ma nel primo caso sono felice e nel secondo no</strong>.</p>
<p>D’altronde, i risultati di Layard sono stati messi in discussione recentemente dal recente lavoro di <a href="http://www.princeton.edu/~rpds/downloads/Deaton_Aging_and_wellbeing_around_the_world_Aug_07_ALL.pdf">Angus Deaton</a>, che oltre a ribaltare le tesi di Layard sulla relazione tra reddito e felicità utilizzando gli stessi metodi ma altri dati (Deaton trova che c’è una fortissima relazione positiva, e che tale relazione è addirittura maggiore nei Paesi ricchi), mostra anche che <strong>la percentuale di cittadini degli Stati Uniti che hanno fiducia nel proprio sistema sanitario è inferiore a quella di India, Iran, Malawi e Sierra Leone: un chiaro caso in cui il metro di paragone influenza molto la risposta</strong>.</p>
<p>E veniamo all’altro problema, cioè il concetto espresso da Layard di utilizzare queste ricerche per fare policy: una volta che scopriamo che un maggiore reddito rende infelici, cosa dovremmo fare? Aumentare le tasse ai ricchi per renderli più felici? Ma davvero ci credete?<br />
Esempio ancora più estremo: <strong>una volta che scopriamo che il sistema sanitario malawiano rende i cittadini più soddisfatti rispetto a quello americano, dovremmo adottare quello del Malawi anche negli USA?</strong></p>
<p>Tornando all’articolo, ci stupiamo ancora di più di frasi del genere:</p>
<blockquote><p>“Quello che davvero rileva è che le classifiche di Stati compilate sulla sola base del PIL finiscono per dimenticare aspetti importanti per le decisioni politiche almeno quanto il volume della produzione industriale. Ad esempio, per la contabilità nazionale il valore dei servizi pubblici si calcola in gran parte sulla base delle retribuzioni erogate ai dipendenti statali. Due scuole con lo stesso numero di insegnanti contribuiscono quindi all’incirca in pari misura al prodotto lordo, anche se una offre un servizio d’eccellenza e l’altra detiene il record di assenteismo. Lo stesso vale per gli enti locali, gli ospedali, le forze dell’ordine: a parità di personale, non rileva nel computo del valore se la burocrazia è efficiente, se le cure prestate sono adeguate, se i residenti del quartiere si sentono sicuri. Se si chiedesse ai cittadini di valutare questi aspetti, probabilmente non tutte le strutture otterrebbero lo stesso punteggio.”</p></blockquote>
<p><strong>Scusate, ma cosa ha a che fare la misura di quanto si è prodotto (il PIL) con la questione se si è prodotto in modo efficiente o no, o con la questione se i cittadini sono soddisfatti del servizio scolastico o no?</strong> Se avete risposto: assolutamente nulla, allora avete dato la risposta corretta. Qui siamo davvero al <em>nonsense</em> economico.</p>
<p><strong>Ma quello che si fa davvero fatica a comprendere è che i liberali-liberisti di casa nostra si accodino al corteo dei sudditi psicologici della sinistra, anzi lodando la levata d&#8217;ingegno del confuso neocolbertista dell’Eliseo</strong>. Sono felici che un politico di destra chieda la consulenza di due economisti che il liberismo lo criticano ad ogni respiro. Si pongono il problema di come misurarla in modo corretto, questa felicità aggregata, citando i lavori di Kahneman, che è il <a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/573">capostipite di quei neopaternalisti</a> che oggi sono diventati i <em>behavioral economists</em> (in pratica e semplificando all’estremo, quegli economisti che fanno esperimenti sul comportamento umano e poi dicono: &#8220;vedi? la gente è irrazionale, quindi il governo deve correggere i loro comportamenti stupidi&#8221;). Rassicurano i “detrattori della proposta di Sarkozy” che si pongono il problema dell’ingerenza dello Stato in una questione, quella della felicità individuale, su cui liberali non transigono; non c’è nessun problema, cari “detrattori”, perché “<em>si possono sviluppare metodi di calcolo adeguati ad isolare le componenti di interesse collettivo, da inserire nelle statistiche ufficiali, da quelle di rilevanza puramente privata, da escludere</em>”. Tutto vero, per carità: ma come si fa a non capire che i “detrattori” si pongono il problema, a monte, dei compiti dello Stato, tra cui non rientra (perlomeno per un liberale) l’occuparsi della felicità dei suoi cittadini? Come si fa a non vedere che le stesse posizioni sono sostenute da estremisti di sinistra come <a href="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/19/bagnoli.shtml">Paolo Cento</a>?</p>
<p>Volendo escludere, a titolo d&#8217;incoraggiamento, l&#8217;assoluta ignoranza in materia non solo economica, ma anche di fondamenti del liberalismo, resta la possibilità che si tratti di difesa d&#8217;ufficio di una figura politica che qualcuno ha deciso di importare in Italia ed utilizzare come icona del proprio posizionamento nel marketing del teatrino italiano della politica. Di fronte alle involuzioni di tale nume tutelare (che finora non ha ottenuto risultati degni di nota dal versante della crescita), i suoi corifei nostrani sono ora costretti sulla difensiva, improvvisando un sesto grado con unghie su una parete di specchi.</p>
<p>Nell&#8217;uno e nell&#8217;altro caso, se questi sono i nostri <em>liberali liberisti</em>, siamo messi male.</p>
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