Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Laudato sii, o mi’ Vittorio

Dal variegato mondo del giornalismo vi segnaliamo un cantore delle gesta del nuovo azionista di controllo di una banca italiana che esce (?) da un periodo di sostanziale affanno e che ora tenta un faticoso turnaround, come direbbero quelli che sanno le lingue. Non sappiamo come finirà, ovviamente, ma almeno ci saremo divertiti con gli editoriali di questo signore.

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Attenzione, cospirazione

Iniziamo con una doverosa difesa, non d’ufficio: quella del lavoro dei giornalisti dell’Ansa. Che sono pochi e massacrati dalla crisi aziendale e dai contratti di solidarietà. Ed accade quindi che la qualità del loro lavoro ne risenta, a volte pesantemente. Ad esempio, non hanno più un giornalista fisso a Francoforte; capita poi che la persona che segue la Bce stesse facendo altro, perché la solidarietà è coperta assai corta assente perché (appunto) in solidarietà. E che accade, quindi? Accade che chi copre l’ultimo discorso di Mario Draghi traduca alla lettera, cioè malissimo, una sua espressione.

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Numeretti, numeroni, narrative e svarioni

Oggi sul Sole 24 Ore c’è un articolo di Isabella Bufacchi che confuta e rettifica altro articolo online del medesimo giornale, di qualche giorno addietro, in cui si indicava che la Germania avrebbe usato nientemeno che 500 miliardi di fondi pubblici per aiutare le proprie banche durante la Grande Recessione.

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Chi dice sciocchezze disinforma anche te. Digli di smettere

Ieri sera, al Tg La7, ci è stata data una notizia. La notizia del rating di un’emittente che infiniti lutti addusse agli italici risparmiatori, e di cui ricorre in questi giorni l’anniversario del default. L’unico problema è che la notizia data ieri sera dal Tg La7 è semplicemente falsa, e questo è un problema. Anche se nel gigantesco bar sport mediatico chiamato Italia nessuno o quasi segnalerà ciò. Siamo qui noi, si parva licet.

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Astuzie e miserie del Grande Comunicatore

Ogni popolo ha i leader che si merita. Gli italiani hanno una straordinaria propensione al vittimismo ed alla autoassoluzione, oltre ad un peculiare spirito nazionalista straccione che si sposa a meraviglia con un robusto analfabetismo economico di base. Nessuna meraviglia, quindi, che il Principe di turno eserciti il proprio ésprit florentin ricorrendo a molte di queste leve strategiche comunicative.

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Poletti e i numeretti

Che accade, in un paese “normale”, se un ministero fornisce un dato economico palesemente errato, lo difende con dotte argomentazioni metodologiche, sul filo di dare di ignorante a chi non avesse afferrato le determinanti del numerone, ed il giorno successivo se ne esce con una rammaricata nota in cui conferma di aver compiuto un marchiano errore? Negli altri paesi non sappiamo: in Italia prevale un assordante silenzio, soprattutto sui media.

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Visto si copi

Oggi su Libero compare un articolo a firma di Nino Sunseri (“Senza aiuto di Draghi e oro nero il Pil con Matteo sarebbe -1%”), in cui si racconta dello studio di Natixis che simula cosa sarebbe accaduto al Pil italiano nell’ultimo anno senza la bonanza di crollo del greggio e deprezzamento dell’euro. Che poi è quello che avete letto qui, tre giorni addietro. E sin qui, sarebbe ulteriore lavoro per il Gran Capo Estiqaatsi. Si tratta di studio pubblico, dopo tutto. Certo, si potrebbe sempre constatare che un piccolo blog artigianale arriva con ampio anticipo su un quotidiano nazionale ma sarebbe ozioso, capzioso e fazioso. Esistono ovvie priorità nell’ordine di pubblicazione, tra attualità ed approfondimenti. Il punto è un altro.

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Erasmo da l’Unità, elogio della follia propagandistica

Come anche i più distratti tra voi avranno notato, nelle edicole italiane è tornata l’Unità. Prima che qualcuno tra voi corra ad informare il Gran Capo Estiqaatsi, ci corre l’obbligo di segnalarvi un articolo pubblicato oggi, a commento della congiuntura italiana. Perché quello che manca, al panorama dell’informazione italiana, è un po’ di sana propaganda in mezzo a tanta analitica oggettività.

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Giornalisti indipendenti. Dalla realtà

Si dice, dalla notte dei tempi, che funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di informare i cittadini lettori, consentendo loro di formarsi un giudizio su quanto accade e condiziona le loro vite. Concetto alto, nobile ed elusivo. Soprattutto in un paese come l’Italia, in cui le opinioni vivono di vita propria, i fatti sono accantonati come fastidiosi intoppi sulla strada della narrazione “e comunque l’oggettività non esiste, signora mia”. Su tutto, non va scordato che esistono lettorati che non vogliono essere informati bensì trovare conferma alle proprie visioni del mondo. E sulla stampa italiana, questa dinamica “identitaria” e riduttrice di ansia, tramite semplificazione e distorsione brutale e populistica degli eventi appare molto presente.

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Il tempo della Meli

In Italia, si sa, abbiamo un rilevante problema di credibilità dell’informazione. Le cause non sono chiarissime, a dirla tutta: forse l’assenza di “editori puri”, tesi che non ha mai particolarmente convinto chi scrive. Forse un mainstream culturale fatto soprattutto di un patologico senso di appartenenza e partisanship, che produce effetti devastanti quando incrocia temi economici. La crisi ha fatto il resto, falciando sia improbabili testate partitiche, la cui esistenza spesso è stata una via di mezzo tra lo scherzo e la dilapidazione di denaro dei contribuenti, sia iniziative private basate su reiterazione di marchiani errori di valutazione nei business plan, ammesso e non concesso di averne avuti. Prima si lancia il cartaceo, poi lo si chiude magnificando il potenziale del digitale, poi si chiude bottega, il tutto con un ciclo vitale che assomiglia sempre più a quello di una colonia di lieviti.

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