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	<title>Phastidio.net &#187; Quoziente-familiare</title>
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		<title>Il quoziente di quali famiglie?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 11:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi Silvio Berlusconi ha confermato che il PdL avrebbe &#8220;molto piacere ad introdurre il famoso quoziente familiare che esiste già, per esempio, in Francia. Un single che guadagna 100 non deve pagare le stesse tasse di un padre di famiglia che magari deve mantenere una moglie e 4 figli&#8221;. Berlusconi ha aggiunto che l&#8217;obiettivo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Oggi <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha confermato che il PdL avrebbe &#8220;molto piacere ad introdurre il famoso <strong>quoziente familiare</strong> che esiste già, per esempio, in Francia. Un single che guadagna 100 non deve pagare le stesse tasse di un padre di famiglia che magari deve mantenere una moglie e 4 figli&#8221;. Berlusconi ha aggiunto che l&#8217;obiettivo in Italia &#8220;è far lavorare più donne, allineandosi ai livelli europei&#8221;. Come abbiamo <a href="http://phastidio.net/2007/02/08/un-quoziente-familiare-per-litalia/">già spiegato in passato</a>, <strong>la tassazione per parti (di cui il quoziente familiare è una tipologia) tende a disincentivare l&#8217;offerta di lavoro del secondo coniuge</strong>. In questo senso, sostenere la tassazione a quoziente familiare e puntare ad aumentare il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro, anche per adeguarsi agli obiettivi stabiliti dall&#8217;Agenda di Lisbona (60 per cento, contro un valore italiano che si situa oggi intorno al 40 per cento) appare contraddittorio.</p>
<p><span id="more-1461"></span>Riguardo l&#8217;impatto sull&#8217;offerta di lavoro femminile, molto dipenderà dal coefficiente di ponderazione assegnato al coniuge, che dovrebbe essere molto basso. Per contro, per incentivare la natalità occorrerebbe (a parità di ogni altra condizione) assegnare un coefficiente elevato ad ogni figlio successivo al primo. In Francia, ad esempio, il coefficiente assegnato al coniuge è pari ad 1, ed appare disincentivante l&#8217;offerta di lavoro femminile (che viene evidentemente recuperata con altri strumenti di policy), mentre per i primi due figli il coefficiente è pari a 0,5 e sale all&#8217;unità solo a partire dal terzo figlio. Il timore è che Berlusconi, nel suo tentativo di quadrare il cerchio (e molto più spesso la ruota) soddisfacendo le richieste ideologiche di qualche alleato, finisca con l&#8217;introdurre uno strumento fortemente distorsivo delle scelte individuali, senza peraltro ottenere il dichiarato obiettivo di aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro.</p>
<p><strong>L&#8217;introduzione del quoziente familiare porterebbe inoltre con sé altri problemi: quali sarebbero le famiglie riconosciute tali dal fisco?</strong> Quelle &#8220;regolari&#8221; o anche quelle di fatto? In Francia, ad esempio, il vantaggio fiscale che il sistema attribuisce alle coppie legalmente sposate è stato esteso alle coppie di fatto con l’istituzione dei Pacs, patti di diritto civile tra individui conviventi ed il patto di diritto civile è riconosciuto a fini fiscali per poter modulare il quoziente. In Germania, invece, il vantaggio fiscale attribuito alle coppie legalmente riconosciute è esteso alle coppie di fatto con la previsione di una specifica detrazione. <strong>Che farà il PdL, quando dovrà decidere quali famiglie sono tali anche per il fisco?</strong> Noi riteniamo che la via migliore per ottenere l&#8217;obiettivo di aumentare il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro sia quello identificato (peraltro con argomentazioni robustamente liberali, quali la non discriminazione di genere, inclusa quella &#8220;positiva&#8221; a vantaggio delle donne) da <a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/922"><strong>Gilles Saint-Paul</strong></a>: <strong>ridurre l&#8217;aliquota d&#8217;imposta sulle ore aggiuntive lavorate dal secondo percettore di reddito della famiglia (indipendentemente dal fatto che sia il marito o la moglie)</strong>. Tale riduzione di aliquota potrebbe essere applicata anche alle ore aggiuntive lavorate dal primo percettore di reddito, ad esempio nel caso degli straordinari. In tal modo si incentiverebbe l&#8217;aumento dell&#8217;offerta di lavoro senza ridurre il gettito fiscale totale. Una opzione su cui riflettere, per una politica fiscale liberale.</p>
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		<title>IBL: Il quoziente familiare è una buona soluzione?</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Feb 2007 10:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel nuovo “Focus” dell’Istituto Bruno Leoni, l’economista Mario Seminerio si chiede se effettivamente, per “tutelare la famiglia come unità fondamentale della società”, una tassazione “a quoziente familiare”, proposta da 43 deputati dell’Ulivo nei giorni scorsi, sia lo strumento più opportuno.
Secondo Seminerio, “una tassazione a quoziente familiare tende a penalizzare le famiglie a basso reddito e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Nel nuovo “Focus” dell’Istituto Bruno Leoni, l’economista <a href="http://epistemes.org/category/mario-seminerio/">Mario Seminerio</a> si chiede se effettivamente, per “tutelare la famiglia come unità fondamentale della società”, una tassazione “a quoziente familiare”, proposta da 43 deputati dell’Ulivo nei giorni scorsi, sia lo strumento più opportuno.</p>
<p>Secondo Seminerio, “una tassazione a quoziente familiare tende a penalizzare le famiglie a basso reddito e dovrebbe essere assistita da un sistema integrato di detrazioni d’imposta, strutturato in modo da risolvere il problema dell’incapienza”. L’applicazione di una tassazione a quoziente familiare è “complicata e macchinosa”, e non di più facile attuazione sarebbe la sua integrazione con un ampio ventaglio di detrazioni.</p>
<p>”Sono molti i gruppi politici che si ergono continuamente a difesa della famiglia”, dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’IBL, “ma molto spesso sotto queste roboanti dichiarazioni di principio non c’è davvero nulla. Introdurre un quoziente familiare è se non altro una proposta concreta. Ma è una proposta giusta? Questo IBL Focus di Mario Seminerio dimostra persuasivamente che altre vie potrebbero essere più utilmente battute”.</p>
<p>”<em>Per una tassazione a misura di famiglia. È quella del quoziente familiare la via giusta?</em>”, di Mario Seminerio, IBL Focus n.51, è liberamente scaricabile <a href="http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?ID=4806&amp;level1=2166&amp;codice=683">QUI</a></p>
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		<title>Un quoziente familiare per l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Feb 2007 08:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Editor</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia & Mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[Una proposta di legge per delegare il governo a rivedere il sistema fiscale, introducendo il &#8216;quoziente familiare&#8217;, uno strumento per tassare il reddito fino a 73 mila euro con un risparmio stimato tra i 2.500 e i 3.000 euro per famiglia. E&#8217; quella promossa da Ermanno Vichi, deputato dell&#8217;Ulivo, e sottoscritta da 43 deputati del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>Una <a href="http://legxv.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0017790" target="_blank">proposta di legge</a> per delegare il governo a rivedere il sistema fiscale, introducendo il &#8216;quoziente familiare&#8217;, uno strumento per tassare il reddito fino a 73 mila euro con un risparmio stimato tra i 2.500 e i 3.000 euro per famiglia</strong>. E&#8217; quella promossa da Ermanno Vichi, deputato dell&#8217;Ulivo, e sottoscritta da 43 deputati del gruppo tra cui i due vice presidenti Gianclaudio Bressa e Marina Sereni.</p>
<p>&#8220;Il sistema familiare italiano &#8211; spiega Vichi &#8211; si caratterizza per una contraddizione: si fonda sulla tassazione a base individuale (che a parità di reddito penalizza le famiglie monoreddito e quelle con figli a carico) e contemporaneamente determina le tariffe sulla base del reddito familiare&#8221;.</p>
<p><span id="more-825"></span>La pdl, presentata martedì in una conferenza stampa a Montecitorio e che è in attesa di essere messa all&#8217;ordine del giorno della commissione Finanze, fissa i parametri per procedere al nuovo calcolo per la tassazione. La proposta prevede che alle famiglie con un reddito fino a 73 mila euro (reddito formato dal lavoro dipendente ed autonomo, dei coniugi con l&#8217;esclusione dei figli fino alla maggiore età che restano in famiglia) sia affidato un coefficiente per ogni membro. &#8221;1 al primo percettore di reddito &#8211; spiega Vichi &#8211; 0,65 al coniuge, 0,5 al primo figlio, 1 al secondo e al terzo, 0,5 agli altri e ai non autosufficienti&#8221;.<br />
L&#8217;aliquota sarà quindi applicata tenendo conto dal risultato determinato dall&#8217;operazione effettuata. La pressione fiscale media, assicurano i firmatari della legge, rimarrebbe invariata. &#8221;L&#8217;obiettivo &#8211; prosegue il deputato dell&#8217;Ulivo &#8211; è destinare una parte del recupero dell&#8217;evasione fiscale per il sostegno alla famiglia&#8221;</p>
<p>Si tratta di una proposta operativamente definita per introdurre anche in Italia la tassazione dei nuclei familiari secondo l&#8217;applicazione di un quoziente dopo anni passati, da parte di entrambi gli schieramenti, a cantare le odi della famiglia, soprattutto prima di ogni consultazione elettorale, senza tuttavia mai essere conseguenti con tali solenni enunciati. Proviamo quindi ad analizzare pro e contro di questa proposta di riforma.</p>
<p>Il quoziente familiare è un criterio di <em>tassazione per parti</em>, basato sul presupposto teorico delle scale di equivalenza: richiede di <strong>sommare i redditi di tutti i componenti (non solo della coppia) e di dividere il risultato per un quoziente, che si ottiene dalla somma di opportuni coefficienti assegnati a ciascun componente familiare, prima di applicare al valore risultante la scala delle aliquote</strong>. Al pari delle altre tipologie di tassazione per parti, il quoziente familiare consentirebbe dunque di <strong>parificare il trattamento delle famiglie monoreddito a quelle bireddito, rispondendo ad esigenze di equità orizzontale</strong>. Tuttavia, l&#8217;applicazione di un quoziente familiare alla tassazione produce un&#8217;attenuazione della progressività, di cui beneficiano le famiglie ad alto reddito, soprattutto quelle dove esiste un forte differenziale di reddito tra i coniugi, e finisce quindi col porre un problema di equità verticale.</p>
<p>La proposta di tassare a quoziente i redditi familiari fino a 73.000 euro nasce proprio dall&#8217;esigenza di favorire le famiglie a reddito basso e medio. Ma la tassazione a quoziente familiare ha anche un altro effetto collaterale negativo: <strong>tende a ridurre l&#8217;offerta di lavoro femminile</strong>, che in Italia è la minore d&#8217;Europa, spostando in capo al coniuge con reddito più basso (di solito la moglie) parte dell&#8217;onere fiscale, ed allontanerebbe ancor di più il nostro paese dal raggiungimento di uno degli obiettivi dell&#8217;Agenda di Lisbona, che punta ad un tasso di partecipazione femminile alla forza-lavoro pari almeno al 60 per cento (attualmente l&#8217;Italia è poco sopra il 40 per cento).</p>
<p>Occorre poi investigare le motivazioni in base alle quali sarebbe opportuno introdurre una tassazione a quoziente familiare. Rinviamo il lettore interessato ad approfondire tali tematiche ad <a href="http://www.unipv.it/websiep/wp/475.pdf" target="_blank">un paper di Chiara Rapallini</a>, e focalizziamoci sul modo in cui il quoziente familiare italiano dovrebbe essere costruito per affrontare i <strong>due problemi caratteristici del nostro paese: la ridotta partecipazione femminile alla forza-lavoro e la ridotta natalità. </strong></p>
<p>Per incentivare la prima, occorrerebbe <strong>assegnare al coniuge a carico un basso valore del coefficiente individuale</strong>. Ciò ridurrebbe il beneficio fiscale per le famiglie monoreddito. Per incentivare la natalità occorrerebbe invece <strong>assegnare un elevato valore (pari all&#8217;unità) al coefficiente attribuito dal secondo figlio in poi, che accrescerebbe il beneficio fiscale per le famiglie che scelgono di non fermarsi al figlio unico</strong>.</p>
<p>Facendo un <strong>confronto con la Francia</strong>, dove il quoziente familiare rappresenta l&#8217;architrave della politica familiare, il beneficio fiscale aumenta per le coppie che scelgono di avere almeno tre figli (coefficiente pari a 1 per il terzo e quarto erede, solo 0.5 per il primo e secondo), mentre il coefficiente assegnato al coniuge (pari a 1) non incentiva la partecipazione femminile al mercato del lavoro, che evidentemente viene perseguita con altri strumenti di <em>policy</em>.</p>
<p>In definitiva, <strong>la proposta di legge dei 43 parlamentari ulivisti va nella direzione giusta</strong>, prevedendo un coefficiente sufficientemente basso (0.65) per il coniuge a carico, e aumentando il beneficio fiscale a partire dal secondo figlio (coefficiente 1). Resta l&#8217;incertezza sulla effettiva copertura finanziaria di una tale manovra, che i proponenti non dettagliano, e sembrano invece rinviare alle virtù taumaturgiche della lotta all&#8217;evasione fiscale. Ma il tema è meritevole di approfondimento, se effettivamente si desidera tutelare la famiglia come unità fondamentale della società, anche senza assumere problematici orientamenti pro-natalisti. Tutto il resto sono chiacchiericci elettoralistici.</p>
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