Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Regno-Unito

Hard, soft oppure open? I britannici non sanno più che Brexit vogliono

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

C’è un dato, sin qui piuttosto ignorato, che rende la catastrofica sconfitta elettorale di Theresa May ancora più beffarda: i Conservatori hanno ottenuto il 42,4% del voto popolare, miglior risultato dal 1983. La vera sorpresa è stato quindi il vero e proprio exploit dei laburisti di Jeremy Corbyn, mentre gli altri partiti sono stati pressoché prosciugati, come indica la disfatta dei Liberaldemocratici di Nick Clegg, europeisti dichiarati, ma anche della loro antitesi, i nazionalisti dello Ukip.
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Regno Unito, tutti occupati ma in via di impoverimento

Economia & Mercato/Esteri

Ieri è uscito il dato di inflazione al consumo del Regno Unito, che a maggio si è portata al 2,9% tendenziale, dal 2,7% di aprile. L’inflazione core, cioè al netto di alimentari ed energia, schizza a sua volta in avanti di due decimi di punto percentuale, a 2,6%. Sono numeri che potrebbero indicare una ripresa vigorosa, se non fosse che la medesima è invece in via di indebolimento, avendo segnato nel primo trimestre +0,2% trimestrale. Il deprezzamento della sterlina, successivo allo shock del referendum sulla Brexit, si sta trasferendo in aumento dei prezzi al consumo attraverso il canale delle importazioni.

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Tra May e Corbyn, auguri ai britannici

Economia & Mercato/Esteri

A pochi giorni dalle elezioni generali, un brivido ha scosso la campagna elettorale del Regno Unito, che molti titolati osservatori avevano già archiviato prevedendo una vittoria a valanga dei Conservatori di Theresa May: i sondaggi indicano l’apparente recupero dei laburisti di Jeremy Corbyn ma, soprattutto, il crescente rischio di un parlamento “appeso”, proprio nella legislatura che definirà la Brexit. Non è detto che andrà così: il sistema elettorale britannico può sconfessare i sondaggi su base nazionale, col suo uninominale maggioritario secco.

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La scure di Theresa sui seniores britannici

Economia & Mercato/Esteri

Negli ultimi giorni, nel Regno Unito è scoppiata una forte polemica su uno dei punti del manifesto elettorale-programmatico dei Conservatori di Theresa May, che tocca temi molto delicati per la popolazione, e destinato ad avere un forte impatto futuro sulla dinamica della spesa pubblica. Alla fine, e pare dopo una frana nei sondaggi elettorali, May ha dovuto capitolare, rimangiandosi la misura e tornando alla filosofia del precedente manifesto, redatto da David Cameron.

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Non ci sono più le Brexit di una volta, signora May

Come segnala il Financial Times (e state all’occhio, domani o dopo potreste leggerlo su qualche giornalone italiano), pare che la posizione negoziale britannica sulla Brexit stia progressivamente divenendo più morbida. O forse più ragionevole e realista. Come che sia, pare che la premier Theresa May, quella di “meglio nessun accordo che un cattivo accordo”, quella di “niente parlamento tra i piedi, il Popolo lo volle”, e pazienza che il Popolo non abbia sin qui capito granché sugli effettivi termini del divorzio, avrebbe suggerito che il Regno Unito è pronto ad accettare un bel regime transitorio, tra un paio d’anni, quando la fuoriuscita dalla Ue sarà compiuta.

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Brexit, have a nice trip

Sulla Lex del Financial Times, qualche numeretto sul dopo Brexit nell’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che tra due anni non sia stato raggiunto alcun accordo di libero scambio tra i britannici e la Ue. Giusto per inquadrare i termini della questione al netto di bandierine, sciarpe e cappellini.

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Brexit, l’economia britannica è molto meno solida di quello che appare

Dietro la tenuta c’è la combinazione di debito crescente delle famiglie e tassi d’interesse bassi. Quanto durerà?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La Bank of England ha alzato le previsioni di crescita per il Regno Unito per la seconda volta dopo il referendum sulla Brexit dello scorso giugno, portandole per quest’anno da 1,4% a 2%, tornando in prossimità delle stime precedenti la storica consultazione popolare, che a maggio dello scorso anno prevedevano per quest’anno una crescita di 2,3%, poi drammaticamente ridotta dalla banca centrale britannica a 0,8% nelle settimane successive all’esito referendario. Colpisce quindi la resilienza dell’economia di un paese che sta per fare uno dei maggiori salti nel buio della sua storia. Ma dietro questa ripresa non ci sono solo luci.

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Theresa’s Wish List

Esteri/Unione Europea

Dopo lo “storico” discorso col quale la premier britannica Theresa May ha indicato i dodici punti che guideranno il percorso della Brexit, molti osservatori ed analisti si sono precipitati a sentenziare che “ora la situazione è più chiara”. In realtà non è chiaro perché dovrebbe esserlo, visto che gli obiettivi negoziali della May continuano ad essere un bel libro dei sogni.

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Selling England by the Pound, the sequel

Economia & Mercato/Esteri

Una delle tesi più suggestive a sostegno della Brexit e dei suoi effetti (soprattutto il deprezzamento della sterlina), sostiene che il Regno Unito sia sin qui stato colpito da una particolare versione della “malattia olandese“, il fenomeno che, a seguito di un boom delle materie prime, determina un apprezzamento reale del cambio ed il mancato sviluppo o il sottodimensionamento della manifattura. Al Regno Unito, secondo alcuni osservatori tra cui Paul Krugman, si applicherebbe una peculiare versione della malattia olandese, col settore dei servizi finanziari a far la parte delle materie prime.

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Niente miracoli da Brexit

Troppi entusiasmi per i dati sui consumi

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

I primi dati congiunturali relativi al periodo post referendum sulla Brexit hanno suscitato stupore e commenti entusiastici da parte dei sostenitori dell’uscita del Regno Unito dalla Ue. Il mini boom delle vendite al dettaglio di luglio, cresciute in volume dell’1,4% su giugno, ha fatto gridare all’improbabile miracolo, secondo l’abitudine a fare di un singolo dato una tendenza consolidata. Al rimbalzo dei consumi di luglio ha contribuito il forte deprezzamento della sterlina, che ha stimolato gli acquisti di non residenti al punto da produrre una crescita annua del 13% delle vendite di orologi svizzeri in Regno Unito.

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