Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Spagna - page 3

Spagna, la ripresa assai poco umana

Domanda vagamente comunista: possiamo dire che obiettivo della crescita economica deve essere il riassorbimento della disoccupazione e l’aumento dell’occupazione? Si, lo sappiamo, la causalità corre anche in direzione opposta, tutto dipende se si guardano i termini della questione dal lato della domanda piuttosto che da quello dell’offerta, eccetera. Tuttavia, anche per tenere semplice il concetto, se siete d’accordo con il nostro postulato, pare che in Spagna qualcosa non quadri.

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Il complotto degli spiccioli

Poiché sta rapidamente prendendo piede l’ennesima leggenda metropolitana stracciona ad uso degli italici gonzi (“la Spagna riceve aiuti europei e con quelli le loro banche si comprano le nostre aziende!”), ed altre amenità su cui torneremo, vorremmo sommessamente segnalarvi che l’aumento di capitale necessario a portare Telefonica al 70% di Telco, la holding di controllo di Telecom Italia, richiederà un esborso da parte dell’incumbent spagnolo di circa 860 milioni di euro, di cui solo 450 milioni in cash, da ricapitalizzazione diretta. Vorremmo altresì segnalarvi che il free cashflow di Telefonica, cioè la differenza tra quanto la società genera in liquidità dalla sua gestione operativa e quanto la medesima spende per investimenti, è stata nel solo 2012 di 5,7 miliardi di euro. Ditelo al noto economista Gasparri ed ai suoi liberi ispiratori, mi raccomando. Altrimenti a breve saremo ancora qui a riprodurre la nota menata delle banche cattivone che non fanno credito a famigliole ed imprese. Ed andrà così, ovviamente.

Se la Spagna diventa il modello di Renzi

Il maggiore problema dei politici italiani è, non da oggi, il desolante provincialismo e la tendenza a non voler approfondire quanto accade fuori dall’Italia. Un vero peccato che questo tratto culturale riemerga pari pari anche nei portatori sani del nuovismo. E’ il caso di Matteo Renzi, che oggi ha scoperto il paese-modello, suo e della non meglio specificata “sinistra” italica.

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Crolla il Pil e sale lo spread: non era la fine del tunnel?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

I politici continuano a professare ottimismo, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco parla di “graduale miglioramento”, ma l’Istat rivede ancora al ribasso le stime sul Pil italiano nel 2013: -2,1 per cento. Stiamo uscendo dal tunnel della crisi o la strada è ancora lunga? Ecco i punti da chiarire.

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Quella inequivocabile aria di famiglia corporativa, democratica e sussidiata

In Spagna, il governo nelle scorse settimane ha costituito una speciale commissione per riformare la struttura Irpef, secondo gli abituali auspici: incentivi pro-crescita, sostegno alla classe media, semplificazione, pace nel mondo (questo non esplicito, ma di solito le commissioni di studio tendono a lavorare su auspici molto radicati nell’animo umano). I risultati delle riflessioni dei “saggi” si conosceranno solo il prossimo febbraio, ma nel frattempo il paese presenta squilibri che sono terribilmente simili ai nostri, e tentativi di “soluzioni” altrettanto non dissimili.

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Spagna, l’ironia di chiamarsi sicurezza sociale

Qualche mese fa vi avevamo segnalato l’operazione di creazione di domanda forzosa di titoli di stato effettuata dalla Spagna attraverso il proprio fondo per la Sicurezza sociale. In pratica il fondo, creato con i surplus dei contributi versati da imprese e lavoratori rispetto agli esborsi, aveva mutato politica d’investimento, inzeppandosi di Bonos per la quasi totalità del proprio portafoglio. In questo modo si sostenevano le quotazioni dei titoli di stato, già peraltro beneficiate dall’annuncio di Mario Draghi sulle OMT. Purtroppo, ora quel sostegno non solo viene meno, come da noi già segnalato mesi addietro, ma il fondo sta diventando sempre più venditore netto di titoli di stato.

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La matrioska del mercato interno

Mentre in Unione europea si dibatte (oggi meno che un tempo) sui modi più opportuni per spingere il completamento del mercato unico e creare crescita, problemi analoghi riaffiorano nei paesi in maggiore difficoltà economica e che cercano di stimolare la crescita, oltre che di controllare la spesa pubblica prodotta dalla propria periferia. Come in una matrioska maligna, qualcuno è sempre la “periferia” di qualcun altro, ed i guai si moltiplicano.

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Spagna, Portogallo e Irlanda: i falsi successi del rigore

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre l’intera Eurozona è in messianica attesa delle elezioni politiche tedesche del prossimo 22 settembre, lo stato dell’arte del cosiddetto risanamento dei conti pubblici procede sempre più incerto, con tentativi di aggiustamenti marginali che non fanno che rinviare il giorno del giudizio, mentre nei singoli Paesi crescono gli ostacoli di natura costituzionale ai tentativi di incidere in profondità e retroattivamente sulle voci di spesa relative a pensioni e licenziabilità dei pubblici dipendenti.

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Spagna, guai fiscali senza fine

Unione Europea

In Spagna, il ministro del Bilancio, Cristobal Montoro, ha annunciato che il governo si prepara a rivedere alcune forme di imposizione fiscale, nel tentativo di aumentare un gettito complessivo che sta letteralmente sbriciolandosi, mese dopo mese, a causa della profondità della crisi. Perché, dopo tutto, anche ottenere continui rinvii nel percorso verso l’equilibrio di finanza pubblica, che per la Spagna appare sempre più un miraggio, richiede anche l’adozione di misure fiscali compensative, in un estenuante processo negoziale con Bruxelles. I guai della Spagna (un paese che si trova inequivocabilmente in condizioni nettamente peggiori dell’Italia), sembrano non aver mai fine, malgrado il rally del debito sovrano di Madrid, spinto dalla forte liquidità internazionale e dalla apparente volontà condivisa in sede europea (Berlino inclusa) di allentare il cappio dell’austerità. Ma ancora, una volta, ci troviamo in un caso eclatante di fuoco sotto la liquidità.

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Spagna, le banche e gli ombrelli

Su Bloomberg, un articolo (link non disponibile) che evidenzia un timore molto diffuso tra gli analisti di mercato: la Spagna non riuscirà a farsi bastare i 41 miliardi di euro di fondi europei sinora utilizzati per la ristrutturazione del proprio sistema bancario, su un accordato totale di cento miliardi. Come commenta un analista, quanto più l’economia si deteriora, tanto più la base di capitale delle banche viene erosa, e servono nuove ripuliture e risorse.

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