Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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Terrorismo - page 6

André Glucksmann: un anno migliore

Discussioni

Il 2003 si è chiuso gradevolmente. Le persone oneste hanno potuto festeggiare la caduta di un tiranno abominevole, preso per la collottola -una volta tanto- acquattato tra la spazzatura.

Non male l’inizio del 2004. Gheddafi sembra disposto a rinunciare a far esplodere in volo aerei carichi di passeggeri. L’Iran annuncia concessioni in ordine alle sue ambizioni nucleari. Il governo pachistano si riavvicina all’India, prende le distanze dal terrorismo islamista, esita a perpetuare i propri commerci di armi di distruzione di massa. La Corea del Nord sembra meno vogliosa di aggiungere provocazione a provocazione, e più disposta ad annacquare il suo vino atomico. In Afghanistan una costituzione proclama l’uguaglianza tra uomini e donne. Charles Taylor ha smesso di insanguinare a tutto spiano la Liberia. E Milosevic dovrà rendere conto dei suoi crimini contro l’umanità, benché sia stato eletto deputato dai suoi concittadini nichilisti. In generale i dittatori del Ventesimo secolo, come Stalin, Mao o Franco, sono deceduti nei loro letti; e anche dopo aver perso il potere, come nel caso di Duvalier o Bokassa, hanno potuto trascorrere giorni tranquilli in qualche ritiro dorato. Fanno eccezione Hitler e il suo gregario Mussolini, periti nell’incendio mondiale dopo averlo spinto al parossismo. Nel 2003 il vento è cambiato, l’assassinio politico di massa non beneficia più automaticamente dell’immunità internazionale. L’esempio iracheno ha cambiato il corso delle cose.

Solo un ingenuo potrebbe credere alla sincerità di famigerati serial killer improvvisamente convertiti alle omelie umanitarie. Sembra però che i torturatori milionari scoprano oggi di non essere più tanto favoriti dalle circostanze. La saggezza comincia dalla paura: quando gli assassini curvano la schiena, ecco che il vizio rende omaggio alla virtù.

A costo di deludere gli innumerevoli pronostici apocalittici degli avversari dell’intervento militare in Iraq, bisogna constatare che la situazione mondiale oggi non è affatto peggiore di ieri; è vero anzi il contrario.

Spiacente per i milioni di manifestanti che hanno ricamato sul tema “Make tea, and not war”: la catastrofe annunciata non c’è stata. I pacifisti hanno riposto i loro striscioni e non si preoccupano minimamente delle guerre in atto. Non li tocca neppure per un attimo la sorte dei ceceni schiacciati sotto lo stivale russo, il calvario delle donne musulmane prigioniere del velo politico, quello dei civili massacrati su tutto il continente africano o dei tibetani e contestatori “trattati” dai servizi cinesi. Le nostre buone coscienze non si sgolano contro i poteri forti, ma solo contro Bush quando lo ritengono in una posizione di debolezza. Oggi le coorti anti, extra o alterglobaliste tornano alle loro teiere. Kadyriov e i suoi massacratori a Grozny? Aristide e le sue milizie a Port-Au-Prince? La giunta militare in Birmania? I guardiani della rivoluzione islamica a Teheran? Un terzo del pianeta sotto il tallone comunista? Nel dicembre 2003, alla vigilia di Natale, una famiglia tutsi, donne e bambini già miracolati dal genocidio, crocefissi da alcuni cattolicissimi hutu, agonizzano per tutta una notte a Butare (Ruanda)… tre righe sulla stampa. Neppure una parola dal papa. Nulla di tutto questo può turbare il sonno dei valorosi militanti della pace, già pronti senza fare una piega che il macellaio di Baghdad rimanesse intonso e intoccabile. Tutti perseguono le loro speculazioni ossessive sul futuro Armageddon fomentato dal satanico Busharon. L’entità malefica, Israele-Usa, non ha forse riportato la palma europei dei paesi più pericolosi del mondo? A loro volta, i leader antibellicisti di Parigi e di Berlino tentano di far dimenticare il loro triste bilancio. Sono riusciti a dividere durevolmente la comunità europea, a paralizzare la nato, a mettere fuori gioco l’Onu. E si ritrovano isolati quando il loro alleato Putin limita il danno, disponendo si a cedere sulla Georgia per qualche sorriso a Washington.

Tra meno di sei mesi sarà festeggiato in pompa magna il sessantesimo anniversario dello sbarco alleato in Normandia. Il cancelliere tedesco – prima assoluta – è invitato alla cerimonia. Finalmente! Evviva! La sua presenza rende definitiva una verità fondamentale: il 6 giugno 1944 le truppe americane, inglesi e canadesi non hanno “invaso”, bensì “liberato” l’Europa. Retrospettivamente, il popolo tedesco ammette di essere stato non già “occupato”, ma “emancipato” da una dittatura totalitaria.

A buon rendere. la Germania e la Francia, sull’esempio dell’Italia e della Polonia, sono tenute ad aiutare il popolo iracheno a uscire dalle rovine materiali e morali di una tirannia fortunatamente abbattuta dai liberatori, appena nove mesi fa.

André Glucksmann

Indro Montanelli, storia di un altro italiano

Riletture

Sul Risorgimento, lo Stato e il federalismo – “La Repubblica (…) si presentava come depositaria dei valori della Resistenza, un mito ancora più falso di quello del Risorgimento. Che non era stata affatto, come pretendeva di essere, la lotta di un popolo in armi contro l’invasore, bensì una lotta fratricida tra i residuati fascisti della Repubblica di Salò e le forze partigiane, di cui l’80 per cento si batteva (quasi mai contro i tedeschi) sotto le bandiere di un partito a sua volta al servizio di una potenza straniera.” (…) “Il Risorgimento come epopea dello spirito unitario e patriottico è un falso storico. Il Risorgimento fu un fatto elitario, passato sopra le teste del popolo che se lo ritrovò scodellato insieme all’unità del Paese. L’Italia, insomma, nacque da una montagna di patacche su cui campiamo da oltre 150 anni a prezzo, si capisce, d’altre patacche, come quella di uno stato centralistico garantito solo dalla sua inefficienza. Lo Stato italiano è prepotente, vessatorio, talvolta anche persecutorio. Ma non perché sia forte, anzi proprio perché è debole. Il federalismo ha bisogno invece di un radicato sentimento d’identità nazionale che faccia da diga alle spinte centrifughe che il federalismo stesso scatena. E se l’Italia ne infila la china, non ha in mano i freni per poter regolare la corsa, e si sfascia.”

Sul sistema cultural-propagandistico togliattiano – “I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, si impadronirono degli archivi della polizia segreta, del Ministero dell’Interno e del Minculpop. Comincio così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta nemmeno quello. (…) quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto quello che dicevano o facevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui “Candido” costituì, assieme al “Borghese”, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l’opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva.” Leggi tutto

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